“Suonala ancora, Sam”
Esiste una frase più celebre nella storia del cinema? Un cult, come si dice sempre in questi casi, che ha consacrato Casablanca come uno dei pilastri di Hollywood. E non esiste cult che possa rimanere a lungo fuori dai radar della macchina parodistica disneyana, sempre pronta a giocare con questi mostri sacri per dare loro nuova linfa.
Un tratto che specialmente gli autori italiani hanno saputo magistralmente interpretare. Non solo quando si tratta di spaventarci con i classici horror come Frankenstein o Dracula, ma anche guardando al grande schermo. Magistrale la riscrittura disneyana de La strada di Fellini, con un Cavazzano impeccabile come sempre, maestro capace di trasformare Topolino in un attore perfetto per ogni ruolo.
Persino di ereditare il ruolo iconico di Humphrey Bogart, malinconico e disilluso sul grande schermo. La versatilità del topo è una potenzialità che necessità di un tratto capace di cogliere le sue espressioni e modellarle attorno al tono narrativo, giocando non solo sulla parodia ma anche lasciando emergere tratti solitamente lontani dalla tradizionale caratura di Topolino.
Un Topo cinematografico

Forse per questo, durante una cena fu proprio Vincenzo Mollica a suggerire al maestro Cavazzano questa riscrittura disneyana di Casablanca. In un periodo in cui il cinema a suo modo aveva stimolato fantasiose parodie come per La Trilogia della Spada di Ghiaccio, cimentarsi con un cult come Casablanca avrebbe potuto spaventare, ma al contrario Cavazzano non si lascia intimorire. Anzi, si lancia totalmente nella storia, tanto da sceneggiarla in prima persona, supportato poi da Rudy Savagnini.
Ed ecco che Topolino diventa un personaggio noir, calato in un’atmosfera insolita. Cavazzano adatta magnificamente le tensioni emotive e romantiche di Casablanca in una storia che sia divertente ma che non tradisca l’originale, realizzando una cinquantine di tavole che dietro un umorismo classico e godibile ancora oggi, lasciano trapelare una visione adulta del mondo.
Già nelle prime scene, un arresto di un dissidente viene ironicamente eseguito davanti a un manifesto che recita che ‘La libertà è democrazia’, motto rapidamente liquidato da un gendarme
“E’ solo pubblicità, sapete?”
Questo umorismo è una costante all’interno della storia, capace di nascondere dietro una risata una verità graffiante, tanto da caricaturare un certo dittatore al fianco del villain della storia – immancabile ruolo cucito su Gambadilegno – o di scherzare con il lettore usando l’ingenua vis narrativa di Pippo. Tanto da sfondare la quarta parete, quando gli viene fatto notare che il suo pianoforte è privo di alcuni tasti
“Nessun problema! Tanto non so suonare! Sapete, in questo film interpreto la parte di Sam il pianista…e, naturalmente, sono doppiato!’Regista
Spiazzante e geniale, ma anche indice di come Cavazzano abbiamo concepito questa avventura come un vero e proprio omaggio al grande schermo.
Dal grande schermo al fumetto

‘Questo fumetto ha un taglio cinematografico’ è un abuso che ricorre spesso in certa critica fumettistica, ignara di come i due linguaggi siano governati da regole e stilemi differenti. Cavazzano mostra di essere un virtuoso del fumetto, assimilando le atmosfere del film e non forzando una pedissequa riproduzione, ma adattandole al linguaggio fumettistico
Basterebbe citare la parentesi di struggente in cui Mick legge la lettera d’addio di Milly, sotto la pioggia, con la carta bagnata dalle gocce, momento commovente reso più leggero dalla presenza di Pippo, il cui cappello rovescia la pioggia proprio sulla lettera. Un mosaico emotivo in cui romanticismo, ironia e gusto retrò trovano una potente sintesi, con Topolino a chiudere questa sequenza come un vero personaggio noir.
Cavazzano trasmette questa vena di narrazione retrò scegliendo una colorazione a mezzatinta, in cui le scale dei grigi richiamano al cinema anni Quaranta, consentendo al maestro veneziano di realizzare vignette in cui i personaggi si muovono come ombre, sempre in occasioni in cui la storia assume i toni più grevi ed adulti.
Date un Oscar a quel Topo

Torniamo quindi alle doti attoriali di Topolino, quel trasformismo che nelle mani di Cavazzano diventa pura arte. Il Mick di Casablanca sa emozionarci con un tempismo comico venato di cinismo impeccabile, sostenuto da una recitazione corporea che lo rende sempre credibile. In principio personaggio apparentemente disilluso e disinteressato di quanto lo circonda, tanto che sarà poco elegantemente presentato dal capitano Basault
“Oh! Mick è molto neutrale su tutto”
Eppure, l’arrivo del passato, con le delicate fattezze di Minnie, riaccende in lui un interesse verso una vita che pareva condannata a una inarrestabile inerzia. Cavazzano racconta questo evolversi di vite e situazioni con una vena a tratti malinconica, ma mai soffocante, con i giusti tocchi di leggerezza affidati ai personaggi disneyani, utilizzati con intelligenza come fossero maschere della commedia dell’arte.
Alcuni, come Pippo, riescono ad avere una maggior vitalità proprio in virtù della loro natura di elementi di rottura, altri come Gambadilegno o Basettoni sono cristallizzati nel loro ruolo, incastrati nel loro ruolo e privi di sorprese.
Attori su pagina

La lettura del Casablanca di Cavazzano è un un’emozione continua, con un finale in cui si scherza con l’originale cinematografico, che qui viene gentilmente accantonato con un battuta – ‘Mi pare che il finale dovesse essere un altro’ dirà il capitano Basault – in favore di una rilettura più leggera.
E non poteva chiudersi diversamente che con un’ultima tavola in cui si torna ai rispettivi ruoli, in cui il Topastro e i suoi amici si rivolgono direttamente ai lettori, per un momento insolito: condividere il divertimento.
“E tu, Orazio, ti sei divertito?”
Sei vignette conclusive in cui Cavazzano ci porta a condividere il divertimento con i protagonisti, a vivere la loro esperienza, che è anche la nostra. Fortunatamente non come quella di Gambadilegno, che come sempre finisce con un bel bernoccolo. Zirconiano, ovviamente.



