Nonostante gli sforzi, non sempre riusciamo a rivederci in una storia o un personaggio. E’ innegabile, comune, normale oserei dire: non tutte le storie fanno per noi, non tutti i protagonisti e le protagoniste
Tuttavia, non è questo il caso.
Cannon, ultima fatica di Lee Lai per Coconino Press, è certamente particolare, atipico, fuori dal comune: tratta di una donna queer e della sua quotidianità, e già qui qualcuno potrebbe dirsi “no, non fa per me. Non potrò mai identificarmici“.
Sbagliato, cari lettori. Nulla di più sbagliato. E in questa intervista lucchese – nata tra le quattro mura del nostro piccolo ScreenCave – abbiamo lasciato che fosse proprio Lee Lai a spiegarci come e perché.
Ma chi è Lee Lai?

Impostasi negli ultimi anni come una delle voci più raffinate e autentiche del fumetto contemporaneo, Lee Lai nasce nel 1993 a Melbourne (Australia), ma oggi vive a Montréal, Québec, raccontando attraverso graphic novel e storie brevi la complessità dei legami umani, l’intimità delle relazioni queer e famigliari, e le sfumature dell’identità personale.
Il suo esordio con Stone Fruit, pubblicato nel 2021 da Coconino Press, è stato riconosciuto da subito come un capolavoro di sensibilità: forte di uno stile grafico essenziale ma potente, Lee Lai ha saputo raccontare la quotidianità di due donne che amano, soffrono, si cercano e si perdono, con un’intelligenza emotiva rara.
Ma più che per la tecnica, ciò che colpisce – e che vogliamo portare in luce – è la sua umanità. Emerge una persona empatica, profondamente consapevole delle contraddizioni della vita, e con una capacità straordinaria di “abitare” le emozioni. Nonostante la giovanissima età, Lee Lai tende a non idealizzare i rapporti, preferendo vivere le emozioni e i sentimenti in toto: paura, fragilità, gioia e dolore, parlando all’interlocutore con delicatezza e sincerità.
E in Cannon, nuova graphic novel pubblicata nel 2025, l’autrice conferma questa spiccata sensibilità, mostrando ancora una volta quanto sappia stare “vicina” ai personaggi: offrendo spazio alla vulnerabilità, all’incertezza, e soprattutto al rispetto profondo per le vite che racconta.
Non autobiografiche, ma quasi…

Le tue opere sono profondamente intime, ma mai autobiografiche. Non è da tutti “arrivare” al lettore e spesso si finisce per bearsi e lasciarsi cullare da ciò che c’è familiare, senza mai andare oltre i confini prestabiliti.
Vorremmo però sapere come riesci a trasformare esperienze personali, e talvolta anche collettive, in storie in cui ognuno pare in grado di rivedersi, anche solo in parte.
“è un’ottima domanda. Non sono autobiografiche in senso stretto, poiché – se dovessi parlare direttamente della mia vita – morirei di imbarazzo.
Se fosse autobiografico, dovrei scrivere di persone nella mia vita reale, e credo che mi sentirei troppo protettiva nei loro confronti. Non credo di riuscire a creare quel tipo di sincerità emotiva nel mio lavoro.
Ciò che faccio è prendere qualcosa che sia rilevante per me. Per esempio, in questo libro, una delle domande è “come si può essere realmente amico di qualcuno quando quel tuo amico non ti tratta bene?”. Tutti hanno avuto queste esperienze. ”
Amo quando i lettori proiettano le loro esperienze nelle mie storie.
“Quindi inizio a giocare con i dettagli fittizi, e penso a come posso raccontare questa storia “al meglio” per renderla emotivamente impattante. Manipolo elementi diversi, cercando di capire cosa posso prendere dalla mia vita: un certo tipo di conversazioni, di dinamiche, usandole come veicolo per “rispondere” alla domanda centrale. Così facendo spero che – anche se il lettore non sa com’è lavorare in cucina o com’è prendersi cura di un genitore malato – possa comunque far tesoro del messaggio principale. ”
Sembra quasi che tu stia “dipingendo emozioni”. Ma come si disegna un’emozione che non si riesce a esprimere a parole?
“È difficile, molto! E penso che avere un sacco di persone nella mia vita aiuti. Siamo costantemente intorno agli altri, cercando di mostrare sempre noi stessi. Ma siamo comunque tutti molto diversi, leggiamo le cose in modo diverso, abbiamo differenti backgrounds, quindi capire come gli altri si sentano è molto difficile. Dopotutto, ci sono tutti questi modi “non verbali” in cui comunichiamo, come il linguaggio del corpo, l’aspetto, il caos che abbiamo dentro. E ultimamente le mie storie ruotano sempre attorno al protagonista e a come deve cercare di scoprire queste “tracce”, indizi su se stessa. ”
Parlare di ciò che si conosce

