Lucine, scintillii, rossi fiocchetti e regali (s)graditi, cene in famiglia, sorrisi e abbracci. Il Natale in occidente è tra le feste più celebri da almeno 40 anni a questa parte: sì, quaranta, non duecento, perché la sfavillante celebrazione della venuta di Cristo non si accompagnava a doni e profumo di burro. Il Natale moderno è il risultato di secoli di trasformazioni culturali, che hanno tramutato una festa religiosa in un fenomeno sociale complesso e ricco di significati.
Ciò, tuttavia, non vale per l’oriente. Che ci crediate o meno, in Giappone il Natale non è un giorno festivo: il 25 dicembre gli uffici aprono, le scuole funzionano, i treni seguono l’orario abituale. Eppure, quando arriva dicembre, qualcosa cambia anche lì: come accade in Tokyo Godfathers, la grande metropoli si accende, i negozi si vestono di rosso, le coppiette passeggiano all’ombra di alberi illuminati. È Natale, ma non è il Natale che l’Occidente conosce.
Il Natale giapponese è una festa atipica e non-ufficiale, un paradosso della religione. Eppure è profondamente sentita, intrisa di atmosfera e… romanticismo. Per capirla bisogna abbandonare l’idea occidentale, osservando come un Paese così concettualmente lontano da noi abbia preso uno dei capisaldi della nostra cultura e lo abbia trasformato in qualcosa di suo.
Dopotutto, sempre di “amore” si parla.
Missionari e grandi magazzini

Avete visto Shogun? Ebbene, nel corso della serie TV targata Disney+ vengono mostrati i missionari cattolici inviati in Giappone per ordine della Chiesa. Il Natale cristiano, dunque, invade le coste nipponiche già nel XVI secolo, celebrato da piccole comunità di convertiti, soprattutto nel sud del Paese. Ma poi, a causa del bando del cristianesimo durante il periodo Edo (1603 – 1868), la festa scompare quasi del tutto dalla vita pubblica.
Tuttavia, si sa, le tradizioni occidentali sono dure a morire, soprattutto se promosse dalla Chiesa, e il Natale ricompare alla fine dell’Ottocento, durante la Restaurazione Meiji. Citato nei testi letterari, osservato con curiosità dalle élite e, soprattutto, ritenuto un’opportunità commerciale dai grandi magazzini, la festività inizia a prendere forma. I centri commerciali si sono sfidati in vere e proprie “guerre del Natale” promozionali fin dagli anni ’50, tant’è che – ad oggi – i punti vendita lanciano in anticipo offerte e prodotti in edizione natalizia (dal panettone giapponese ai gadget kawaii).
La natività, dunque, non c’entra nulla: qui si celebra solo la modernità di una festa laica che, a partire dal secondo dopoguerra, viene “adottata” anche dai giapponesi.
Negli anni Cinquanta, difatti, nasce la Christmas cake giapponese, un dolce semplice, leggero a base di pan di Spagna, panna montata e fragole, spesso sfruttata quale momento di convivialità famigliare. Tuttavia, rispetto ai ricchi banchetti occidentali, il pasto giapponese è piuttosto semplice e – spesso – “take-away”, tant’è che negli anni Settanta inizia a prendere forma la vera e propria tradizione: il pollo fritto di KFC diventa piatto simbolo del Natale nipponico grazie alla campagna pubblicitaria Kentucky for Christmas. E, da quel momento, la festa prende una forma definitiva.
“Negli anni Settanta, KFC Japan lancia una campagna che propone il pollo fritto come alternativa al tacchino occidentale, praticamente introvabile nel Paese. L’idea funziona oltre ogni aspettativa e oggi milioni di famiglie prenotano il loro “Christmas bucket” con settimane di anticipo. Le code davanti ai ristoranti il 24 dicembre sono leggendarie, tant’è che in pochi giorni, la catena realizza una parte significativa del proprio fatturato annuale.
Questo a dimostrazione di come il Giappone costruisca nuove consuetudini non sulla base della storia, ma dell’esperienza condivisa, e il pollo fritto è diventato parte del ricordo collettivo di milioni di persone.”
Una festa senza religione, ma con tanto amore

Oggi meno dell’1% della popolazione giapponese è cristiana. Fa riflettere, dunque, l’idea che non esista un legame profondo con la nascita di Gesù, né tantomeno sante messe frequentate in massa, né riti religiosi condivisi a livello nazionale. Tuttavia, numerose tradizioni locali, come l’Oseibo (lo scambio di regali di ringraziamento aziendali in dicembre) si intrecciano con il “periodo natalizio”: difatti, il Capodanno è il “loro Natale”, festa nazionale e momento in cui si ricevono otoshidama (denaro in buste) da parenti e amici.
Questo perché, come abbiamo visto, la nostra festa è percepita come un evento culturale e sociale, non spirituale. È una celebrazione dell’inverno, della gioia, della condivisione, un momento per “sentirsi bene”, che non porta con sé obblighi familiari e aspettative di alcun tipo. È una festa che si può vivere a modo proprio, oppure ignorare senza conseguenze sociali. La celebrazione dell’amore nel suo significato più puro: convivialità, condivisione, libertà.
E se il 25 dicembre passa quasi inosservato per il popolo nipponico, la sera del 24 è il fulcro di tutto: la Vigilia è il “nostro” San Valentino, considerata dai giapponesi il giorno più romantico dell’anno. Le coppie sono costrette a prenotare i migliori ristoranti con largo anticipo, si scambiano regali, acquistano per lo più cioccolatini, torte a tema. Passeggiare alla luce delle luminare natalizie è l’unico rito obbligato: un momento speciale per le coppie, ma un dolore perpetuo per chi non ha scelto di essere single.
Rendere l’inverno più umano, meno “rigido”.

