Qualcosa non torna nel nuovo titolo targato DOKU portato in Italia da Coconino Press.
Qualcosa non torna, e lo si comprende subito, nell’immediato. Leggendo la trama, sfogliando il titolo, ci imbattiamo in tavole simili, caratterizzate dal medesimo incipit: una ragazzina, la senpai, passeggia accanto alla sua sorridente kohai, tornando a casa da scuola, battendo sempre la stessa via sgombra di esseri umani. A poco a poco ci viene fornito un prologo di ciò che è accaduto lì: un tifone misterioso ha colpito la città e distrutto centinaia di case, edifici, vite. Tutto in-giusto, sì, ma il vero problema sopraggiunge solo in seguito, nel nostro presente: da quel momento in poi, qualcosa sembra essersi incrinato.
Non in modo evidente, poiché non vi sono sirene, sangue o macerie ovunque. È, piuttosto, un virus silenzioso, qualcosa che si insinua nelle fondamenta della realtà e la altera quel tanto che basta da renderla… sbagliata, inquietante. Ma la cosa interessante sapete qual è? Nessuno sembra accorgersene. Nessuno tranne la senpai.
Routine stra-ordinaria

Ogni giorno la routine della senpai è sempre la stessa: scuola, ritorno a casa, e poi – puntuale come una tassa -l’incontro con qualcosa di anomalo. Entità misteriose, esseri dalle fattezze semi-umane, deformi quanto basta per risultare disturbanti ma mai del tutto incomprensibili. Umani-disumani che si parano dinanzi alla giovane protagonista, pronti ad aggredirla, rivolgendole parole a lei incomprensibili. Parlano di annientamento, di paure, di tifoni, di ospedali. Parlano di regole infrante, di gioco, di vite passate.
Sono fantasmi, yokai, demoni, esseri terrificanti, ma ad ogni incontro la senpai tenta di razionalizzare. Quella bambina non può essere davvero morta e la sua carne non può essersi davvero deformata. Quelle scritte non possono essere davvero comparse dal nulla e la testa non può essere davvero esplosa, mozzata, il collo allungato. Ogni volta dovrebbe essere la fine per lei, no? Eppure, il giorno dopo è di nuovo lì. Intera. Funzionante. Pronta a ricominciare come se niente fosse, passeggiando al fianco di Kiryuin. Senpai immortale, appunto.
“Senpai, come guarisci in fretta!”
Domanda apparentemente innocua, ripetuta più volte dalla kohai, Kiryuin. Come se questa “normalità” narrativa fosse, in realtà, la cosa più anormale di tutte. E Kiryuin, tra l’altro, è un capitolo a parte, in quanto è lei che salva la senpai ad ogni aggressione. Interviene con una precisione e una violenza che non lasciano spazio a interpretazioni: non è umana. O, quantomeno, non del tutto. È troppo forte, troppo veloce, troppo a suo agio nel distruggere ciò che le si para davanti. E poi c’è quel dettaglio non proprio trascurabile: il suo volto ha qualcosa di felino. Non in senso metaforico, proprio letterale: come se Kiryuin fosse l’ultimo tassello di ordinarietà atto a tenere la senpai legata al mondo reale, quel mondo pre-Tifone.
E forse è per questo che la nostra protagonista non si allontana, non scappa, non si fa troppe domande (o meglio, se le fa, non ottenendo risposte). Probabilmente perché il suo cervello sta tentando di comunicarle che, in questo presente, Kiryuin è l’unica risorsa affidabile. O l’unica abbastanza forte da tenerla “in vita”, qualunque cosa significhi ormai.
Episodi brevi e coincisi

La narrazione si costruisce così, per accumulo. Episodi brevi, diretti, quasi secchi. Ogni volta una nuova creatura, un nuovo scenario, un nuovo modo creativo di distruggere la senpai. Il lettore viene catapultato nel mezzo della storia senza spiegazioni, senza introduzioni, senza appigli. E funziona, perché mentre tutto sembra casuale, qualcosa sotto traccia si muove, ma non verso una spiegazione, bensì verso una sensazione sempre più chiara: quello a cui stiamo assistendo è la nuova routine di una giovane studentessa. E la sua nuova quotidianità si tinge di orrore, un loop infinito di dolore e straniamento.
La ripetizione del trauma diventa il fulcro dell’opera, tant’è che non assistiamo a una crescita nel senso classico, non vi è escalation tradizionale. La senpai viene distrutta ogni giorno, e ogni giorno torna, senza conseguenze visibili, mentre interagisce con la sua kohai. E man mano al lettore vengono forniti sprazzi di realtà, atti a mostrarci cosa potrebbe essere davvero accaduto.
Sottile ironia e cinismo adolescenziale

A bilanciare tutto questo, però, c’è un elemento fondamentale: l’ironia. Un’ironia sottile, spesso cinica, che passa attraverso il sarcasmo della senpai e l’assurdità delle situazioni. Si ride, e anche parecchio, ma è una risata che arriva sempre un secondo dopo il disgusto, o un attimo prima del prossimo jump scare.
E ciò accade grazie ad un ritmo narrativo calibrato con precisione: tensione, rilascio, tensione. Gli episodi brevi aiutano a mantenere questo equilibrio, creando una struttura che richiama certe dinamiche da creepy pasta, ma con una consapevolezza narrativa decisamente più solida.
Il risultato? Un horror surreale e psicologico che alterna costantemente tensione e comicità grottesca, senza mai perdere coerenza, aiutato anche da disegni funzionali e ben realizzati. Il segno e la realizzazione dei personaggi richiama al maestro dell’horror Junji Ito, e la fisicità viene portata all’estremo con corpi che si piegano, si trasformano, rendendo ogni aggressione “realistica”.
Ma è davvero immortale?

Resta però una domanda, sospesa dall’inizio alla fine: la senpai è davvero immortale?
È un sogno? Un coma? Una dimensione intermedia tra vita e morte? Ha già oltrepassato il limite senza rendersene conto? Oppure è tutto nella sua testa?
Non otteniamo alcuna risposta definitiva, restiamo dentro un loop violento che, volendo, parlerebbe anche d’altro. Di adolescenza, per esempio. Di traumi che si ripetono, di incapacità di reagire, di quella sensazione di essere bloccati mentre tutto continua ad accadere comunque. In questo senso, la senpai è una vittima passiva ma invincibile. E Kiryuin? Qualcosa di più complesso, forse una guida, forse un carnefice, forse entrambe le cose. O forse è tutto un progetto che il karma ha ideato per lei: il suo inferno personale per aver fatto qualcosa di indicibile.
La senpai immortale (Fujimi no Paisen) è l’opera d’esordio di Taguchi Shōtarō, pubblicata inizialmente su Ura Sunday e Manga One per Shogakukan, e arrivata in Italia come volume unico nella collana Doku di Coconino Press. Autoconclusivo, sì, ma tutt’altro che semplice da archiviare. Un manga ipnotico, incalzante, che non fornisce alcuna risposta certa, che non ha alcuna intenzione di rassicurare il lettore. Un’opera che alterna tensione psicologica e comicità disturbante, costruendo un equilibrio che, contro ogni previsione, funziona perfettamente.



