Se pensate che fumetti, romanzi e sceneggiature seguano regole precise e inviolabili, non avete ancora letto nulla di Adriano Barone. È un autore camaleontico, con i piedi ben saldi a terra, ma la voglia di indurre lo spettatore e il lettore a riflettere. Che si tratti di una distopia post-industriale o dei problemi esistenziali di un giovane, ciò che racconta ci riguarda, sempre, e ci scuote. Eppure, dietro lo stile diretto e talvolta affilato, c’è un cuore che non ha paura di mettersi in gioco, di attraversare le zone d’ombra, di raccontare con urgenza l’inquietudine e il desiderio, la rabbia e la meraviglia.
Distopismo, manga, fumetto d’autore, passando per il teatro, il romanzo e il cinema, Barone è un autentico alchimista del racconto contemporaneo. Ha collaborato con nomi di rilievo quali Massimo Dall’Oglio, Fabio Guaglione e Fabio Babich, firmando opere che vanno da L’Era dei Titani a Bugs – gli insetti dentro di me, da Agenzia X Zentropia a Ride – Il gioco del custode.
Premiato, amato e discusso, Barone continua a rompere gli schemi – anche quelli narrativi – con una scrittura stratificata e profondamente coinvolgente. In questa intervista, entriamo nel suo laboratorio narrativo, partendo dalla sua ultima storia breve scritta per Manga Issho e Star Comics: la dolcemente crudele Not Yet.
Come sarebbe stato raccontare uno shojo ma con relazioni emotive e sentimentali… occidentali?

Partiamo dall’ultima delle tue opere. “Not Yet” è una storia che colpisce dritto al cuore, un racconto di poche parole, ma che riesce a parlare di insicurezze e relazioni: perché cambiamo quando qualcuno entra nelle nostre vite? Da lettori, ci si riesce ad immedesimare senza sforzo, si avvertono le emozioni dei personaggi. Quando accade ciò, tuttavia, sono più che convinta vi sia un motivo: permettimi – dunque – una domanda scomoda, ma quanto c’è di autobiografico in questo racconto e cosa ti ha spinto a scriverlo proprio ora?
“La prima motivazione che mi ha portato a scrivere “Not Yet” in realtà è tecnica. Provo a spiegarmi. Da anni studio e cerco di comprendere i meccanismi narrativi dei manga e ad applicarli in tutto o in parte a quel che scrivo (anche se sono giunto a temere che senza lavorare direttamente con un editor giapponese sia impossibile).
Ho sempre letto manga destinati a diversi target: shonen, shojo, seinen. Pur adorando gli shojo, ho sempre trovato difficoltà a provare empatia con personaggi che per regole sociali e culturali diverse non riescono ad esprimere in nessun modo i loro sentimenti e hanno estreme difficoltà a gestire un contatto fisico, per non parlare dell’intimità. Quindi mi sono detto come sarebbe stato raccontare uno shojo ma con relazioni emotive e sentimentali… occidentali? Italiane? E così “Not Yet” parte da una scena che negli shojo non vediamo mai: i protagonisti hanno appena finito di fare l’amore. Ma la possibilità o la facilità di un’intimità più profonda non risolve i dubbi o le angosce sentimentali (o esistenziali). E anzi non aiuta per forza a raccontare quello che si agita nella testa di una persona. Credo. Non so, forse sto dicendo banalità.
Non so quanto ci sia di autobiografico: dopo il divorzio posso dire che nella mia vita sentimentale mi sono confrontato spesso con persone in teoria adulte a livello anagrafico, ma estremamente immature a livello emotivo, cosa che mi ha fatto porre tante domande a cui non ho risposta. Ma raccontando una storia di post-adolescenti, mi sono basato su storie e racconti di persone più giovani che conosco, e ho tentato di raccontare qualcosa di interessante e -spero- attuale. Ma se ci sono riuscito, non lo so. Tuttavia ho l’impressione che l’incomunicabilità sia diventata transgeografica e transgenerazionale, e forse questo mi ha reso più facile scrivere questo one-shot.” – A. Barone
Il vissuto interiore (e non solo) di lui è sicuramente più complesso di quel che appare
Nessuna banalità, credo in realtà tu sia estremamente empatico, e questo spesso è una condanna. Nell’opera si percepisce una forte tensione emotiva, seppur – come accennavamo prima – condensata in pochi, precisi vocaboli, proprio al centro del one-shot. In tal caso, ci racconteresti come hai lavorato con la disegnatrice per rendere visivamente concetti così profondi in uno spazio condensato?
“Non saprei come rispondere. Nel senso, ho cercato di lavorare come si lavora in un manga. Prima abbiamo creato i personaggi: sapevo chi era lui e conoscevo un po’ lei, ma ho chiesto a Maria Chiara di contribuire a creare il carattere della protagonista femminile. Per esempio, il fatto che la protagonista pratichi arti marziali nasce da un suo suggerimento.
