Nella storia del cinema ci sono titoli che colpiscono sin dalla prima volta; altri, invece, rivelano solo col passare degli anni la loro reale portata culturale. Zootropolis, uscito ormai dieci anni fa, è entrambe le cose. Il capolavoro di Byron Howard e Rich Moore si presta a una lettura che va oltre l’etichetta del prodotto dell’infanzia, inserendosi nella tradizione di cinema popolare capace di farsi strumento di analisi sociale.
Rivedere oggi un film d’animazione di un decennio fa significa metterlo alla prova del tempo – lo stesso criterio con cui si giudicano le opere che ambiscono a qualcosa di più della semplice attualità. Ecco i principali motivi del perché dieci anni fa usciva uno dei più grandi capolavori prodotti da Walt Disney Company in tutta la sua storia.
Un’animazione al passo coi tempi

Diciamo la verità: il primo approccio di Disney con l’animazione in 3D non è cominciato proprio benissimo. All’alba del nuovo millennio la casa del topo ha cercato in tutti i modi di ottenere il successo della Pixar e della Dreamworks Animation, che in quegli anni spiccavano rispettivamente per Toy Story e Shrek. Infatti, film come Chicken Little o I Robinson, che sono usciti nei primi anni duemila, non vennero particolarmente apprezzati dal pubblico.
Il primo utilizzo di Disney dell’animazione 3D appartiene a una fase storica di grande incertezza produttiva, in cui la tecnica appariva più come un adattamento alle nuove tendenze. È solo con il passare degli anni che il 3D smette di essere un semplice esperimento tecnologico e riesce a tutti gli effetti a integrarsi con la tradizione narrativa dello studio. E infatti, Zootropolis rappresenta un punto di arrivo: la città del titolo è a tutti gli effetti un luogo simbolico dove l’architettura e il clima rendono chiara e convincente la società che il film vuole presentare al grande pubblico.
La maturità di Disney nell’utilizzo della nuova tecnologia si poteva già intuire nel 2013, dopo il successo di Frozen: Il Regno di Ghiaccio, ma qualche anno dopo è più che mai evidente: l’animazione 3D passa da essere una semplice novità a vero e proprio linguaggio cinematografico in grado di sostenere temi e narrazioni profonde.
Uno specchio dell’attualità

A rendere Zootropolis grandioso è il modo in cui viene trattato il tema della diversità, arrivando a renderlo immediatamente visibile allo spettatore. La città si presenta come uno spazio dove diverse specie convivono pacificamente, ma questa convivenza può sgretolarsi molto facilmente. Le differenze tra erbivori e carnivori vengono accettate solo finché non generano paura nell’ordine pubblico, mostrando tutta la fragilità di questa inclusione delle specie. È un meccanismo che richiama dinamiche molto presenti nelle società del mondo contemporaneo, dove il diverso diventa un capro espiatorio nei momenti di difficoltà.
Il film utilizza la distinzione tra prede e predatori per parlare di razzismo in modo chiaro ed evidente. Ciò che rende Zootropolis particolarmente efficace è il fatto che il razzismo non si attribuisce ai soli personaggi apertamente negativi e, al contrario, il film mostra come anche chi si considera aperto e tollerante possa cadere nel pregiudizio, spesso senza rendersene conto. In questo modo, la narrazione invita a una riflessione collettiva, trasformando un racconto apparentemente semplice in uno specchio di contraddizioni del nostro presente.
Tra passato e presente

In passato, la Walt Disney Company ha già trattato queste tematiche. Infatti, se pensiamo a capolavori come Dumbo o La Bella e la Bestia, questi titoli hanno come protagonisti individui respinti dalle loro rispettive comunità, ma il tema del diverso si presenta in modo molto indiretto agli spettatori. Nel 2016 si compie un passo in avanti a livello narrativo perché, a differenza delle produzioni precedenti, il razzismo non è più un problema individuale, ma una faccenda che riguarda un’intera società. La discriminazione di Zootropolis nasce da un sistema che vive grazie alle paure del prossimo e a stereotipi condivisi, arrivando perfino a influenzare il linguaggio dei media. In questo senso, il discorso del pregiudizio passa dal piano morale a quello sociale e politico, arrivando a essere molto più complesso.
Il film di Howard e Moore segna una svolta nella produzione disneyana, tanto da portare all’uscita di un sequel da record nel 2025. E questa è la dimostrazione di come l’avanzamento della tecnologia e la maturità nell’affrontare tematiche attuali possano rendere il cinema d’animazione un mezzo per comprendere in maniera più incisiva le grandi sfide che ci impone quotidianamente la realtà contemporanea.



