Il tenue colore della fine è, in un certo senso, il Frieren – Oltre la fine del viaggio dell’apocalisse.
È una definizione forse semplicistica, ma durante la lettura è proprio questo il tipo di sensazione che mi ha lasciato: impotenza, solitudine, paura del futuro e – infine – una forma di catarsi.
Pubblicato nella prima parte del 2026 da Planet Manga, l’opera di Haruo Iwamune tocca corde profonde dell’animo umano, pur senza “proferire una parole”: o meglio, dicendone poche, ma giuste. Assieme alla protagonista, una “Violet Evergarden” senza gonnella, il lettore affronta le conseguenze non della guerra, bensì del periodo post bellico, quando le rovine dominano incontrastate i paesaggi e il silenzio impatta sulle vite di coloro che restano.
A raccogliere pezzi, ad accumulare cadaveri.
La ragazza immortale

Come nell’opera di Kanehito Yamada e Tsukasa Abe, anche qui l’immortalità non viene vissuta quale dono divino, ma come una vera e propria condanna.
La protagonista, Sayo Ushimitsu, è “la ragazza immortale”: una raccoglitrice di cadaveri incaricata di bruciare i resti degli esseri umani infettati anni prima da un miasma alieno, quello dei “purificatori”. Nel suo viaggio è accompagnata da Coo, una piccola creatura che ricorda un animale domestico ma che non è davvero identificabile: non è un gatto, né un coniglio, né un cane. È qualcosa di indefinito, quasi come se fosse uscito direttamente dall’immaginario del maestro Inio Asano.
Girovaga per le vie, compie il suo destino, brucia corpi colpiti dalla “cristallosi“, vivendo alla giornata. È la condanna di una vita immortale in mezzo a un deserto di cadaveri, malgrado in lei arda sempre una fiammella di speranza: trovare superstiti e portarli in salvo, nelle zone da lei precedentemente epurate. Ogni giorno uguale e diverso, un viaggio infinito, un continuo vagare che la spingono a cercare tra le macerie, talvolta inducendola a pensare di essere “davvero sola sulle Terra”.
Finché non s’imbatte in un uomo. Vivo.
Senza spoilerare oltre, Il tenue colore della fine è – a nostro parere – la vera scoperta di questi primi mesi del 2026. Il manga porta avanti la tendenza dell’editore nell’investire su opere distopiche, fantasy e fantascientifiche, un mix di generi che ritroviamo ad esempio nel recente Tower Dungeon di Nihei. Ma Sayo non è un uomo dalla forza eccezionale, bensì una giovane semi-umana frutto del genio – se così possiamo chiamarlo – umano, unico ibrido sopravvissuto agli esperimenti. Sola, dalla nascita e per sempre, nella sua unicità. E per questo incredibilmente affine all’elfa millenaria.
Bramare l’umanità

Dopotutto, Sayo e Frieren sono due vagabonde, simili eppure profondamente diverse. Frieren ha avuto mille anni per conoscere gli esseri umani e solo in seguito a una perdita atroce ha deciso di svegliarsi dal torpore emotivo in cui aveva vissuto per secoli. Sayo, invece, non ha avuto lo stesso privilegio: è nata da pochi anni, frutto di esperimenti condotti proprio da quegli umani che ha potuto conoscere solo per un brevissimo periodo, prima di doverli salutare – più o meno definitivamente. E forse è proprio qui che dovrei ricercare il motivo del corollario di sensazioni che mi ha suscitato Il tenue colore della fine, in questa differenza di approccio. Perché Sayo brama il calore dell’umanità, mentre Frieren l’ha evitata per secoli. Sayo vuole conoscere le vecchie abitudini di una società ormai in rovina, mentre Frieren non s’è mai davvero interessata a quest’ultima, pentendosene amaramente.
Ma la giovane Sayo non vuole pentirsene, lei desidera l’umanità, la cerca disperatamente, la rimpiange, spera un giorno di poter essere davvero utile e di dare un senso alla propria esistenza. Sayo si inalbera quando scopre che, solo qualche anno prima, più di 300 umani ritenuti “meritevoli” erano riusciti a salvarsi rifugiandosi in un bunker, per poi uccidersi a vicenda. Non comprende a pieno la brama di potere insita nell’arroganza umana, quell’egoismo a noi piuttosto noto. Quel desiderio di prevaricare sull’altro che, da sempre, detta legge all’interno di qualunque società, lo stesso che spinge gli esseri umani a dichiarare guerra al prossimo.
Sayo si intenerisce dinanzi alla lealtà di una cameriera robotica nei confronti del suo padrone umano, leggendo le lettere mai spedite di quest’ultimo: missive traboccanti d’amore e gratitudine, tutte dirette a quella donna che “donna” non era. Sayo si commuove dinanzi alla decisione di un superstite umano che ha trascorso gli ultimi anni a scavare sotto le macerie, avventurandosi nelle interiora del mostro che aveva divorato i suoi colleghi e amici, per poterne recuperare i corpi. E, così, dargli sepoltura, prima di decidere come e quando morire.
E, infine, Sayo ha l’occasione di contemplare la bellezza della civiltà pre-bellica attraverso le pellicole custodite in un Cinema. Lei, che quell’umanità la cerca, che calpesta la terra desolata una volta battuta da centinaia di migliaia di passi, che respira la stessa (più o meno) aria di persone ormai divenute cenere o cibo per alieni. Lei che conosce solo la vita post apocalittica, finalmente può sperimentare la vita pre-mortem grazie alla Settima Arte.
Quant’è potente il Cinema, vero?
immensità, solitudine, sfiducia

La struttura episodica ci teletrasporta in quello che chiameremmo “deserto d’intenti”, uno slice of life apocalittico che stempera la cupa sensazione di vuoto e solitudine con una dose sporadica di “quotidianità ordinaria”. Dopotutto, la vita di Sayo e Koo è questa: sveglia, colazione, lavoro, pranzo e cena. Attraverso gli occhi di Sayo, il lettore scopre man mano i motivi che hanno portato alla disfatta dell’umanità, in quanto la sdtoria non si costruisce attraverso inutili spiegoni.
Il tutto immersi in un’ambientazione sci-fi, forte di tavole che sembrano ammiccare in parte a Colorless di KENT o Blame! di Tsutomu Nihei, in grado di evocare le stesse identiche sensazioni: immensità, solitudine e una sottile sfiducia nel progresso.



