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Nella cornice del Comicon di Bergamo 2026, svoltosi dal 26 al 28 giugno alla Fiera di Bergamo abbiamo incontrato Luca Negri, fumettista novarese noto anche come Regular Size Monster, per parlare del suo ultimo lavoro: Fat Lobster, pubblicato da Edizioni BD e presentato in anteprima al Salone Internazionale del Libro di Torino lo scorso maggio.

Fat Lobster è una spy story ambientata nel Brasile degli anni Settanta, in piena dittatura militare. Il protagonista è Andrea Criminali, giornalista italiano inviato a San Paolo per un reportage su una mostra d’arte, che si ritrova suo malgrado al centro di una cospirazione che intreccia riciclaggio di denaro, contrabbando di una misteriosa pellicola cinematografica e, dettaglio non trascurabile, un’aragosta presente nei momenti chiave della storia. Negri è l’autore di Storie di uomini intraprendenti e di situazioni critiche, vincitrice del Premio Boscarato 2018, e di Controspionaggio — Sull’ascesa e la caduta di Viktor Gaplinsky, broker.

Lo incontriamo poco prima di un suo firmacopie

C’è un filo che tiene insieme i tuoi lavori, o ogni volta riparte da zero?

C’è un filo che collega Storie di uomini intraprendenti a Fat Lobster. Perché in Storie c’è un racconto breve che è rimasto lì per tanto tempo, una specie di preambolo. L’ho riletto di recente e mi era piaciuto talmente tanto che ho deciso di ampliarlo e farci un’intera storia ad ampio respiro. Non serve leggerne uno per capire l’altro. A parte questo, mi piace semplicemente quell’estetica, mi piace il genere del noir, lo spionaggio, e quindi automaticamente quasi tutto quello che faccio finisce per essere un racconto noir o spionistico.

Il Brasile degli anni Settanta è un’ambientazione precisa. Negli ultimi anni al cinema abbiamo visto Io sono ancora qui e L’agente segreto muoversi in territori simili. C’è uno zeitgeist comune?

Un frame dal film Marighella
Un frame dal film Marighella

Non ho avuto influenze da quei film, nel senso che quando ho iniziato a scrivere questa storia era appena uscito un film su Marighella, il poeta, interpretato da Seu Jorge. In quel periodo ascoltavo un sacco di samba, un sacco di quella musica. Seu Jorge ha fatto un bellissimo album tributo a David Bowie, tutto cantato in portoghese. E il film che vedevo, su cui mi ero fissato, era questo Marighella, preceduto dal più vecchio City of God, un altro bel film sulle favela brasiliane, super dinamico, super pazzo. L’insieme di tutte queste cose mi ha portato a fare questo fumetto. Sono attratto da quel periodo principalmente perché è estremamente conflittuale e quando racconti una storia, ambientarla in un periodo conflittuale ti aiuta. Hai sempre qualcosa per complicare la vita dei personaggi, attorno a cui legare l’intreccio.

Fat Lobster gioca molto su toni surrealisti. Quello che succede ad Andrea è confusionario dal suo punto di vista. Era l’approccio che volevi creare?

Automaticamente mi viene da parlare di personaggi che non capiscono le cose, probabilmente perché io sono il primo a non capire le cose e mi immedesimo tanto nei personaggi confusi. Però c’è da dire che tutti più o meno sono confusi in questo fumetto, perché come in ogni buona storia di spionaggio nessuno sa mai veramente tutta la faccenda. C’è chi sa una cosa e chi ne sa un’altra, e finché non vanno a scontrarsi tutti non si capisce niente, a meno che non si parli del cattivo. È anche un buon modo per portare avanti una trama, perché la commedia degli equivoci funziona così: io so una cosa, tu ne sai un’altra, e queste informazioni conflittuali provocano ilarità, conflitto, violenza, tutti gli ingredienti per scrivere una storia.

Andrea Criminali è un giornalista che perde il controllo della situazione. Perché un giornalista protagonista, e perché adesso?

A me i giornalisti piacciono da un punto di vista di archetipo di personaggio. Fin da piccolo, ogni volta che vedevo un film c’era sempre ad un certo punto un personaggio che entrava nell’inquadratura, aveva un cappello, aveva il cartellino con scritto “press” e non capivo cosa fosse, faceva delle domande ai protagonisti. Sono sempre rimasto affascinato da questa figura, questo tizio che entra, rompe le scatole e se ne va. E poi anche perché un giornalista, come un investigatore o come una spia, è un personaggio che per lavoro si infila, scopre, indaga, va a fondo. È il protagonista perfetto perché di sua spontanea volontà si infila in situazioni complesse.

E l’aragosta? Cosa rappresenta in questa storia?

L’aragosta c’è di straforo. A un certo punto, rileggendo il soggetto, mi sono accorto che un paio di scene si collegavano tra di loro in maniera estremamente sottile, quasi inefficace. Mi serviva qualcosa che permettesse di rafforzare l’unione di queste scene e rendere il fumetto non un insieme di situazioni ma una storia continua. Ho unito tutto con questa figura surreale dell’aragosta, anche perché così avevo un deus ex machina, che normalmente è una cosa comoda, troppo comoda. Ho cercato di renderla il più difficile possibile da utilizzare: come deus ex machina uso un animale vero che non parla e che ha un range molto limitato di azioni. Però ogni volta che appare l’aragosta le vite di tutti i personaggi cambiano. È un po’ come i combattimenti con la spada laser in Star Wars: ogni volta che ce n’è uno, la storia cambia.

Prima di salutarci, una curiosità nata preparando l’intervista: il nome d’arte Regular Size Monster, da dove viene? Tetsuo: The Iron Man, body horror giapponese del 1989, la casa di produzione casalinga del film. “Tre parole estremamente fighe tutte insieme,” dice Negri. “Sono attratto magneticamente da tre parole che funzionano una in fila all’altra come Neon Genesis Evangelion o Terror Target Gemini.” Non fa una piega.

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Amante di cinema, dei fumetti, dello sport e di come questi media rispecchiano l'evoluzione della società. Provo a raccontarvi l'influsso degli eventi (la Storia con la S maiuscola) che viviamo sulle storie che guardiamo/leggiamo.