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L’eredità narrativa di Patricia Cornwell era maestosa: trent’anni di peregrinazioni tra le pagine di un’autrice capace di modellare l’immaginario investigativo contemporaneo, forgiando un personaggio dal significativo traino audiovisivo: Kay Scarpetta. Non stupisce, allora, che per il suo adattamento siano scesi in campo non gli Amazon MGM Studios, ma una più robusta e ostinata formazione produttiva: Blumhouse, Blossom Films e Comet Pictures figurano tutte nel progetto al fianco della stessa Cornwell, qui in veste di produttrice esecutiva.

Se la ciliegina sulla torta è stata la rosa d’interpreti accreditati, non è difficile notare come all’effettivo i risultati ottenuti abbiano disatteso la somma delle aspettative elencate. A fine visione, del resto, Scarpetta dà l’impressione di non aver ancora ingranato la marcia, posticipando il pensiero alla stagione successiva e a un auspicato sfoltimento drammatico. Tuttavia sarebbe ingenuo credere che la serie possa davvero passare inosservata, dato il quantitativo di risorse investite. A partire proprio dalla genesi narrativa, dove Scarpetta ibrida il passato e il presente di due distinti romanzi della serie, nel tentativo di intercettare nella diacronia del tempo la progressiva costruzione di un’identità.

Esplorata in una ricorsività che tematizza memoria, trauma ed esigenza di correzione evolutiva, Scarpetta associa alla detection la ricerca psicologica e l’intensità della soap familiare, scagionando la verità da una sua presunta stabilità e sguazzando fra le ambiguità di un archivio del tempo che torna a chiedere pegno. Alle analogie investigative corrispondono divergenze interpretative (sul crimine e sull’esistenza) e la meticolosità di una disciplina che riflette sulle relazioni, i corpi e il rigore dignitoso da restituire alla morte.

In mezzo a questa densità che talora accumula dove potrebbe approfondire, Kay Scarpetta si espande davanti ai nostri occhi, restituendo la scansione di un carattere, un metodo e una propria contaminata tridimensionalità.

Kay Scarpetta fra ieri e oggi

Nicole Kidman in una scena di Scarpetta
Nicole Kidman in una scena di Scarpetta – @ Prime Video

Prendiamo confidenza con la Kay di Nicole Kidman un attimo prima dello sfociare del caos. È la notte antecedente all’inizio di un’indagine che si scoprirà gettare radici in un passato lontano, sopito ma ora emulato e pieno di misteri. Kay Scarpetta è di nuovo il medico legale a capo dello studio della Virginia, in dialogo continuo con la sé di ventotto anni prima, quando la sua carriera era ancora in rampa di lancio ma già agitata dalla brutalità di un serial killer dall’operato ascrivibile a quello vigente nella timeline odierna.

Mentre le intersezioni temporali compenetrano e allestiscono le fondamenta ritmiche della storia, gli interpreti giovani rispondono ai corrispettivi più maturi con interpretazioni compatte, valide, mai dissonanti nel passaggio fra gli anni. Al contrario, una delle strategie narrative più pregevoli di Scarpetta è proprio quella che informa la qualità della corrispondenza temporale. Sgattaiolando tra équipe professionali e familiari che rimangono uguali viaggiando nel tempo, la serie mette in scena con coerenza la processualità di un’esistenza a confronto con schematicità che necessitano definitiva interruzione: che si tratti di malfunzionamenti relazionali o di uccisioni seriali in attesa di risoluzione.

E se è vero che la duplicazione anagrafica affascina ma intanto finisce per stancare, disperdendosi in accostamenti spesso appesantiti e sovrabbondanti, è innegabile la potenzialità introspettiva di tale dinamismo drammatico. Nel raccontarci la graduale affermazione della famosa patologa forense, Scarpetta trascura talvolta l’essenzialità della propria autonomia audiovisiva, ma nondimeno si procura le migliori concatenazioni critiche sui temi che più sembrano starle a cuore: dall’irrazionalità della violenza alla logica che ne riordina l’analisi, dalle discriminazioni di genere alla precarietà adattiva dei rapporti interpersonali.

Assumere il controllo della morte

Jamie Lee Curtis e Nicole Kidman in una scena di Scarpetta
Una scena di Scarpetta – @ Prime Video

L’anima di Scarpetta ruota attorno al grado di esposizione alla morte – a tutti quegli scompensi psichici che derivano dall’indesiderato o estensivo contatto con essa. La serie prende slancio dall’evento biografico che conduce Kay alla propria vocazione professionale, così da procedere a saggiarne la correlazione con il tempo che passa e (imprevedibilmente) finisce. Dentro l’ecosistema di Scarpetta il corpo esanime è un’espressione di vita, l’idioma di una storia in cerca di dignità, spesso più comunicativo di quello pulsante e ancora esistente.

