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Novembre 2010. Mark Zuckerberg è solo in una stanza. Dopo aver aggiunto su Facebook la sua ex ragazza, che lui ha mollato (trattandola malissimo), rimane lì, fermo ad aggiornare di continuo la pagina del suo profilo, nella speranza che lei accetti l’amicizia. Finiva così quella meraviglia The Social Network. Finiva con questa immagine triste del creatore di Facebook che usava la sua creatura in maniera goffa e desolante. David Fincher ci lasciava con questa fotografia emblematica. Una fotografia fatta di solitudine e ambizioni frustrate. Forse le vere motivazioni dietro la nascita di Facebook. Ottobre 2026. Salto in avanti di sedici anni. Quelli solitari e silenziosi, sempre lì a scrollare il telefono siamo diventati noi. In autobus, in treno, sul divano di casa.

Un frame di The Social
Un frame di The Social: il prezzo della verità © Sony Pictures Italia

Tutti immersi in algoritmi social a cui è impossibile sfuggire, visto che abbiamo dato in pasto in nostri dati a multinazionali capaci di manipolare i nostri gusti, le nostre abitudini e i nostri desideri. È un mondo ancora più complesso rispetto a quello del 2010. Un mondo in cui Aaron Sorkin è tornato a sporcarsi le mani. Dopo aver sceneggiato The Social Network, questa volta Sorkin scrive e dirige The Social: Il prezzo della verità (in arrivo in sala l’8 ottobre), un thriller teso e appassionante che torna a raccontare Mark Zuckerberg e il suo impero oscuro da una prospettiva tutta nuova. Nuova e ancora più inquietante. Oggi cercheremo di capire perché The Social: Il prezzo della verità può essere un film-emblema dei nostri tempi. Un film che potremmo inviare ai posteri come fotografia della nostra epoca storica. Un film che accende una luce sui lati oscuri di un colosso social che ha inevitabilmente influenzato la vita di tutti noi.

Cause e conseguenze

Una scena del film
Una scena del film – © Sony Pictures Italia

Partiamo dai fatti. Se The Social Network ha raccontato le cause che hanno portato alla nascita di Facebook, The Social: Il prezzo della verità affonda le radici nelle conseguenze del successo del colosso di Zuckerberg. Quindi non parliamo solo di Facebook, ma di tutta Meta (Instagram e WhatsApp compresi). The Social Network era la costruzione inconsapevole di un impero, mentre The Social: il prezzo della verità è la sua decostruzione, è la necessità di smontare un sistema malato per capirne le storture. Ma su cosa si basa il film? Ovviamente su una storia vera, totalmente indipendente da The Social Network. Il film racconta di Frances Haugen (interpretata di Mikey Madison), ingegnera del team “Civic Integrity” di Facebook, quello incaricato di monitorare l’uso della piattaforma da parte di governi stranieri per diffondere disinformazione. Nel 2021 Haugen, scoraggiata dalla scarsa volontà dell’azienda di investire nel contrasto alla disinformazione e alla violenza online, si è dimessa nell’aprile 2021. Subito dopo, la donna ha fatto scoppiare lo scandalo dei “Facebook Files”, rivolgendosi al giornalista Jeff Horwitz (Jeremy Allen White) del Wall Street Journal e consegnando alla testata migliaia di documenti interni (parliamo di 22mila file), dai quali emerse che l’azienda era consapevole degli effetti sociali dannosi delle sue piattaforme.

Mark Zuckerberg nel film
Mark Zuckerberg nel film – © Sony Pictures Italia

Parliamo di fake news, di algoritmi capaci di manipolare gli utenti e contenuti che incitano all’odio per fomentare le interazioni tra utenti. Succede tutto in un momento storico in cui la bolla Facebook è scoppiata: gli utenti sono più inconsapevoli ospiti della piattaforma e l’opinione pubblica inizia ad alimentare disincanto sulle dinamiche sospette interne a Meta. Così Haugen non fece altro che aprire meglio il vaso di Pandora, da cui emersero preoccupanti rivelazioni sull’influenza di Meta non solo su fattori geopolitici come le elezioni ma anche sull’equilibrio psicofisico stesso dei suoi utenti. The Social: il prezzo della verità promette di raccontare tutto questo con la solita penna pungente di Sorkin. Un autore senza scrupoli, capace di raccontare il mondo di oggi dalla giusta di distanza. Mai troppo vicino da essere troppo coinvolto, mai troppo freddo per non farci sentire invischiati in una brutta storia a cui sarebbe impossibile mettere like.

