C’è un segno di punteggiatura che negli ultimi mesi ha invaso silenziosamente la nostra vita digitale. Lo avete visto ovunque: nelle email dei colleghi, nei testi scolastici dei figli, negli articoli online, persino nei commenti sui social. Quel trattino lungo, elegante, un po’ snob, stranamente ricorrente, era diventato la firma involontaria dell’intelligenza artificiale. O meglio: il tic linguistico di ChatGpt, un’abitudine compulsiva che il chatbot non riusciva proprio a eliminare, anche quando glielo si chiedeva esplicitamente. Ora però qualcosa è cambiato. Sam Altman, amministratore delegato di OpenAi, ha annunciato con un post su X quella che ha definito “una piccola ma felice vittoria”: se chiedi a ChatGpt di non usare il trattino lungo, finalmente lui obbedisce. O almeno ci prova sul serio. Non siamo ancora nell’era dell’obbedienza assoluta (qualche scivolone viene ancora segnalato dagli utenti), ma l’aggiornamento segna una svolta significativa nel rapporto tra uomo e macchina.

Per capire perché questa modifica apparentemente banale rappresenti un traguardo importante, bisogna fare un passo indietro. I modelli di linguaggio come ChatGpt tendono a generare frasi strutturate in blocchi logici, e il trattino lungo si è rivelato un separatore perfetto: più morbido dei due punti, meno formale del punto e virgola, aiuta il modello a tenere in ordine il discorso senza rischiare ambiguità. È un segno che facilita la fluidità sintattica e la comprensione, almeno dal punto di vista dell’algoritmo. Il problema è che questa preferenza tecnica si è trasformata in una vera e propria epidemia stilistica. Per mesi, migliaia di utenti hanno inserito nei loro prompt richieste esplicite: “non usare il trattino lungo”, “evita quel segno di punteggiatura”, “scrivimi un testo senza trattini lunghi”. E per mesi ChatGpt ha risposto con un educato “va bene”, per poi continuare imperterrito a disseminare trattini in ogni risposta, come se nulla fosse. Una specie di ribellione inconscia dell’intelligenza artificiale.

Schermata di ChatGPT
Schermata di ChatGPT, fonte: Reuters

La situazione ha generato reazioni contrastanti. Da un lato, il trattino lungo è diventato un marcatore identificativo: un modo semplice per riconoscere un testo generato dall’AI, utile per insegnanti, giornalisti ed editor che vogliono individuare contenuti artificiali. Dall’altro, ha irritato profondamente una categoria di professionisti che quel segno lo amava già prima che ChatGpt lo rendesse mainstream: scrittori e giornalisti che hanno sempre apprezzato l’eleganza del trattino lungo si sono ritrovati a evitarlo per non sembrare bot. L’indignazione di questa fascia di utenti non era da poco: sentivano che l’intelligenza artificiale stesse “uccidendo” il loro segno di punteggiatura preferito, trasformandolo da scelta stilistica raffinata a bandiera dell’automazione testuale. Una questione identitaria, in fondo. Come quando una canzone che ami viene scelta come colonna sonora di una pubblicità fastidiosa e improvvisamente non riesci più ad ascoltarla allo stesso modo.

La soluzione trovata da OpenAi passa attraverso le istruzioni personalizzate, le custom instructions accessibili nelle impostazioni di ChatGpt. Inserendo lì la richiesta di evitare il trattino lungo, il chatbot risulta molto più efficace nel rispettare il comando. Non si tratta quindi di un’eliminazione automatica del segno, che continuerà a comparire nelle risposte standard, ma di un maggiore controllo da parte dell’utente sulla frequenza con cui appare. OpenAi ha persino pubblicato un post su Threads in cui ha costretto ChatGpt a scusarsi pubblicamente per aver “rovinato il trattino lungo”. Un gesto simbolico, certo, ma anche un riconoscimento esplicito del problema e dell’ascolto delle lamentele degli utenti. Piccoli dettagli che raccontano come l’evoluzione dell’intelligenza artificiale non sia solo questione di capacità computazionali sempre più potenti, ma anche di affinamento nella comprensione delle sfumature umane.

Smarthphone con Chat GPT

Questa vicenda apparentemente marginale solleva in realtà questioni più ampie. Quanto controllo vogliamo davvero avere sullo stile con cui l’AI comunica? Fino a che punto siamo disposti ad accettare che un algoritmo imponga la propria “estetica”, come l’ha definita Altman? E soprattutto: man mano che l’intelligenza artificiale diventa più capace di mimetizzarsi, vogliamo davvero che sia indistinguibile dalla scrittura umana o preferiamo mantenere qualche marcatore identificativo? Il trattino lungo era diventato, suo malgrado, un elemento di trasparenza involontaria. La sua eccessiva presenza segnalava all’occhio attento: “Attenzione, questo testo probabilmente non è stato scritto da un essere umano”. Ora che ChatGpt ha imparato a controllarlo, ci troviamo un passo più vicini a un’era in cui distinguere contenuti umani e artificiali diventerà sempre più difficile. Non necessariamente un problema, ma certamente una trasformazione da tenere d’occhio.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.