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Tra i film più attesi di questa 82esima edizione della Mostra del cinema di Venezia c’è un certo The Smashing Machine. Perché? Si potrebbe pensare che sia per il ritorno di Benny Safdie alla regia (già conosciuto per il lavoro, insieme al fratello, su quel gioiello che è Diamanti Grezzi), ma la verità è che uno degli attori più famosi e amati di Hollywood è il protagonista di questa pellicola. Un attore che non è proprio avvezzo a ruoli drammatici e che ha creato diversa curiosità intorno a un progetto che si preannunciava grandioso. Un nuovo The Whale, film che valse a Brendan Fraser il plauso della critica, del pubblico e svariati premi. Questo perché il protagonista di The Smashing Machine è un certo Dwayne Johnson. Quel Dwayne “The Rock” Johnson conosciuto per film per bambini e famiglie o per la sua ex carriera nel wrestling. Per questo, e ammettiamo anche per noi è stato così, l’attesa era tanta e le aspettative ancora di più.

Quindi com’è questo film? Un capolavoro? Il ruolo della vita? Arriveranno premi e premi? Purtroppo, la risposta è no. E non lo diciamo perché le aspettative non si sono rivelate all’altezza, ma perché c’è qualche problemino di troppo. Un buon film in cui Johnson risalta e dona un’ottima interpretazione, in cui alcune scelte di regia e di sceneggiatura sono piuttosto interessanti e vincenti, ma tante altre sono manchevoli. Prima tra tutte una mancanza di calore, di sentimento che trascini lo spettatore al finale. Approfondiamo pro e contro di questo film che, certamente, farà parlare di sé nei mesi a venire.

L’emozione repressa

Dwayne Johnson in una scena di The Smashing Machine
Dwayne Johnson in una scena di The Smashing Machine, fonte: I Wonder Pictures

The Smashing Machine è un biopic che racconta la carriera di Mark Kerr, uno dei pionieri della MMA (la disciplina di arti marziali miste che è diventata famosa negli ultimi anni), dal 1997 al 2000 durante il campionato del mondo svoltosi in Giappone. Il lottatore è sempre stato imbattuto, fino a una clamorosa sconfitta che gli provoca un trauma e una profonda insicurezza, aggravati da una dipendenza da oppiacei. Ed è su questo aspetto che il film dimostra sia una grande forza, ma presta il fianco a qualche critica.

Le inquadrature si soffermano sull’imponente figura di Mark, sulle sue spalle curve nell’intimità, dimostrazione di una inaspettata insicurezza, o sul riflesso spezzato allo specchio del lottatore. Una visione distorta di ciò che il protagonista sente nel profondo. Le riprese hanno, così, dato al film un carattere intimo e sensibile, ma la sola regia non può aiutare se la storia è manchevole da questo punto di vista. Infatti (non faremo spoiler, ma resteremo volutamente sul vago), dopo la sconfitta che provoca nel personaggio un chiaro e grave problema psicologico dovuto alla sua fallace convinzione di essere invincibile (causa una mascolinità tossica che gli impediva di esprimere i suoi sentimenti), si sorvola troppo facilmente su questo trauma e si decide di focalizzarsi su altro.

Sul rapporto tra Mark e la sua fidanzata, interpretata da una splendida Emily Blunt, o sulla corsa al successo del suo ex allenatore. Ecco che, se la regia spinge sull’emotività, la storia taglia il percorso di accettazione dello stress post traumatico e della sua sconfitta. Un buon film, sulla carta e dal punto di vista tecnico, ma in cui manca il cuore, il sentimento, il trasporto. Probabilmente la scelta è voluta, sorretta dall’interpretazione di Johnson che doveva traghettare le emozioni dello spettatore, ma non è altrettanto riuscita.

Una vita senza dolore

Dwayne The Rock Johnson in una scena di The Smashing Machine
Dwayne The Rock Johnson in una scena di The Smashing Machine, fonte: I Wonder Pictures
L’importanza del dolore

Un giorno senza dolore è un giorno senza sole“. – Dwayne Johnson in una scena di The Smashing Machine

L’interpretazione di Johnson è assolutamente convincente e si percepisce che abbia dato tutto se stesso per questa storia. Il peso della sconfitta, il senso di colpa di non essere abbastanza. Nei suoi occhi traspare tutto l’indottrinamento dell’epoca (ma sempre attualissimo) per cui l’uomo doveva essere una macchina, fredda, infallibile, insensibile. L’uomo non soffre. L’uomo non piange. Lui, in particolare, non perde mai. Ed ecco che, quando arriva il momento, le sue convinzioni si perdono e le lacrime arrivano.

Risalta la scelta, riuscitissima, di non vederlo mai piangere direttamente, andando a suffragare ancora di più l’idea che l’uomo non possa farsi vedere fragile, neanche nella solitudine di una stanza. Da questo punto di vista, la tematica della fragilità maschile viene affrontata con grazia e senza cliché. Il grande problema di The Smashing Machine resta, però, quello. Oltre a un’ottima regia e un Johnson al suo massimo, il resto funziona molto poco. La sensazione predominante è che manchi qualcosa, che la freddezza che l’uomo deve avere secondo la società si rifletta troppo nella storia e manchi di quel calore, quel cuore, che serviva per avere lo slancio verso la grandezza.

Da questo punto di vista, un film come The Iron Claw, sulla stessa tematica e con uno strabiliante Zac Efron, risulta molto più riuscito e commovente. Siamo certi che, in ogni caso, The Smashing Machine farà parlare di sé e accoglierà tantissimi consensi, ma non pensiamo che qualcuno possa anche solo ricordarselo fra qualche anno.

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Nato il 19 Dicembre 1992, ha capito subito che il cinema era la sua strada. Dopo essersi laureato in filosofia all'università di Palermo e aver seguito esami, laboratori e corsi sulla critica, la storia del cinema e la scrittura creativa, si è focalizzato sulle sue più grandi passioni: scrivere e la settima arte. Ha scritto per L'occhio del cineasta ed è stato redattore per Cinesblog fino alla sua chiusura. Ora si occupa di news e articoli per ScreenWorld.it, per CinemaSerieTv.it e CultWeb.it