Il passaggio dal fumetto al grande schermo è una prassi che risale agli albori della Golden Age, ma il successo esplosivo del Marvel Cinematic Universe e la lunga ma – finalmente – proficua rincorsa della Distinta Concorrenza sembrano aver illuso che questa migrazione crossmediale sia una novità recente. Non solo i supertizi il cinema lo conoscono da molto tempo – e citiamo giusto il Batman di Burton e il Superman di Donner, per ricordare due eccellenti pioneri – ma anche altri protagonisti dei comics sono arrivati sul grande schermo. E non obbligatoriamente in virtù dei loro superpoteri, come potrebbe raccontarvi davanti un drink Gary London, il protagonista di Secret Service, o come lo abbiamo conosciuto dopo il suo passaggio Hollywoodiano, Kingsman.
Secret Service era predestinato all’arrivo sul grande schermo. In primis, perché uno dei due creatori è Mark Millar, autore che ha compreso con notevole intuito come il fumetto fosse sempre più appetibile per il cinema, tanto da siglare un accorso per Netflix affinché realizzare opere sul suo Millar-World. Consapevolezza nata durante la lavorazione della trasposizione di un suo fumetto – Kick Ass, trampolino di lancio per Aaron Taylor-Johnson e Evan Peters – assieme a Matthew Vaughn.
Secret Service, come nasce una spia

Proprio chiacchierando con Vaughn, Millar aveva iniziato a chiedersi come mani nessuno avesse mai raccontato come James Bond sia diventato tale. Anche in Casinò Royale – il primo del ciclo di Daniel Craig, non la parodia con Peter Sellers – la promozione a ‘00’ per Bond avviene rapidamente, senza pensare al suo addestramento.
Una mancanza secondo Millar e Vaughn, che ancora guardavano al Bond hi-tech e da guerra fredda dell’era Connery e Moore. Due 007 diversi, con il baronetto scozzese che rappresentava l’anima più vicina all’ideale letterarie di Ian Fleming, e Moore che strizzava l’occhio all’ironia tra il funky e il kitch che consentiva a Bond di viaggiare su una gondola hi-tech e giocare alla guerra nello spazio. Quale che sia il Bond preferito, nessuno ci hai mai svelato il suo addestramento.
Un dettaglio che ha spinto Millar e Vaughn a immaginare un futuro agente segreto di Sua Maestà arruolato non nella crème della società britannica, ma nei sobborghi di Londra.
My Fair Spy

Luoghi violenti, degradati e con scarse possibilità di offrire un futuro. Una condanna a cui sembrava destinato anche Gary London, giovane con un grande potenziale ma soffocato da una vita iniqua. Orfano di padre, Gary era costretto ad assistere alle pessime scelte della madre in fatto di uomini, una sequenza di fallimenti a cui reagiva infilandosi continuamente in situazioni ai limiti del legale.
Senza conseguenze, considerato che a salvarlo arrivava il tesserino salvacondotto dello zio Jack, burocrate del governo, che interveniva sempre a salvarlo. Almeno sino a quando la misura è colma, e anziché togliere il giovane da una situazione scomoda in attesa del prossimo casino, Jack London cala la maschera: è una superspia. E come tale, è pronto a giocarsi il buon nome per dare una chance a Gary di seguire le sue orme.
Tanto che quando un misterioso villain inizia a rapire eccentrici, attori cult e personalità del mondo dell’entertainment, i due London si mettono sulle sue tracce, intenzionati a dimostrare come la loro coppia sia perfetta per queste missioni ad alto rischio.
Parodia o origin story?

Sulla carta, l’idea di Millar e Vaughn si potrebbe considerare come James Bond in My Fair Lady. Trasformare un ragazzotto del basso proletariato in un gentleman è una sfida che viene raccontata con ironia, parodiando tutte le tradizioni del canone bondiano, dalle incredibili invenzioni di Q sino alla fama da latin lover dell’agente segreto britannico.
Una rivisitazione che in sei capitoli trasforma Gary in una perfetta spia, guidandolo non solo alla scoperta del mondo del grande spionaggio, ma anche insegnandoli ad andare oltre le concezioni classiste, deridendole prima di lanciarsi nella parodia di una delle iconiche britanniche per eccellenza.
L’ironia di Millar e Vaughn trova un perfetto interprete in una leggenda del fumetto britannico, Dave Gibbons. Assurto all’olimpo del fumetto con Watchmen, Gibbons per questo Bond parodistico addotta un tono meno serioso, con una costruzione delle scene più libera, che ricorda una visione da regista. Tutto è finalizzato alla corretta valorizzazione delle espressioni dei personaggi, ma calate in una spettacolare sequenza di azioni paradossali che estremizzano le imprese cinematografiche delle spie del grande schermo.
Dal fumetto al cinema

Secret Service è una miniserie che appassiona proprio per la vena dissacrante e parodistica tipica di Millar, capace di passare dalle rigide regole delle major supereroiche – come Civil War – a produzioni personali libere da dogmi. Un linguaggio sarcastico, pungente, virato all’estremizzazione di concetti narrativi consolidati, che non poteva lasciare indifferente il grande cinema.
Da Kick Ass in poi, gran parte delle opere di Millar sono arrivate al cinema. Nel caso di Secret Service, la sua trasposizione ha perso la patina di parodia e sarcasmo, per costruire una mitologia più articolata, basata in modo evidente e sufficientemente fedele all’opera originale.
Mentre la miniserie a fumetti era stata concepita come un unicum, il Kingsman cinematografico diventa un franchise, completo di prequel che, ironicamente, spiega come nasca questa agenzia segreta. Per quanto apprezzabile l’esperienza cinematografica, Secret Service resta un perfetto esempio di parodia fumettistica, che ha il buon senso di non volersi spingere oltre la sua ragione d’essere.
