Chissà se un giorno diventerà una serie Netflix o un blockbuster hollywoodiano. Per ora è un progetto visionario, ambizioso, ai confini tra scienza e fantascienza. E soprattutto è italiano. Si chiama Chrysalis, che significa crisalide, ed è una nave spaziale cilindrica lunga 58 chilometri, progettata per ospitare centinaia di persone in un viaggio multigenerazionale verso il più vicino mondo alieno potenzialmente abitabile. Non è un romanzo di Arthur C. Clarke, non è un episodio di Star Trek. È il concept vincitore del concorso internazionale Hyperion, organizzato dalla Initiative for Interstellar Studies, un’organizzazione no-profit britannica dedicata all’esplorazione degli esopianeti e alla colonizzazione di mondi lontani.
Il team italiano che ha dato vita a questo progetto è composto da Giacomo Infelise, architetto e paesaggista, Veronica Magli, economista e innovatrice, Guido Sbrogio, astrofisico e ingegnere, Nevenka Martinello, ingegnere ambientale e artista freelance, e Federica Chiara Serpe, psicologa, attrice e artista. Una squadra multidisciplinare che ha saputo integrare architettura, fisica, ingegneria, economia e psicologia per immaginare non solo una struttura tecnologicamente plausibile, ma un ecosistema sociale completo capace di sostenersi autonomamente per secoli. Il concorso Hyperion, lanciato nel novembre del 2024 con un montepremi di 10.000 dollari, chiedeva ai partecipanti di sviluppare concetti innovativi per una nave spaziale in grado di ospitare fino a 1.500 passeggeri secondo alcune fonti, fino a 2.400 secondo altre stime del progetto. L’astronave doveva essere dotata di gravità artificiale, ecosistemi autosufficienti e sistemi di supporto vitale per garantire la sopravvivenza di più generazioni durante un viaggio verso Proxima b, l’esopianeta più vicino situato a circa 4,25 anni luce dalla Terra.
La struttura di Chrysalis è pensata come una serie di cilindri modulari che ruotano in direzioni opposte per generare gravità artificiale. La fisica degli habitat rotanti impone vincoli severi: non si può barare con le leggi della fisica. Per produrre una forza centrifuga equivalente a 0,9 volte la gravità terrestre, i progettisti hanno immaginato una struttura di dimensioni colossali. Stiamo parlando di 58.000 metri da un’estremità all’altra e un diametro di 6.000 metri, per una massa totale stimata di 2,4 miliardi di tonnellate. I cilindri esterni rotanti formerebbero strati concentrici, ciascuno con una propria funzione: habitat residenziali, zone agricole, aree ricreative, impianti industriali.
La forma cilindrica non è casuale. Riduce al minimo la sezione anteriore della nave, contenendo il rischio di collisioni con micrometeoriti e detriti orbitali, oltre a ridurre le sollecitazioni strutturali durante le fasi di accelerazione e decelerazione. Ogni dettaglio è stato calcolato, dai rendering architettonici dei paesaggi interni ai diversi budget di spesa, dai calcoli per generare la gravità artificiale ai modelli di governance necessari per prevenire il collasso sociale di una comunità chiusa e isolata per secoli.
Una struttura così gigantesca non potrebbe mai essere lanciata dalla Terra. Nessun sistema di lancio attuale o prevedibile nel prossimo futuro sarebbe in grado di proiettarla nello spazio. La soluzione individuata dal team prevede un assemblaggio in uno dei cosiddetti punti di Lagrange, aree gravitazionalmente stabili descritte dalla Nasa dove una navicella spaziale può mantenere la sua posizione con un consumo minimo di carburante. Questi punti, dove le forze gravitazionali di due corpi celesti si bilanciano, offrirebbero la base perfetta per costruire progressivamente l’astronave, modulo dopo modulo, come un cantiere navale orbitante.
Per quanto riguarda la propulsione, il team ha optato per un sistema a fusione diretta che utilizza elio-3 e deuterio come propellenti. Questo tipo di motore permetterebbe di raggiungere un’accelerazione pari a 0,1 g. Dopo un periodo di accelerazione di un anno, il viaggio verso Proxima b durerebbe circa 400 anni, seguito da un anno finale di decelerazione. Quattro secoli di navigazione nel vuoto cosmico, durante i quali nascerebbero e morirebbero circa 16 generazioni di esseri umani che non avrebbero mai conosciuto la Terra né vedrebbero mai la destinazione finale.
