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È un ambiente psichico, quello nutrito da Eva Victor in Sorry, Baby. Un immaginario contradditorio e non lineare, circolarmente affacciato sul percepito ovattato di un trauma che tutt’attorno ha depositato detriti – schegge di un’esistenza ritiratasi dalla vita con grazia e affilato sarcasmo. Il fatto è scarno, raccontato senza clamore: la violenza sessuale subita da Agnes è la genesi di uno spaccato di intima dissociazione e solidale guarigione.

Cimentandosi in regia, sceneggiatura e interpretazione, Eva Victor esordisce al cinema con grande consapevolezza espressiva. Dando cioè l’impressione di sapere dove cercare e come restituire la sensibilità comunicativa da destinare a tematiche complesse, malinconiche e sempre un po’ maldestre. Con il suo specifico modo di intercettare il tempo e abitare lo spazio, Eva Victor replica nella protagonista l’indole quotidiana di una stranezza autoironica che resta a contatto con il proprio sentire, anche mentre continua ad assimilare gli invalidanti riverberi dell’abuso subito. Così Sorry, Baby fonde registri e volumi emotivi, galleggiando fra toni diversi senza esaurire nel dramma il senso del suo raccontare.

Incastonata fra quadri casalinghi, montaggi frammentari e solitarie inquadrature statiche, la traiettoria personale di Agnes traccia le coordinate narrative di un’energia anestetizzata ma iper-vigilante – mai immobilizzata in prevedibili banalizzazioni. È un guadare lieve, un vibrare intenso su un dolore tanto personale nella dimensione quanto formativo nella sua stramba condivisione. Carezzevole e accorato: Sorry, Baby è una promessa di coraggio e di premura dentro un mondo pieno di paure. Non è tutto, ma è almeno già qualcosa.

L’anno della cosa brutta

Naomi Ackie ed Eva Victor in Sorry, Baby
Naomi Ackie ed Eva Victor in Sorry, Baby – @ I Wonder Pictures

Sorry, Baby disarticola gli anni della propria temporalità in una sequenzialità discontinua, rammendata dal montaggio e invocata dagli insoliti titoli che di volta in volta ci introducono alla storia. Agnes e la sua migliore amica Lydie (Naomi Ackie) si ricongiungono nel presente asimmetrico di due vite che hanno imboccato piste differenti: la prima è rimasta nella casa dove convivevano durante gli anni dell’università, la seconda si è trasferita a New York. Agnes in quell’università ora lavora come professoressa ordinaria, Lydie è sposata e incinta di appena qualche settimana.

Passa molto poco tempo prima che la Victor si addentri nella piena degli eventi che hanno fregiato la vita di Agnes. La violenza ricevuta dal professore universitario si inframezza al dispiegarsi dell’esistenza della protagonista con la stessa spontaneità con cui si addentra fra le leve fondative del suo rielaborare. Impariamo a conoscere Agnes a partire dalle sue irresistibili storture attitudinali: contemplandone l’ironia intelligente e le posture ricurve, la stravaganza sociale e quel preciso senso di inadeguatezza che identifica un impaccio collettivo e tipicamente contemporaneo.

Sorry, Baby è un fiume frangibile di parole, alleate o inefficaci nel nominare i turbamenti e normalizzare le emozioni, specie quando i fatti finiscono fuori visione. Agnes e Lydie parlano, domandano, si confidano – al punto che spesso il fuoricampo trova sfogo nella sola verbalizzazione, lasciando che l’immagine cerchi espansione altrove. Senza mai spiegarci niente ma con grande cognizione formale, Sorry, Baby dimostra di saper attivare partecipazione, traducendo in autonoma forma filmica le intensità psicologiche e i lati meno noti della sopravvivenza (funzionale) conseguente a un trauma.

Sul trauma, sulla paura

Eva Victor in Sorry, Baby
Eva Victor in Sorry, Baby – @ I Wonder Pictures

Uno dei meriti più pregevoli di Sorry, Baby sta nell’aver saputo indovinare l’esatto punto di equilibrio su cui s’infrange l’evoluzione della protagonista. Se dalla narrativa dominante ci si aspetterebbe un ritratto più enfatico sulle note dell’abuso subito – Eva Victor ci conduce altrove, nobilitando la qualità riservata e spiritosa di un percorso privato. Così essenziale da reclutare l’innocuità del quotidiano per restituire autenticità a una rieducazione emotiva tanto embrionale nelle azioni quanto trasformativa nelle intenzioni.