Parliamo un attimo della tua ultima opera, Cannon. Qui la protagonista è una giovane queer cinese di seconda generazione che vive in Canada, ma com’è nata l’idea per il fumetto?
“Credo che ognuno di noi abbiamo una prima e una seconda maturità. Alla fine dei tuoi vent’anni si va verso la seconda maturità, sei bombardato da nuove domande: cosa farò della mia vita? Cosa sto facendo? Come sono diventato un adulto? Tutto ciò di cui si occupavano i nostri genitori, adesso ricade su di noi. E io ho voluto scrivere di una ragazza cinese e di personaggi queer perché fanno parte delle persone che mi circondano, sono le mie esperienze. Credo abbia senso, no? Per me è un segno di autenticità. E spero che i miei libri e fumetti aiutino i lettori queer.”
In realtà, i tuoi lavori possono aiutare molto anche le persone non queer a comprendere, ad accettare, a non puntare il dito…
“Certo! Sì, siamo tutti nella stessa situazione (di merda), no? Le persone non queer e le persone queer non sono così’ diverse, condividono gli stessi problemi, vogliamo tutti sicurezza nei rapporti. Le esperienze sono esperienze e possono essere un insegnamento sia per le persone che “sanno”, sia per quelle che “non sanno”. ”
Grazie, davvero, anche se leggendo Cannon mi sono sentita colpita nel vivo. Qui, prendersi cura degli altri sembra quasi una forma di auto-distruzione: è qualcosa che senti personalmente? In che modo?
“Sì, assolutamente sì [ride]. Ci sono tante cose in cui Cannon è diversa, ma io – come Cannon – amo mettermi al servizio delle persone, aiutare e sacrificarmi per chi fa parte della mia vita, prendermi cura di loro. Quindi, se qualcuno non ti dimostra di prendersi cura di te allo stesso modo, si crea questo rapporto di strana “co-dipendenza” da parte di entrambi… volevo esplorare questa dinamica.
Sarebbe stato facile rendere Cannon un personaggio ‘moralmente perfetto’, perché lei è così disponibile… ma spero che in questo libro ci si interroghi anche sul “tipo” di relazione che sta vivendo. Credo che lei usi il suo esser “servizievole” per evitare la parte più scomoda di se stessa, una parte che teme potrebbe essere giudicata o non apprezzata dai suoi amici. Ed è proprio in tutto ciò che mi riconosco.”
L’amore per le piccole cose

Cosa ne pensi di chi asserisce che la tua scrittura sia sì, molto intima, ma anche estremamente politica? Ti rivedi in questa descrizione?
“Negli ultimi due anni ho pensato molto alla politica e all’artista, e il mio pensiero è che il mio lavoro venga politicizzato perché coinvolge personaggi queer, o trans, ma per me queste cose sono mere esperienze di vita vissuta. Io continuerò a scrivere di questi personaggi in maniera neutrale, perché non penso di me come a “un artista politico”, bensì come una “persona politica”. Guardo sempre con sospetto all’editoria politica. Io organizzo proteste, ed è importante per me questo mio attivismo, ma voglio resti separato dalla mia arte, non voglio ottenere qualcosa dal mio impegno politico. Non voglio vincere alcun award, anche se sono libero di inserire elementi politici nelle mie storie. Voglio che la politica sia di servizio alla comunità, e il mio impegno politico non deve essere legato al mio nome ma al mio amore per il mondo e per le persone.”
Quando hai iniziato a disegnare?
“Oh mio Dio, ehm… quando avevo 3 o 4 anni, forse, e non mi sono più fermato. Molte persone mi dicevano che non era interessante ciò che disegnavo, che non gli piaceva, ma io sono una persona che non molla e ho continuato.”
Grazie per non aver mai mollato, io sono riuscita a rivedermi molto nelle tue opere proprio per questo tuo “amore” per la quotidianità, per le piccole cose, per ciò che ci circonda. E lo apprezzo, perché la vita (e l’arte) a mio parere non devono essere solo “grandi storie di eroi e cavalieri”. Tu sai di “famigliare”, di casa: cosa significa per te “casa”?
“Io amo i dettagli, amo la vita domestica, ci penso molto perché amo stare in casa, con i miei amici più stretti, amo passare del tempo insieme. Mi piace cucinare per le persone.
C’è amore in queste piccole cose, nel modo in cui offriamo qualcosa agli altri, non è solo un “verbo”. Ho osservato la mia casa, Montreal – da ben 10 anni – e la mia vita fin qui è stata tutta un “lungo processo” atto a riconoscere l’identità della mia città. Ma l’identità è costituita da tanti piccoli dettagli. – and I love that shit -”
Cosa diresti alla te bambina?

E cosa diresti alla te bambina? Se potessi parlare al te giovane, che consiglio le daresti e quale errore consiglieresti di fare?
“Ripensando agli esordi, direi alla me di 19 anni “non preoccuparti, andrà tutto bene, e rischia.”. Le direi di prendersi qualche rischio creativo, di non farsi troppe paranoie come: se avessi scritto questa storia, avrebbe funzionato? Non lo puoi sapere, a volte funziona, a volte non funziona, ma impari dalle esperienze. ”
Fallo, buttati!
“Sì! E anche se a volte odio il mio lavoro, perché sì, molti artisti odiano il loro lavoro, ciò che mi fa funzionare come artista è che amo il processo creativo. Amo scrivere, amo disegnare, riuscirei a farlo tutto il giorno, ma non sono (quasi) mai felice del prodotto finale, e questo è uno stimolo a cambiare, a fare sempre meglio. Secondo me è un segno che sto crescendo come artista.
Non amo particolarmente Stone Fruit, ma mi ha insegnato un sacco di cose, mi ha aiutato a scrivere Cannon e credo che mi abbia anche aiutato a sviluppare alcune abilità che prima non avevo. Quindi, quel che direi alla me giovane è: il nostro obiettivo è crescere.
Amerai il disegno, non ne sarai mai contenta… e va bene così!”
Scommetto che hai degli amici che ti supportano molto, il che è fantastico!
“Sì, assolutamente. Conosco molti artisti che non nutrono le loro amicizie, ma queste necessitano tempo e amore.”



