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L’affinità artistica di Cillian Murphy e Tim Mielants è articolata su istantanee di umanità piena e dolente, cagionevole e psicologicamente complessa. Se Piccole cose come queste punteggiava l’andirivieni nella coscienza di un uomo sulla via del risveglio, Steve ne estrapola integrità e burrasca d’animo per posizionarle alla fine di quel percorso, sulla soglia del collasso.

Adattamento libero del best-seller di Max Porter (qui in veste di sceneggiatore), il nuovo film di Netflix penetra nella quotidianità riottosa di un gruppo di diciassettenni dalla problematica condotta comportamentale e ne rintraccia da vicino esplosioni e confessioni emotive. Il progetto riabilitativo della scuola di Stanton Wood è il risultato di una guerriglia estenuante, ingaggiata dai suoi insegnanti con il peso di una vocazione professionale irrinunciabile e totalizzante. Dipendenze, ambizioni e cicatrici affettive precipitano nel fragore implacabile delle ventiquattro ore in cui Steve si comprime, alternando inneschi drammatici a evocative contemplazioni.

Lo Sapevi?

Cillian Murphy e Tim Mielants si sono conosciuti sul set della terza stagione di Peaky Blinders, diretta dallo stesso Mielants.

È uno stato di caos permanente, la cronaca cruda di sofferenze incasellate in una natura dirompente e febbrile, magnanima anche se vicina al suo annichilimento.

Sensibilità che si attraggono

Jay Lycurgo e Cillian Murphy in una scena di Steve
Jay Lycurgo e Cillian Murphy in Steve – @ Netflix

Il romanzo adottava la prospettiva di uno dei ragazzi, Shy, al fine di attestarne vulnerabilità e spinte violente. Diversamente, Steve sceglie di allargare il suo punto d’osservazione, intessendo una partitura narrativa che rimbalza continuamente dentro e fuori da sensibilità affini e conflittuali, personali e universali, interdipendenti ed estranee anche quando in cerca di connessione. Steve e Shy attingono alla medesima riserva emotiva di disperazione, interagiscono a un livello istintivo di vicendevole riconoscimento.

L’uno (Steve) esperisce la responsabilità educativa come atto di tutela personale, come tenace evasione da un trauma che trangugia la sua salute mentale sminuzzandola in scorie autodistruttive. L’altro (Shy) affoga nel disagio psichico di una violenza che non conosce regolazione né verbalizzazione – e così si traduce in arma da padroneggiare per silenziare sofferenze inconsolabili. Shy è stato allontanato dalla famiglia a causa del suo temperamento e ora ne subisce la colpa; Steve è consumato da un’agonia da cui non riesce a non farsi inghiottire. La complementarietà delle loro storie è smistata nei primissimi piani di una camera che ne setaccia i tradimenti emotivi, spalleggiata da un’atmosfera densissima.

I numerosi long take di Steve indugiano sui personaggi, oscillando al ritmo di una macchina a mano interposta fra individui e incauti stati d’animo. Nervosamente il montaggio ne cadenza il passo narrativo, accostando frammenti estemporanei di una frenesia drammatica che assorbe, vandalizza e coltiva uno spazio di vulnerabilità condiviso. L’intenzione registica di Mielants a volte eccede in ambizione formale e altre dimostra di sapersi frenare, di intuire come incubare lo stress psicologico senza l’urgenza di farlo divampare – consentendo alla tensione di liberarsi secondo logiche (talvolta) anticlimatiche. Il rischio esiste: Steve potrebbe non soddisfare, ma perlomeno completa una parentesi nel progetto artistico del suo regista.

Dentro il caos di Stanton Wood

I protagonisti di Steve
I protagonisti di Steve – @ Netflix

Piccole cose come queste, appena due anni fa, spalancava quella parentesi introducendosi forzatamente dentro istituti riabilitativi di tutt’altra tipologia. Le Case Magdalene con cui Bill Furlong entrava in contatto erano luoghi di soppressione identitaria: presunti spazi di accoglienza rivelatisi punitive realtà di espiazione religiosa. Lì la coscienza del protagonista era chiamata a un moto di riscatto trasgressivo: Furlong sprofondava in quella falla di omertà collettiva riscoprendo uno spirito rivoluzionario, seppur essenzialmente umano.