Nonostante la concezione romantica della festività, per i bambini giapponesi il Natale è un momento di attesa proprio come lo è stato per noi. Babbo Natale (Santa-san o Santa-Kurosu) esiste anche in Giappone, e molti bimbi ricevono un regalo durante la notte. Dopotutto, il Natale giapponese è specchio di un popolo che cela ai riflettori le “dolci effusioni”, in cui le coppiette si tengono per mano, certo, ma i “baci” sono sgraditi in pubblico. Di conseguenza, otterremo un evento più intimo e contenuto, soprattutto rispetto all’enfasi occidentale.
Tuttavia, se c’è qualcosa in cui il Giappone eccede sono le luminarie natalizie: qui, interi quartieri di Tokyo, Osaka, Kobe vengono ripensati per creare un’esperienza immersiva per milioni di visitatori grazie ai loro percorsi di luci. Tokyo ad esempio viene ricoperta da milioni di led, ad Osaka l’acquario Kaiyukan e i parchi cittadini sono addobbati con schermi di luci, a Sapporo inizia il White Illumination sulla Odori. Non è raro imbattersi, poi, in mercatini in stile europeo (come i Christmas market sponsorizzati dall’Ambasciata tedesca a Tokyo e Sapporo), con vin brulé a scaldare animo e corpo, personaggi anime e mascotte kawaii vestite “a tema”. Dopotutto, il Giappone è maestro delle mascotte tematiche, delle decorazioni, dunque come perdere l’occasione di vestire Pikachu da Santa-Kurosu?
Oltretutto, i parchi divertimento come Tokyo Disneyland e DisneySea giocano un ruolo fondamentale in questo periodo, proponendo eventi natalizi, parate, spettacoli che attirano visitatori da tutto il Paese. Per molti giapponesi, visitare un parco Disney a Natale è parte dell’esperienza, così come i concerti corali con la “Nona di Beethoven”, divenuta tradizionalmente un inno di festa.
Una festa commerciale, ma non vuota

È innegabile che il Natale in Giappone sia fortemente commerciale. Le aziende investono enormi risorse in pubblicità, decorazioni, prodotti stagionali, ma ridurlo a mero consumismo sarebbe superficiale.
Per molti giapponesi, il Natale è una pausa, un momento per creare ricordi, per sentirsi parte di una collettività, per vivere un’atmosfera diversa, leggera. Liberatorio, a tratti, per un popolo oppresso dal senso del dovere, dell’onore e l’obbligo della “performance”. Per un attimo, non esiste solo il lavoro, e ci si lascia fagocitare dall’aria frizzante, da un inverno luminoso, dalla gioia.
Ma se l’inarrestabile morbo del Natale ha intaccato le grandi città, non si può dire lo stesso dei piccoli centri. Pensate alle aree rurali, dove la tradizione natalizia è molto più discreta e spesso consiste in una normale cena tra amici. E anche tra le generazioni si notano differenze: mentre i giovani adulti giapponesi sono cresciuti con il Natale, vivendolo con entusiasmo, per molti anziani resta soprattutto un fenomeno culturale “importato”, non-giapponese.
Un Natale che passa in punta di piedi…

È il 26 dicembre e il Giappone guarda già avanti. Le decorazioni iniziano lentamente a sparire, l’attenzione si sposta sul Capodanno, Shōgatsu, la festa nazionale e più importante dell’anno. Un momento di pausa profonda, di ritorno alle origini e di rinnovamento spirituale. Dal 31 dicembre ai primi giorni di gennaio, il Paese rallenta: uffici e negozi chiudono, le famiglie si riuniscono, le città diventano insolitamente silenziose.
La notte del 31 dicembre, Ōmisoka, sa di casa, e molti giapponesi guardano programmi televisivi tradizionali, mangiando toshikoshi soba (spaghetti che simboleggiano una vita lunga e la capacità di “tagliare” con le difficoltà dell’anno appena trascorso). A mezzanotte, nei templi buddisti, le campane vengono suonate 108 volte (joya no kane), un rito che rappresenta la purificazione dai desideri e dalle impurità umane.
Nei giorni successivi si svolge l’hatsumōde, la prima visita dell’anno a un tempio o santuario, e si prega per la salute, il lavoro, la fortuna. Le famiglie mangiano osechi ryōri, piatti tradizionali dal forte valore simbolico, e i bambini ricevono le celebri otoshidama, buste con denaro di cui abbiamo accennato prima.
La magia natalizia, dunque, è stata già dimenticata, ed è forse questo il segreto del Natale in Giappone. Non è eterno, non dura mesi, è esente da accezioni sacre, ma dura il tempo di una sera, una passeggiata sotto le luci, un secchio di pollo fritto condiviso. Un sentore che resta anche quando le luci si spengono. Un Natale diverso, umile, ma – proprio per questo – profondamente giapponese.