D’altronde ciascun personaggio è attraversato da un lutto, da un principio di separazione che genera tensione quando desidera appartenenza, alimenta rivalità invece di incontrare riconoscimento. La scientificità dell’interpretazione anatomica è il contrappeso calmo, chirurgico e inquietante al fracasso della psicologia domestica: lì dove Kay si decentra fra le sue irrisolte tensioni affettive e dove il dialogo si sfalda dentro una scombinata esasperazione del dramma.

La vitalità esuberante, assillante e combattiva di Dorothy arde nello scontro sgraziato con l’indole sobria di sua sorella Kay, pur mancando di armonizzarsi a una reale centratura fra le molteplici rotte narrative. Nel mezzo, le sensibilità dei rispettivi mariti e della nipote/figlia Lucy (Ariana DeBose) trattengono cedevolezze mentre affrontano demoni interiori, fino a deflagrare all’unisono sotto il peso di quella chiassosa convivenza forzata.

Se la semantica di casa e lavoro subisce un’inversione di significato, con la sala autoptica più rassicurante del focolare domestico, l’orizzonte narrativo a sua volta si estende, duellando fra durezza visiva e melodramma emotivo e disinnescando la componente procedurale a favore della combustione familiare. Ma alla fine la scelta non paga, sbilancia la storia e spedisce sul fondo ogni tensione e potenziale trasporto verso il crimine al centro del racconto.

Una questione di genere…

Rosy McEwen e Jake Cannavale in Scarpetta
Rosy McEwen e Jake Cannavale in Scarpetta – @ Prime Video

Come la permeabilità tra carriera e vita privata detta le frequenze dell’inchiesta evolutiva di ogni personaggio in gioco, così l’accuratezza professionale rispecchia la natura dell’integrità adoperata da Kay per attestare la propria autorità lavorativa. Donna sola in un’era (gli anni ‘90) di quasi incontrastato maschilismo e asimmetria sessista (strumentale a tracciare un arco “trasformativo” sullo statuto della condizione femminile), la protagonista del passato di Scarpetta non solo si ritrova a indagare su efferati omicidi compiuti sul corpo martoriato delle donne – ma è anche chiamata a sensibilizzare, difendersi e interfacciarsi con colleghi e superiori dalle subdola attitudine discreditante.

Rinegoziato o meno nello scarto fra archi temporali, quella popolato da Scarpetta è un mondo dove a prevalere è un criterio di potere, controllo e autoaffermazione su un femminile sopra cui esercitare sopraffazione: che sia uccidendolo, stuprandolo o intralciandolo sul posto di lavoro. Manomissioni, intimidazioni ed estromissioni professionali corredano l’atmosfera indigesta in cui la donna si muove assertiva, determinata a estirpare il pregiudizio di genere – pure quando gli uomini circostanti hanno l’ardire di canzonare i corpi seviziati delle vittime su cui Kay opera le sue autopsie.

…e di trasformazioni culturali

Nicole Kidman e Simon Baker in una scena di Scarpetta
Nicole Kidman e Simon Baker in una scena di Scarpetta – @ Prime Video

La danza tra decadi si risponde e rettifica a vicenda, coreografando un raffronto temporale non solo in relazione al singolo, ai suoi legami e alla decentralizzata questione femminile – ma anche in merito agli altri cambiamenti afferenti alla tecnologia a disposizione dell’attività forense. E qui viene il bello: è evidente che alla serie sarebbe risultato naturale (e vantaggioso) implementare l’osservazione della tecnica che ha reso famosa l’occupazione della Scarpetta letteraria, eppure inspiegabilmente la storia ha preferito intrattenersi altrove, prediligendo la detection alla pratica scientifica e sacrificando buona parte della sua particolarità.

Se l’intento è quello di continuare ad accoppiare romanzi sfidando la vastità narrativa e il passaggio del tempo, c’è da sperare che in quel passaggio Scarpetta riesca al più presto a trovare se stessa – formalizzando, anche lei, un’identità ancora tutta da costruire.

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Laureata in CAM (Cinema, Arti della scena, Musica e Media) e Comunicazione presso l’Università degli Studi di Torino. Attualmente collaboratrice di ScreenWorld.it e NPC Magazine. Della realtà mi piace conoscere la mente, il modo in cui osserva e racconta le sue relazioni umane. Del cinema mi piace l’ascolto della sua sincerità, riflesso enfatico di tutte le menti che lo creano. Di entrambi coltivo l’empatia, la lente con cui vivere e crescere nelle sensibilità e le esperienze degli altri. Nella vita scrivo, studio e mi circondo di cinema, perché penso non esista niente di più bello.