Da lì in poi, ho cercato di fare quello che si fa nei manga: ho messo i personaggi nel loro ambiente e li ho lasciati interagire. E hanno interagito.
Poi mi sono permesso di fare una cosa che non credo che venga notata se non alla seconda o terza lettura: ho lasciato degli indizi su quello che sta passando lui senza comunicarli esplicitamente (proprio come farebbe il protagonista). Dato che non è spoiler, lo dico: all’inizio lo vediamo che esce dagli allenamenti di uno sport di squadra… ma nel corso della storia non lo vediamo più in tenuta sportiva. E in una delle ultime vignette si vede benissimo che lui ha un tutore al polso. Perché? Cosa è successo fuori scena? Tra i due, è lei sicuramente ad avere ragione, ma il vissuto interiore (e non solo) di lui è sicuramente più complesso di quel che appare. Chiaramente il problema è che il protagonista non lo racconta/non lo ha raccontato a nessuno, tantomeno a lei. Altrettanto chiaramente si tratta di qualcosa che gli è successo per colpa del suo modo di fare. Eppure, forse per imbarazzo, forse per senso di colpa, non riesce a parlarne.” – A. Barone
Venti pagine sono poche
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Hai mai lavorato ad altri one-shot? Quali sono i pro e i contro nell’affrontare opere così brevi?
“Sì, ho scritto altri one shot ma scrivere un manga che possa essere anche potenzialmente il pilota per una serie, come in Manga Issho, credo che sia una delle prove tecniche più difficili con cui confrontarsi. So che avrei potuto chiedere eventualmente di scrivere una storia in 40 pagine, divisa in due parti, e teniamo conto che gli episodi pilota dei manga durano il doppio o il triplo della lunghezza media di una storia. Ma mi sono imposto di stare sempre nelle 20 pagine e al contempo di non cedere a trick tipici da fumetto occidentale e di raccontare sempre in modo manga.
Il contro è semplicemente che 20 pagine sono poche.” – A. Barone
Temo che in occidente confondiamo la semplicità con la banalità
Sfogliando il tuo curriculum, risalta subito una certa versatilità. Hai firmato opere che hanno ottenuto riconoscimenti in Italia, Giappone e USA, ma che differenza hai trovato nel raccontare emozioni per pubblici così diversi? “Cosa” ti ha insegnato confrontarti con il linguaggio e la struttura del manga rispetto al fumetto occidentale?
“Ti dico la verità: il manga mi ha fatto capire che in qualsiasi tipo di narrazione può esistere un modo molto diretto e semplice di raccontare sentimenti universali. Temo che in occidente confondiamo la semplicità con la banalità: vogliamo sempre essere “cool”, col risultato che spesso nella narrazione non siamo “fighi”. Siamo freddi.
Per fare un esempio, nelle mie storie Bonelli inserisco sempre dei confronti tra personaggi in cui questi cercano di capire cosa abbiano in comune e cosa no nelle loro vite, e come da queste differenze e queste analogie vivano le avventure con cui hanno a che fare. Qualche lettore si è accorto che questa cosa nei fumetti Bonelli praticamente non è mai stata fatta. Anche creare un drive e un fatal flaw molto diretti, e ancora, molto semplici, aiuta a dare spessore. Ricordo che Carlo Recagno, leggendo il finale di Martin Mystère/Nathan Never, fu molto colpito dalla frase finale pronunciata dal villain. Mi disse qualcosa del tipo: “Che strano. La frase che pronuncia è molto semplice, ma l’effetto è molto potente.” E io tra me e me ho pensato: “Certo. Perché è così che si fa nei manga.”” – A. Barone
Se racconti un personaggio risolto… non stai raccontando storie.

E ti ringrazio per questo, da fan del medium e appassionata! Ebbene, nel corso della tua carriera hai spesso dato voce a outsider, personaggi in crisi. C’è qualcosa che ti attira maggiormente in queste tipologie di figure rispetto agli eroi “classici” alla Captain America?
“In realtà il povero Capitan America è in crisi da quando è stato scongelato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Penso banalmente che se racconti un personaggio risolto, o che ha già compiuto il suo arco di trasformazione, a parte storie particolari come “Locke” di Steven Knight… non stai raccontando storie. Gli outsider, i loser… penso che siamo noi, la crisi è la nostra condizione permanente. Mi sembra l’unica cosa interessante da raccontare.” – A. Barone
Non una risposta univoca
A proposito di opere “vintage”: qual è stato il tuo colpo di fulmine? Quale volume o film ha fatto scattare in te la necessità di realizzare a tua volta opere indimenticabili?