Alienata dal tocco di una macchina da presa che la scontorna spesso dentro inquadrature fisse in cui l’ambiente si muove appena – acquisendo e perdendo calore, vitalità e presenza umana a seconda della fase della vita in cui la donna si ritrova – la tela narrativa di Agnes penetra progressiva nelle falle della paura.

Quella paura proiettata negli occhi degli altri come allerta crescente verso un fuori divenuto imprevedibile e potenzialmente pericoloso. Sorry, Baby lo inquadra con i codici dell’horror, dissipando il crollo delle certezze nell’eco inquietante di un vento costante, stridente e mostruoso. Così Agnes reagisce stropicciandosi in sé ed estraniandosi percettivamente da una comune comprensione esperienziale. Le persone attorno si spaventano per lei, o almeno è così che la giovane sostiene: e allora lei rimane lì, sospesa fra cautela e brutti pensieri. Di cui gli altri sembrano aver timore, e di cui Agnes ne protegge con cura la validazione.

Perdere il senso di sé in mezzo agli altri

Eva Victor e Naomi Ackie in una scena di Sorry, Baby
Eva Victor e Naomi Ackie in una scena di Sorry, Baby – @ I Wonder Pictures

È comprensibile: Agnes non desidera farsi definire dal suo trauma – così lo verbalizza poco e se ne riappropria scherzandoci su. E nel farlo (Sorry, Baby ce lo mostra chiaramente), la donna non rigetta mai del tutto alla vita: prova come può a reclamarla e processarla rimanendo in relazione. Eppure finisce comunque per farcisi neutralizzare, confinandosi dentro una vertigine mentale dinamica ma prosciugata di possibilità. D’altronde il dolore le ha estirpato l’ideale della progettualità, l’opportunità di immaginarsi come gli altri.

La distanza cognitiva, l’isolamento conservativo e la vigilanza emotiva di cui parla Sorry, Baby alludono alla diversa appartenenza alle aspettative che Agnes si concede di provare. Mai chiusa, quasi mai del tutto immobile ma spesso preventivamente rintanata in un recinto poco esposto alle variabili future. Essere stata tradita, predata e violata da chi doveva guidarla nel mondo non l’ha privata della vita: le ha cannibalizzato il senso di sicurezza personale – convincendola della necessità di doversi proteggere dentro di sé, anche senza smettere di guardare altrove.

In quell’altrove dove alberga pure la mascolinità – e dove Sorry, Baby predilige maggiore convenzionalità. Perché, se nell’indagine psicologica della protagonista le influenze del cinema dalla Victor agiscono in profondità, con alcuni personaggi secondari semplificano invece più del necessario. Vale per una mascolinità compartimentata e vale in parte per altre (formulaiche) approssimazioni: utili da un lato ad assecondare l’introspezione della donna, ma dall’altro viceversa responsabili di una smorzata complessità d’insieme.

Ricomporsi nello spazio di una promessa

Eva Victor e Naomi Ackie in un momento di Sorry, Baby
Eva Victor e Naomi Ackie in un momento di Sorry, Baby – @ I Wonder Pictures

Ciononostante, è proprio nella rete che Agnes getta e gradualmente estende che la giovane rinforza la sua capacità di percepirsi sicura. In due dei momenti più toccanti, intimi ed epifanici del film, dentro una vasca priva di vestiti la donna si denuda simbolicamente delle sue fragilità, rilasciandosi indifesa alla contaminazione emotiva con l’altro.

Fino a che, con allegorica espressività, per la prima volta accediamo all’ambiente inesplorato della casa. A quella veranda nascosta, ma sempre esistita, che ora può permettersi di vivere in confortevole continuità fra gli stadi esterni e interni della psiche della sua inquilina. Dalla cui abitazione filtra di nuovo meraviglia e una morbida permeabilità con cui promettere alla vita la fiducia di potersi reintegrare.

Concedendosi di avere paura sotto la brezza di un vento tenue che adesso soffia, finalmente, più leggero.

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Laureata in CAM (Cinema, Arti della scena, Musica e Media) e Comunicazione presso l’Università degli Studi di Torino. Attualmente collaboratrice di ScreenWorld.it e NPC Magazine. Della realtà mi piace conoscere la mente, il modo in cui osserva e racconta le sue relazioni umane. Del cinema mi piace l’ascolto della sua sincerità, riflesso enfatico di tutte le menti che lo creano. Di entrambi coltivo l’empatia, la lente con cui vivere e crescere nelle sensibilità e le esperienze degli altri. Nella vita scrivo, studio e mi circondo di cinema, perché penso non esista niente di più bello.