Steve intercetta un analogo mormorio di indignazione, tratteggia ancora il profilo di un individuo perso ma ragionevolmente integro. La narrazione di Steve è di nuovo l’esposizione precaria di una realtà attraversata dagli sguardi di chi si prodiga per la cura altrui, provando a sopravvivere mentre protegge chi ne ha più bisogno.

Stanton Wood è una realtà complessa, mal funzionante, sottopagata e costantemente a corto di risorse. I suoi studenti sono giovani erranti in un’adolescenza disagevole: abbandonati, stigmatizzati e aggressivamente vibranti di vita. Eppure di loro apprendiamo poco più di questo, perché così lavora Mielants: avvalendosi di suggestioni e vaghe ammissioni, procedendo per cenni e similitudini di fragilità. Il mondo al di fuori (incarnato dalla morbosità urticante della troupe televisiva che ne documenta le attività della giornata) li osserva senza comprenderli, ne strumentalizza il dolore spersonalizzandolo nella mercificazione discriminante di qualcosa con cui intrattenere.

Nondimeno in quell’istituto i ragazzi reagiscono a una vita che non ha intenzione di considerarli: amano e si menano, sognano e patiscono l’inaccessibilità a un’esistenza migliore. Si trincerano nell’ingiustizia del loro dolore accostando le porte dell’ascolto e dell’emancipazione. Sono soli ma stanno insieme, si salvano ostinandosi a esistere intensamente anche quando percepiscono la prossimità della fine.

A lezione di umanità con Cillian Murphy

Cillian Murphy in una scena di Steve
Cillian Murphy in una scena di Steve – @ Netflix

Quello interpretato da Cillian Murphy è un uomo sul punto di ebollizione. Steve è il preside tormentato del riformatorio, un soggetto che barcolla in bilico fra resistenza e resa personale, ciondolando sui confini che congiungono chi educa a chi ha non ha ancora compreso come essere salvato. Un episodio traumatico e recente gli pregiudica ogni azione presente, ma Steve non lo vuole ascoltare, men che meno fronteggiare. E quindi lo rinnega con litri di alcol ed eccessi di droghe, si lascia trainare continuando a inciampare. Poi si rialza, piroetta e precipita di nuovo.

Le ventiquattro ore che rintoccano il film gli addossano un’emorragia di sfide significative: la troupe televisiva che sbeffeggia i ragazzi sottraendo dignità, l’annuncio della vendita della scuola, il destino degli studenti sull’orlo del collasso morale ed educativo – le zuffe, i colleghi e infine lui stesso, che prova come può a non lasciarsi andare.

Murphy incorpora l’esaurimento del suo personaggio restituendo una credibilità costruita strato su strato, addensata su gestualità, attese, silenzi, sguardi prolungati e scoppi improvvisi. Del suo corpo bruciante di emozioni avvertiamo ogni particolare, ne riconosciamo una cifra universale: tanto reale da convincerci che il disastro di cui è fatto il presente possa ancora realmente mutare, contendendosi la gioia del domani.

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Laureata in CAM (Cinema, Arti della scena, Musica e Media) e Comunicazione presso l’Università degli Studi di Torino. Attualmente collaboratrice di ScreenWorld.it e NPC Magazine. Della realtà mi piace conoscere la mente, il modo in cui osserva e racconta le sue relazioni umane. Del cinema mi piace l’ascolto della sua sincerità, riflesso enfatico di tutte le menti che lo creano. Di entrambi coltivo l’empatia, la lente con cui vivere e crescere nelle sensibilità e le esperienze degli altri. Nella vita scrivo, studio e mi circondo di cinema, perché penso non esista niente di più bello.