Ci sono fumetti che sono fortemente radicati all’interno dell’ambiente culturale in cui nascono. Non per una sorta di elitarismo, ma in quanto figli di una radice culturale che deve essere raccontata e spiegata, trovando anche lettori che siano pronti a lasciarsi guidare alla scoperta di nuovi orizzonti. È il caso di Fujakkà, fumetto realizzato da Vaga, che non a caso è stato presentato da Edizioni BD a Napoli Comicon 2026.
Uno scenario casuale, considerato che il fumetto ha una forte attinenza con la città partenopea. Durante Napoli Comicon, abbiamo avuto l’occasione di conoscere i retroscena dietro la nascita di Fujakkà chiacchierando con Vaga.
Vaga, Fujakkà non è solo un titolo

Inevitabilmente, il primo pensiero va al titolo del fumetto di Vaga, Fujakkà. Un titolo che rimanda al dialetto campano, in cui la pronuncia rimane un tratto essenziale della natura del racconto di Vaga
E’ nato mentre ascoltavo un brano dei 99 poste, Fujakkà appunto. Poi, ho presentato alla casa editrice la prova di progetto, insomma, e quindi anche il titolo provvisorio. E visto che i ragazzi di edizione IBD sono per la maggior parte milanesi, l’hanno letto tutti male. Quando hanno iniziato a leggerlo tutti quanti male, ho pensato, sai che c’è? Non lo cambio e gioco sul fatto che tutti lo leggeranno male questo titolo, tutti i non partenopei
Questa presa di coscienza da parte di Vaga è la scintilla vitale della sua storia. Partendo propria da quell’incomprensione legata al titolo, Vaga si è mossa per dare al suo lavoro una personalità precisa
Ho concepito un’estetica, soprattutto la copertina, ma anche le pagine interne. È stato un caso, nel senso che le pagine interne già ricordano un po’ più come stile un manga, come espressività dei personaggi. Quindi il titolo c’era, quadrava tutto, come quando i pezzettini si ricongiungono.
Abbandonare le radici

Fujakkà rimanda al concetto di ‘andare via’, un distacco dalle proprie radici, dai propri luoghi. In alcuni casi, allontanarsi dalle città natali è un atto dovuto, per quanto difficili, spesso al limite del tossico
Si può avere un rapporto tossico con i luoghi. Io ho avuto un rapporto tossico con Napoli. Più che tossico, amore e odio, ho sempre desiderato di andare via. Anche i miei amici dell’epoca, soprattutto.Tutti desideravamo di andare via, io l’ho fatto varie volte. Sono stata via da Napoli per una serie di motivi. Per la danza e così, e anche per amore praticamente. Ma alla fine scappavo, di base. E stavo male, perché via mi mancava. Quando poi ero qui, soffrivo tantissimo, quindi avevo decisamente un rapporto tossico con i miei luoghi, soprattutto con la periferia. Ho cercato anche di risanarla all’epoca, ero in un collettivo di politica dal basso. Avevamo un comitato di quartiere,provavamo a risollevare un po’ la periferia dal degrado. Facendo attività anche culturali. A un certo punto mi sono arresa.
Nelle parole di Vaga, si percepisce il profondo legame con la sua terra, per quanto conflittuale. Queste esperienze, lasciano il segno, ma possono anche essere formative, indicare un modo per migliorare la situazione, con il proprio contributo
L’ho vissuta anche molto male, come una sconfitta personale. Perché comunque ci credevo molto. Poi sono ritornata, soprattutto negli ultimi anni. Quando posso do tutto il supporto ai ragazzi e alle ragazze. Sono ancora le mie compagne. Piace molto la differenza importante fra scappare e andarsene. Sono due spinte diverse.
Tutte le anime di Vaga

Per Vaga, questa sua visione si sposa con la sua natura dinamica, animata da tante passioni che confluiscono nella sua produzione artistica. Una poliedricità che l’artista partenopea non nasconde
Io credo di essere un personaggio estremamente mutevole. Ho tantissime passioni. Mi piace tantissimo collaborare con altri artisti. E anche avvicinarmi e provare altre tecniche e arti. Dalla danza al teatro, all’animazione 2D, all’illustrazione, ecc. Ne parlavo con dei miei amici. Mi piacerebbe un giorno provare a fare qualcosa che non è proprio realistico. Probabilmente la prima volta lo farei con uno sceneggiatore. Qualcuno che possa darmi una mano. Perché non credo di essere ancora in grado di immaginare una roba fantasiva. Però mi piacerebbe. Già stavo immaginando qualcosa di estremamente splatter.
Questa sua dinamicità è figlia anche delle sue passioni, delle ispirazioni che guidano la sua vena artistica. Nella nostra chiacchierata, Vaga ricorda come siano principalmente due le ispirazioni che la guidano
Principalmente musica e film. A me piace tantissimo il cinema. Ieri ho tenuto un panel con fumetti brutti e i ragazzi di Arte Settima.Abbiamo parlato del nostro film preferito e il mio è L’Odio. Non si può manco definire il film preferito, è proprio il mio film. Quel film mi ha influenzato, c’è il rapporto che loro hanno con la periferia, che è praticamente un amore tossico. E poi c’è la pistola, che torna anche in Fuyakkà . Sicuramente i film mi influenzano, non solo come dinamiche, come storytelling, ma anche come dialoghi.
Un’influenza che non si limita a un solo fumetto, ma che porta Vaga a concepire un vero e proprio universo
Ho pubblicato con Macondo quest’altro fumetto che si chiama Fino a qui tutto bene. Anche se sono due tematiche completamente diverse, si parlano da lontano, dalla Small Press a BD si parlano. Nell’Odio, per esempio, c’è il modo che loro hanno di dialogare che è molto vero, è autentico, è come se io stessi parlando con dei miei amici. E poi tutto in una giornata, le 24 ore di questi tre ragazzi, è spettacolare.
Raccontare la realtà

Nella creazione delle sue opere, Vaga cerca sempre di ritrarre la realtà, quel nonluogo noto come periferia, spesso dimenticato e abbandonato. Un ambiente degradante, caratterizzato da una sporcizia che non è solo fisica, ma che diventa un’essenza dell’ambiente che si riflette sui personaggi, la cui rappresentazione è una costante evoluzione nei lavori di Vaga
Ho lavorato maggiormente sulle espressioni dei personaggi. Infatti, i volti dei personaggi di Fuyakkà sono molto più caratterizzati, hanno gli occhi, mentre in Dog avevano delle strisce. Ma anche sulla mimica, sia facciale che fisica.Io poi sono stata ballerina; quindi, per me i disegni si devono muovere. Lo stile cambia in Fuyaka e io sono molto contenta che accada questa cosa. Anche se all’inizio ti manda un po’ in crisi. E’ bello perché lo rende anche questo vitale. Il fumetto non è statico. Si muta come cambiano le persone.
Il richiamo alla realtà spesso citato da Vaga è un tratto essenziale della sua opera, ce lei stessa rivendica con massima trasparenza
Di base scrivo sempre roba molto realistica, cose che mi succedono. Perché io per scrivere, ma anche per disegnare e anche per colorare, io ho bisogno di vivere, cioè di uscire, di vedere gente, di farmi influenzare anche da un discorso che faccio con un amico, uno sconosciuto. Vado a vedere anche gli angoli della mia città, le cose, ma non per poi ridisegnarli, solo per avere la spinta di dire ‘ok, vado a casa, mi sento colma di esperienze vissute però’. E vado.
