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One Piece, l’opera magna creata da Eiichirō Oda, è ormai una delle narrazioni più complesse e longeve di sempre. Il manga più venduto nella storia del fumetto, uno dei brand più redditizi al mondo, capace di contare milioni di fedeli sparsi in ogni continente. Nel corso degli anni, Oda ha stratificato la sua narrazione costruendo un world building vasto e articolato, non meno complesso e ambizioso di quello de Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien.
L’avventura è fortemente romanticizzata, richiamando un immaginario che affonda le radici nel romanticismo ottocentesco, ma a questa dimensione idealizzata si affiancano eventi, personaggi e idee che attingono alla brutalità storica della pirateria: pirati sanguinari, governi corrotti, schiavitù e violenza convivono con il sogno di libertà, creando contrasti narrativi potentissimi.

Una miscela che non poteva non esercitare una presa profonda sul lettore, capace di tenerlo legato alla storia per quasi trent’anni. Per molti One Piece è diventato un compagno d’infanzia, presenza costante che ha accompagnato la crescita di intere generazioni. C’è chi oggi lo considera un amico di lunga data, e chi arriva persino a trasmettere questa passione ai propri figli, trasformando l’opera in un’eredità emotiva e culturale.

Una mossa strategica

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One Piece, una scena della serie tv, fonte: Netflix

Quando Netflix annunciò la produzione del live action di One Piece, lo scetticismo tra il pubblico fu immediato. Un’opera troppo vasta e stratificata per essere trasposta in una serie con attori in carne e ossa, che avrebbe richiesto budget enormi e un equilibrio narrativo difficilissimo da mantenere. Eppure, il 31 agosto 2023, il colosso dello streaming rilasciò la serie dimostrando che una trasposizione era possibile. Il pubblico accolse la serie con entusiasmo: il live action, pur con i suoi limiti, riuscì a rinnovare l’opera senza tradirne l’anima. Gli ideali romantici e gli aspetti più crudi del manga rimasero intatti, anche grazie alla supervisione diretta di Eiichirō Oda. Anzi, la serie osò. Riuscì a rendere più dinamica la narrazione iniziale dell’autore che ancora era giovane e alle prime armi; trasformando un racconto talvolta lento e ingenuo, in una struttura più veloce e matura.

L’uscita del live action fu anche una mossa strategica ben calibrata. Sia il manga che l’anime avevano ormai superato il migliaio di capitoli ed episodi, rendendo l’approccio all’opera sempre più complesso per le nuove generazioni. Era, dunque, il momento ideale per proporre un nuovo punto d’ingresso, capace di avvicinare sia vecchi fan che nuovi spettatori. Se manga e anime erano tradizionalmente orientati a un pubblico prevalentemente asiatico, la serie live action era chiaramente pensata per un pubblico occidentale, in particolare,
statunitense, all’interno del quale One Piece non era mai riuscito a mettere radici profonde. Questa volta, però, l’obiettivo fu centrato. Il risultato fu un successo evidente: la serie non tradì i fan storici e riuscì, allo stesso tempo, ad ampliare la platea del brand.

Ed ecco che Netflix ha finalmente reso pubblico il trailer finale della seconda stagione. La reazione degli spettatori, almeno per ora, è positiva: l’adattamento appare fedele e curato, in linea con quanto già mostrato dalla prima stagione.

Un’eredità da affrontare

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One Piece Poster, fonte: Netflix

Ma arriviamo al vero nodo della questione, forse quello che dovrebbe farci riflettere di più: l’uscita della seconda stagione è prevista per il 10 marzo 2026. Tre anni di distanza dalla prima non rappresentano necessariamente un problema, se il tempo è funzionale a una maggiore cura dei dettagli e a una resa visiva all’altezza dell’ambizione del progetto. Tuttavia, chi conosce One Piece sa bene che non si tratta di una storia qualunque, ma di un’epopea enorme. Da quanto si può intuire dal trailer, la seconda stagione sembra fermarsi all’arco del Regno di Drum. Come i lettori più attenti sapranno, ciò significa che, con due stagioni, il live action avrà coperto poco più di un decimo dell’intera opera, che peraltro è ancora in corso.

Tradotto in termini produttivi, questo implicherebbe una serie composta da circa venti stagioni: un’ipotesi che rasenta l’impossibile, considerando che arriverebbe a coprire i prossimi sessant’anni. Netflix si è forse assicurata una serie potenzialmente immortale; ma a quale prezzo? Gli attori, con il trascorrere del tempo, invecchieranno fino a superare gli ottant’anni; gli spettatori, che si erano affezionati all’opera tramite il live action, rischiano di non arrivare mai alla rivelazione del One Piece. La domanda, a questo punto, è inevitabile: quali sono i piani per il futuro di questa serie? Un’interruzione drastica, dettata da limiti produttivi e biologici, o un’accelerazione forzata dei tempi narrativi e produttivi, che porta con sé il rischio di compromettere quella cura minuziosa che ha permesso al live action di funzionare?

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