Nessuno è escluso

Un frame di The Social
Un frame di The Social: il prezzo della verità – © Sony Pictures Italia

Per capire quanto un film del genere tocchi chiunque abbia un profilo social, bastano le parole dello stesso Aaron Sorkin che ha dichiarato: “Non c’è vita che non è stata toccata dall’algoritmo di Facebook, e quell’influenza ha modellato qualsiasi cosa. Quindi è il momento di dire di più”. Parliamo di conseguenze che partono dalla politica e poi sfociano nel sociale, nel culturale, fino ad arrivare alle piccole abitudini di tutti noi. Il film sembra la classica lotta tra Davide e Golia. “Solo che Golia ci aveva invitati a una festa e poi aveva messo qualcosa nel bicchiere”. Parole di Sorkin. Di fatto The Social: Il prezzo della verità ci ricorda che da quel bicchiere abbiamo bevuto quasi tutti, visto che tutto lo sporco emerso dai Facebook Files tocca Golia-Zuckerberg, ma tocca anche noi, tanti piccoli Davide. Perché, no, non è soltanto la tipica storia della multinazionale che alimenta i propri interessi economici a scapito del bene pubblico. No, questa è una storia che parte dai piani alti del potere per arrivare fino ai nostri smartphone. Alla fine non è altro che il racconto di una grande promessa non mantenuta, con la disillusione che si conferma uno dei sentimenti collettivi dei nostri tempi. Facebook era nato con altri intenti: connettere il mondo, unire le persone, dare voce a tutti e magari democratizzare anche l’informazione. Poi è andato tutto in malora. Abbiamo imparato che gli algoritmi giocano con i nostri gusti, manipolando e indirizzando le nostre scelte, i nostri acquisti e non solo.

Mikey Madison nel film
Mikey Madison nel film – © Sony Pictures Italia

Gli algoritmi sono progettati per massimizzare il tempo che passiamo sulle piattaforme social, ed è per questo che siamo invasi di contenuti divisivi, estremi, che puntano alla pancia delle persone. Parliamo soprattutto di notizie che alimentano la polarizzazione delle opinioni, facendo leva su sentimenti immediati come la rabbia o l’indignazione. Sentimenti che, di fatto, hanno inquinato social come Facebook, diventato ormai un “posto” tossico. Così tossico da spingere molte persone a non usarlo più. Le premesse di The Social, però, non sono solo apocalittiche, perché il film di Sorkin parla anche di responsabilità personale e di come si possa contrastare una multinazionale facendo leva sulla propria coscienza civile e sulla propria etica personale. In questo la figura di Frances Haugen incarna l’archetipo del whistleblower, ovvero persone interne a un’organizzazione che segnalano scorrettezze interne al loro posto di lavoro. Una figura che negli ultimi quindici anni è diventata centrale nell’immaginario collettivo (qualcuno ha detto Edward Snowden?) diventando spesso l’emblema del coraggio di sfidare un sistema di cui si fa comunque parte. Parliamo di persone che rischiano carriere e reputazione con una sorta di “eroismo burocratico”, consapevoli di affrontare colossi e sfide più grandi di loro. Ecco perché, alla fine, in The Social batte anche un po’ di sano idealismo. Un film che vuole smuovere la coscienza collettiva e creare consapevolezza in un pubblico che, almeno al cinema, può essere stimolato, sfidato e svegliato. E non solo rinchiuso dentro le gabbie degli algoritmi. A ognuno, poi, la libertà di farsi la propria idea. E di usare i social come meglio crede.

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Nato a Bari nel 1985, ha lavorato come ricercatore per l'Università Carlo Bo di Urbino e subito dopo come autore televisivo per Antenna Sud, Rete Economy e Pop Economy. Dal 2013 lavora come critico cinematografico, scrivendo prima per MyMovies.it e poi per Movieplayer.it. Nel 2021 approda a ScreenWorld, dove diventa responsabile dell'area video, gestendo i canali YouTube e Twitch. Nel 2022 ricopre lo stesso ruolo anche per il sito CinemaSerieTv.it. Nel corso della sua carriera ha pubblicato vari saggi sul cinema, scritto fumetti e lavorato come speaker e doppiatore.