Musical ambizioso ma sobrio, The Testament of Ann Lee è un biopic anomalo che ha i tratti di una storia di leadership femminile epica e teatralizzata, un’opera dove un impianto travolgente e concentrico prende il sopravvento sulla narrazione. Un esperimento ambizioso e roboante che ci aveva già lasciato più di qualche spunto a Venezia 82.
Ma perché il film di Mona Fastvold andrebbe visto?
Una donna fuori dal comune

Il lungometraggio si dipana come una vera e propria agiografia: Mona Fastvold sottolinea infatti il carattere di straordinarietà di Ann Lee ponendola al centro della narrazione e dell’inquadratura. A essere protagonisti non sono solo la sua strenua fede o l’ossessione con il celibato e con la mortificazione delle carni, ma anche il suo carisma e la sua ambizione in grado di raccogliere intorno a sé un numero sempre maggiore di fedeli, che arrivano a considerarla la reincarnazione femminile di Gesù Cristo.
In più occasioni la regista si è detta attratta da questa capacità di concentrazione delle folle in nome di un’utopia religiosa e comunitaria. Donna ambiziosa con il progetto di creare una società nuova, Ann Lee diventa una leader quasi politica per i suoi seguaci. Tutte queste caratteristiche fanno della donna, a prescindere dai giudizi personali, un personaggio decisamente interessante e degno di analisi soprattutto nel suo ergersi a figura di guida nella transizione tra vecchio e nuovo mondo.
“Ann Lee è una figura che è riuscita a trovare il suo posto nel mondo: le donne allora non erano nella posizione di poter guidare. Incarnarla è stato terapeutico, illuminante, catartico, ho esplorato a fondo i miei sentimenti, lasciandomi andare in un’esperienza incredibile, quasi comunitaria, in cui ci sentivamo tutti uguali.” – Amanda Seyfried
Ann Lee, la santa eretica

Un bosco oscuro, un gruppo di donne con lunghi abiti impegnate in un ballo coreografato, un canto incalzante e viscerale, l’incipit del film ci cala immediatamente in una dimensione rituale – tanto che a un primo sguardo potremmo star osservando una congrega di streghe (pensiamo all’Accademia Markos). Questo indizio ritorna più volte nel film sia sul piano narrativo che visivo, a supportare il dualismo di Ann Lee come figura santa e allo stesso tempo eretica.
Il paradosso è infatti nello scontro con le istituzioni statali e religiose prima del Regno Unito e poi degli USA: la fede quacchera integralista e votata al sacrificio risulta troppo radicale e ribelle, per questo viene punita con la repressione. Il rifiuto di ogni tipo di autorità, il vivere in comunità con l’abolizione della proprietà privata e la totale uguaglianza di genere (ma soprattutto la leadership femminile) sono inaccettabili in un mondo votato alla guerra e al capitalismo incalzante.
Analizzando più a fondo la figura di Ann Lee non è difficile trovare un parallelismo con le martiri cattoliche, molte delle quali uccise per aver trasgredito i loro ruoli di genere. Basti pensare a Sant’Agata, torturata e uccisa per aver rifiutato di sposarsi, o anche a Giovanna D’Arco, il cui rifiuto di indossare abiti femminili l’ha condannata al rogo. In questa lettura anche il celibato degli shakers sembra un atto di resistenza rispetto a una cultura che vuole le donne come mere incubatrici.
La stessa morte di Ann Lee all’età di 48 anni sembrerebbe in qualche modo accelerata dai vari attacchi e dalle varie violenze perpetratele da chi non poteva tollerare il suo potere, rendendo anch’ella una martire. In qualche modo, il film vuole anche ridare giustizia a una donna perseguitata per la sua resistenza all’ordine istituzionale.
Un anti-biopic e un anti-musical

Come rappresentare la vita di una figura di rottura se non attraverso un’operazione di rottura? The Testament of Ann Lee è un anti-biopic e un anti-musical, un ibrido sperimentale che sfrutta tutte le possibilità del mezzo cinematografico per restituire il ritratto di una donna straordinaria.
Il racconto agiografico sotto forma di musical ha come precedente forse solo Jesus Christ Superstar di Andrew Lloyd Webber, naturalmente in forme completamente diverse: qui la musica e il ballo non sono solo dei mezzi narrativi, ma fanno parte della diegesi stessa. Il ballo è caratteristico del culto degli shakers, proveniente da alcuni passaggi dell’antico testamento: un’esibizione dai caratteri apotropaici che ricorda molti rituali extra-liturgici presenti in tante manifestazioni pagane ma anche cattoliche.
Il coinvolgimento fisico nella preghiera è frutto di quella connessione individuale e diretta con il divino predicata da Ann Lee che nella messa in scena rapisce lo spettatore, dando vita a scene di delirio parossistico e sfrenato coreografate da Celia Rowson-Hall. Il rito torna alle origini diventando performance teatrale, unendo il pagano al divino, grazie anche alla ricerca di Daniel Blumberg, premio Oscar alla colonna sonora per The Brutalist, che riprende i testi dei gospel originali del movimento.
La performance di Amanda Seyfried, grezza, lacerante, così come il suo canto disperato molto diverso da come ci ha abituato in Mamma Mia! o Les Miserables, resistuisce la passione bruciante di una leader in bilico tra santità e follia. The Testament of Ann Lee è uno spettacolo raffinato e coinvolgente che rompe con la tradizione del biopic classico, risultando un ibrido sperimentale interessantissimo. La fotografia, l’uso del 70 mm, le scenografie e i costumi creano un’opera altamente sensoriale che è anche una riflessione sull’antagonismo nei confronti del potere femminile. Il duo Fastvold-Corbet si dimostra ancora una volta capace di un cinema magniloquente ma attento alla lettura critica della storia degli Stati Uniti.



