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Ci sono dei momenti nella storia del cinema che rappresentano dei punti di non ritorno. Quando esce un film e una star viene lanciata comincia un mito e quel mito rimane leggenda, a prescindere dalle opinioni contrastanti. È il caso di Top Gun, uscito ormai 40 anni fa nelle sale, che ha fatto passare Tom Cruise dall’essere un normale ragazzo americano a vero punto di riferimento per chiunque voglia approcciarsi al cinema d’azione.

Da quando il personaggio di Maverick venne presentato al grande pubblico, in tantissimi hanno deciso di diventare attori o addirittura di iscriversi alla marina per diventare dei piloti dell’aviazione americana. Ancora oggi ci si chiede cosa renda il capolavoro del compianto Tony Scott un film così importante. In occasione dei 64 anni della sua star, cerchiamo di capire quali sono i motivi principali che rendono Top Gun un cult intramontabile.

Un’estetica senza precedenti

Val Kilmer
Val Kilmer nei panni di Iceman, fonte; Paramount Pictures

Due anni prima dell’uscita di Top Gun, nelle sale esce C’era una volta in America di Sergio Leone. Quel film, destinato a cambiare la storia del cinema, inizialmente non ha un grande successo, ma una cosa che rimane impressa nella mente degli spettatori (oltre al complesso triangolo tra i protagonisti) è la maniacale cura dei dettagli con cui il regista della trilogia del dollaro mette in scena l’epopea. Questa lezione del regista italiano viene presa anche da americani e inglesi, come nel caso del fratello di Ridley Scott.

Ogni volta che si guarda Top Gun si può sentire il calore del sole, il caldo delle cabine di pilotaggio e perfino il materiale con cui sono fatti gli F-14, che sono stati presi in prestito dalle forze armate statunitensi impegnate a monitorare le azioni dei regimi sovietici nell’est europeo. Anche se a livello narrativo qualcosa può non convincere, lo spettatore rimane comunque dentro l’universo creato dal regista inglese sentendosi un pilota da caccia pronto a dimostrare agli altri di valere qualcosa.

E questo è grazie alla straordinaria fotografia di Jeffrey L. Kimball e allo spettacolare sonoro, che creano un mondo dannatamente realistico pur essendo di un universo di finzione: si ha l’impressione che gli stessi aerei da combattimento siano dei veri e propri esseri viventi, che respirano profondamente prima di decollare, che esultano quando accelerano e che addirittura sanguinano quando vengono colpiti dai missili. Con questa cura dei particolari gli stessi F-14 diventano dei veri protagonisti in grado di avere una presenza scenica al pari dei loro piloti.

Un protagonista da manuale

Maverick
Tom Cruise nei panni di Maverick, fonte; Paramount Pictures

Fin dai primi minuti successivi al prologo, lo spettatore fa la conoscenza di Pete Mitchell, detto “Maverick”. Vediamo un giovane pilota dai capelli bruni e dal sorriso smagliante, che inizialmente appare arrogante; sapendo guidare un F-14 cerca di dimostrare a tutti quanto è abile rompendo le regole imposte dai superiori e non si ferma di fronte a niente. Ma quando una tragedia arriverà a colpirlo dimostrerà di essere il migliore di tutti pur riconoscendo i limiti da non superare nel combattimento aereo, che è molto più pericoloso di quanto egli immagina.

Il personaggio di Tom Cruise incarna perfettamente la figura del giovane intelligente e astuto che se ne frega dei dogmi reaganiani imposti dai suoi superiori; comincia arrogante e inarrestabile, finisce diventando audace e più consapevole dei rischi del mestiere, a maggior ragione dopo la scomparsa di un amico durante un addestramento aereo. Maverick va incontro a un’evoluzione della sua personalità e allo stesso tempo ci fa credere nel potere del credere in noi stessi e di seguire il nostro istinto, regalandoci una lezione di vita che forse ci serve in una quotidianità che ci fa vivere di grandi incertezze.

Questo è un aspetto che è stato fortemente criticato perché, a detto di alcuni, è un’esaltazione dell’edonismo reaganiano degli anni ’80. Ma in realtà, fin dai primi minuti, dopo che lo spettatore assiste a una quasi tragedia si intuisce perfettamente che l’obiettivo del film di Tony Scott è completamente diverso. Anche perché se Top Gun esaltasse i principi del conservatorismo di Ronald Reagan non avrebbe mai avuto uno dei finali più epici del cinema action, nel quale il protagonista raggiunge una maturazione pur senza stare troppo attaccato agli ordini che gli vengono dati da ammiragli e dirigenti.

Una musica che diventa narrazione

Maverick e Charlie
Tom Cruise e Kelly McGillis in una scena del film, fonte; Paramount Pictures

Di recente la produttrice dei film di James Bond, Barbara Broccoli, ha ribadito l’importanza di avere una colonna sonora che accompagni lo spettatore nel corso della vicenda. E ci sono dei casi nella storia del cinema in cui le musiche diventano una vera e propria icona; Top Gun appartiene proprio a questa categoria. I brani come Danger Zone di Kenny Loggins accompagnano le scene e ne ampliano il ritmo, la tensione e il coinvolgimento emotivo; così facendo la musica diventa il motore dell’azione durante i combattimenti aerei e, allo stesso tempo, il cuore pulsante dei momenti più intensi e introspettivi, contribuendo a definire l’identità del film.

A quarant’anni dalla sua uscita nelle sale basta ascoltare le note di Take my breath away di Berlin o quelle di Harold Faltermeyer per essere catapultati nella cabina di pilotaggio di Maverick e di Goose. E basta sentire quelle note per ricordare la leggenda di Tom Cruise che, successivamente, ha portato alla realizzazione di un seguito di maggiore successo nel 2022 e un terzo capitolo attualmente in lavorazione.

Questo successo che fu e che rimane tutt’ora Top Gun ci ricorda che da una semplice scelta di casting può nascere un’icona che probabilmente non verrà mai dimenticata, perché il grande cinema è anche questo: creare un punto di riferimento destinato a entrare nell’immaginario collettivo.

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Mi chiamo Lorenzo Manca di Nissa. Nato a Cagliari il 17 agosto 2002 e da sempre un grande appassionato di cinema. Spielberg e Nolan mi hanno cresciuto e formato. Diplomato al Liceo Classico Motzo di Quartu Sant'Elena e laureato in Lettere all'Università degli Studi di Cagliari. Autore del romanzo fantasy "La Corona del Gufo".