“Non sono sicuro di poter rispondere in maniera univoca. Probabilmente la dieta di infiniti titoli anime che ho visto da bambino ha contribuito in maniera definitiva a indirizzarmi su questa pessima strada. Di seguito penso siano stati, a distanza molto breve: i fumetti Bonelli, i supereroi americani, e i manga. Ma col tempo mi sono convinto che i manga siano l’espressione perfetta del medium fumetto. Almeno secondo la mia sensibilità.” – A. Barone
Big concepts, short lines

A questo punto, è inevitabile per noi chiederti: c’è qualche autore o sceneggiatore a cui ti sei ispirato nel corso degli anni?
“Complicato. All’inizio della mia carriera, sicuramente Hideaki Anno con Evangelion e David Lynch, ma stilisticamente anche il Raymond Carver editato da Gordon Lish. Mano a mano che sono diventato professionista, ho sempre tenuto a mente la lezione di Warren Ellis (che personalmente riassumo nella formula “big concepts, short lines”) e di Russell T. Davies, che ha rilanciato Doctor Who nel 2005. Negli anni si sono aggiunti i dialoghi di Bendis, la composizione della pagina di Dino Battaglia e di Attilio Micheluzzi, e poi sempre di più, alcuni elementi dai manga. Nel frattempo ha cominciato a infastidirmi la rigidità strutturale del cinema e delle serie tv hollywoodiane (fino ad arrivare a testi come “Save the cat” a cui darei fuoco, tanto è beceramente formulaico). Però ormai è tutto talmente amalgamato che forse ho “un mio stile” che semplicemente cambia a seconda di quel che devo raccontare. Mi ricordo che una volta Warren Ellis per fare un complimento a Greg Rucka disse che era lo sceneggiatore più “ego-less” che conoscesse. Ecco, io vorrei essere così. Uno scrittore senza ego, che sparisce dietro alle sue storie. “Il Grande Fratello ti guarda. Impara a diventare invisibile”, diceva Grant Morrison.” – A. Barone
Il mio mostro sono le mie ambizioni
In “Not Yet” il vero mostro è forse il dubbio. Perdonami nuovamente la domanda un po’ audace, ma: qual è, ad oggi, il tuo personale “mostro” da combattere come autore? Hai mai pensato che la scrittura possa avere un che di terapeutico – per te o per chi legge?
“Oh, non ci sono mostri, da tempo. La scrittura ha avuto un ruolo vagamente terapeutico forse nei miei primi 3 anni di carriera. Poi se hai problemi, meglio andare in terapia (come ho fatto) e cercare di sistemarti, nei limiti del possibile.
Probabilmente il mio mostro, attualmente, è che le mie ambizioni sono molto superiori al mio talento: sono molto lontano dagli obiettivi che mi sono prefissato a inizio carriera (direi che restano irraggiungibili) e il tempo continua a passare impietoso, ma almeno questo mi dà una spinta a continuare e a provare a scrivere cose nuove, in media sempre diversi, in mercati sempre diversi. Forse il mio mostro sono io che dopo ogni passo di carriera in avanti che compio mi dico: “Non è ancora abbastanza.”” – A. Barone
Il cruccio condiviso dei titoli

Secondo me sei troppo severo con te stesso, ma sarà materia di un’altra chiacchierata (se dovessi averne voglia!). Tristemente, siamo giunti alla fine di questa intervista e, dopo averti posto tutte queste domande, una curiosità mia: perché proprio “Not Yet”?
“In realtà la storia non aveva titolo. Trovare titoli per me è sempre un dramma. Davide Morando, che assieme a Federica di Meo ci ha fatto da editor, mi chiese: “La storia è finita?” E io risposi: “Not yet.” Lui mi chiese: “È il titolo?” Pensandoci, mi convinsi che era quello giusto.
Sai quei momenti che se li racconti non ci crede nessuno? Ecco, puoi non credermi ma è andata esattamente così.
“Not yet” è riferito al protagonista maschile. Se la storia venisse serializzata, soffrendo molto, se lui volesse cambiare potrebbe vivere un percorso in cui potrebbe finalmente essere pronto. Ma lo dovrebbe fare da solo, senza coinvolgere altre persone. E se fossi in lei, starei alla larga da uno così problematico finché non si mette a posto. Il protagonista è un essere umano che intellettualizza tutto, troppo, senza curarsi delle conseguenze che questo può avere sugli altri. Come hai notato prima, è un personaggio in crisi permanente. Ma a differenza di Gendo Ikari, che secondo Ristuko Akagi “Non è molto portato per vivere”, il protagonista è giovane. Può ancora cambiare, ma come dicevo prima, deve volerlo fare: e allora comincerà a vivere davvero. Ma così com’è ora, no. Non ancora.” – A. Barone



