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Quando una serie animata che racconta di sfruttamento e precarietà finisce essa stessa sotto inchiesta per presunte condizioni lavorative inadeguate, il paradosso è servito. È quello che sta accadendo attorno a Due spicci, l’ultima produzione Netflix firmata da Michele Rech, in arte Zerocalcare, uscita sulla piattaforma lo scorso 27 maggio.

Al centro della polemica ci sono una serie di segnalazioni anonime raccolte e pubblicate dalla pagina Instagram dell’Unione Italiana Animatori, che conta circa duemila follower e si occupa di informazione sulle condizioni lavorative nel settore dell’animazione. Le testimonianze, apparse in una serie di storie poi cancellate, dipingono un quadro controverso: retribuzioni minime, orari da dipendente per chi lavora con partita IVA, carichi di lavoro superiori a quanto pattuito.

Una delle segnalazioni più eclatanti parla di compensi da 6 euro lordi l’ora per un background artist, la figura professionale che si occupa di creare sfondi e ambientazioni. Un’altra denuncia ritmi di lavoro definiti “disumani“, con l’aggiunta a sorpresa di due episodi alla serie lo scorso giugno, che avrebbe portato la produzione da sei a otto puntate senza modificare né le retribuzioni né le scadenze di consegna fissate per fine agosto.

Non tutte le testimonianze raccolte sono però negative. Alcune descrivono Due spicci come una delle poche produzioni italiane che paga adeguatamente, lodando Movimenti Production per aver garantito un ambiente di lavoro rispettoso. Altri collaboratori hanno ringraziato pubblicamente i supervisori della serie per la loro disponibilità e per essersi battuti in loro difesa.

La vicenda ha assunto rilevanza politica quando il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri ha annunciato un’interrogazione parlamentare al ministro del Lavoro Marina Calderone. L’obiettivo dichiarato è verificare se la produzione abbia rispettato i trattamenti economici e normativi previsti per i collaboratori.

Dichiarazione

“Sarebbe paradossale che una serie televisiva dedicata al contrasto dello sfruttamento del lavoro desse luogo a fenomeni analoghi a quelli che denuncia” – Maurizio Gasparri

Il cortocircuito mediatico è inevitabile quando a essere chiamato in causa è Zerocalcare, da anni celebrato come coscienza critica della sinistra italiana. Antifascismo, diritti sociali, lotta alle disuguaglianze, difesa dei lavoratori: sono temi che attraversano gran parte della sua produzione fumettistica e delle sue serie animate. La distanza tra il messaggio pubblico e le presunte pratiche produttive ha alimentato il dibattito, soprattutto sui media di centrodestra.

Movimenti Production, la società che ha prodotto Due spicci insieme a DogHead Animation e che aveva già realizzato le precedenti serie di Zerocalcare per Netflix (Strappare lungo i bordi e Questo mondo non mi renderà cattivo), ha respinto categoricamente ogni accusa. In una nota ufficiale, le due società hanno definito le contestazioni “prive di attendibilità” e hanno sottolineato che provengono da un collettivo anonimo che non rappresenta alcuna organizzazione sindacale riconosciuta.

Le aziende sostengono di aver sempre operato nel pieno rispetto delle norme, dei contratti e dei diritti dei lavoratori, precisando che in anni di attività non sarebbero mai arrivate contestazioni attraverso i canali associativi ufficiali del settore. Movimenti Production ha inoltre annunciato di aver dato mandato ai propri legali di valutare azioni giudiziarie per tutelare la propria immagine, arrivando a inviare diffide ad alcuni content creator che si erano occupati del caso.

Alcune testimonianze si contraddicono tra loro. Mentre una segnalazione parla dell’aggiunta di due episodi senza modificare retribuzioni e scadenze, un’altra sostiene che il minutaggio complessivo della serie sarebbe rimasto invariato rispetto al contratto originale, con il materiale semplicemente riorganizzato in un numero maggiore di episodi. Un’altra ancora descrive una presunta pratica di Movimenti Production che avrebbe proposto a collaboratori che avevano completato il lavoro prima della scadenza di lavorare a un altro progetto, minacciando la risoluzione del contratto in caso di rifiuto.

Il contesto in cui si inserisce questa polemica è quello di un settore, l’animazione in Italia, storicamente fragile e precario. I progetti sono pochi, gli investimenti limitati, e la stragrande maggioranza degli animatori sono liberi professionisti costretti a svolgere in parallelo molti lavori diversi per mantenersi: illustrazione, graphic design, insegnamento. Per questo molti professionisti italiani di talento finiscono per lavorare da remoto per produzioni straniere o emigrano in Francia, nel Regno Unito o negli Stati Uniti, dove il settore beneficia di maggiori investimenti pubblici e sgravi fiscali.

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Figlia degli anni 2000. Amante del cinema fin da quando vide Pride & Prejudice per la prima volta. Laureata in Lettere Moderne, continua a scrivere di cinema sperando di farlo per sempre.