L’energia di bordo rappresenta un’altra sfida cruciale. Il team ha indicato l’energia da fusione nucleare come la soluzione più efficiente e duratura, capace di alimentare tutti i sistemi della nave per l’intera durata del viaggio. Ma l’energia è solo una parte del problema. Come garantire acqua, cibo e aria per 400 anni senza rifornimenti esterni? Gli ingegneri hanno ideato cicli biologici completamente integrati e operativi: sistemi di riciclo e recupero dell’acqua, serre idroponiche e aeroponiche per la produzione alimentare, meccanismi di rigenerazione dell’aria attraverso processi biologici e chimici. Un ecosistema chiuso che mima, in scala ridotta, i processi naturali del nostro pianeta.
Ma la vera sfida di Chrysalis non è tecnologica, è umana. Chi salirebbe a bordo di una nave spaziale sapendo che né tu né i tuoi figli né i tuoi nipoti vedranno mai la destinazione finale? Come si seleziona un equipaggio per una missione del genere? Il team ha sviluppato protocolli di selezione ispirati alle stazioni di ricerca antartiche, con addestramenti pre-missione in ambienti estremi e isolati. La psicologia dei partecipanti è fondamentale: servono persone capaci di convivere in spazi ristretti, di gestire conflitti, di mantenere la motivazione attraverso generazioni.
L’educazione dei bambini e dei ragazzi che nasceranno e cresceranno a bordo durante i 400 anni di viaggio rappresenta un altro nodo cruciale. Come trasmettere la conoscenza attraverso 16 generazioni? Come evitare che si perda il senso della missione, che si dimentichi perché si è partiti e dove si sta andando? Il progetto prevede un’educazione basata sulla comunità, con sistemi di conservazione della conoscenza che si tramanderebbero di generazione in generazione. Biblioteche digitali ridondanti, archivi fisici, tradizioni orali, rituali collettivi che mantengano viva la memoria e il senso di appartenenza a un’impresa più grande.
Chrysalis richiama inevitabilmente alla mente la grande letteratura cinematografica delle navi spaziali. Da 2001 Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick, con la sua nave Discovery in rotta verso Giove e l’infinito, ad Alien di Ridley Scott, l’incubo nello spazio profondo dove nessuno può sentirti urlare. Da Interstellar di Christopher Nolan, con il suo viaggio attraverso un wormhole sperimentando gli effetti della relatività di Einstein, a Contact di Robert Zemeckis, basato sul romanzo di Carl Sagan, fino alla saga di Star Trek con la sua Enterprise lanciata ad arrivare là dove nessuno è mai giunto prima.
Il progetto Chrysalis si colloca esattamente in questa tradizione narrativa, ma con una differenza sostanziale: è stato progettato con rigore scientifico, basandosi sulle leggi della fisica conosciute e su tecnologie plausibili, anche se futuribili. Non è fantascienza pura, è ingegneria visionaria. È il tentativo di rispondere concretamente alla domanda: come potremmo davvero lasciare il Sistema Solare e raggiungere un altro mondo? Certo, siamo ancora molto lontani dalla realizzazione pratica. Le tecnologie necessarie richiederebbero decenni, forse secoli di sviluppo. I costi sarebbero astronomici, ben oltre qualsiasi budget nazionale o internazionale attualmente immaginabile. E rimangono aperti interrogativi etici profondi: ha senso condannare generazioni di esseri umani a vivere in una scatola di metallo sospesa nel vuoto? Chi ha il diritto di decidere per loro?
Eppure progetti come Chrysalis hanno un valore che va oltre la loro fattibilità immediata. Rappresentano l’esercizio dell’immaginazione applicata alla scienza, la capacità di pensare in grande, di progettare oltre i limiti del presente. E ricordano che l’esplorazione spaziale non è solo questione di sonde robotiche e telescopi, ma anche di esseri umani in carne e ossa che guardano le stelle e si chiedono cosa c’è là fuori. E se un giorno, per necessità o per curiosità, dovremo davvero intraprendere quel viaggio, progetti come Chrysalis avranno già tracciato la rotta.



