Se dovessimo stilare una lista tra gli artisti più rappresentativi di Napoli, il nome di Sophia Loren sarebbe sicuramente tra i primi. All’anagrafe Sofia Costanza Brigida Villani Scicolone, l’attrice partenopea è diventata un vero e proprio simbolo di Napoli e del cinema nel mondo. Ciò che ha reso così indimenticabile il suo nome è stato senza dubbio il suo stile eclettico, ma anche la forza vitale che ha trasmesso attraverso i suoi personaggi.
Da Eduardo De Filippo fino a Charlie Chaplin, le sue interpretazioni hanno conquistato il mondo intero. Numerosi sono stati i riconoscimenti internazionali, così come i ruoli che hanno segnato la sua carriera. La Loren ha trasformato se stessa e la sua arte in un simbolo, mostrando al mondo la complessità e le sfaccettature del grande cinema italiano. Ma qual è stata la chiave che ha trasformato Sophia Loren in un’icona immortale del cinema?
Il nome nome d’arte “Sophia Loren” è ispirato all’attrice svedese Märta Torén.
Nascita di un’icona

Secondo Martin Heidegger, il simbolo è ciò che dischiude un senso: connette l’essere al suo apparire, mette in relazione ciò che resta nascosto con ciò che viene mostrato. Le interpretazioni di Sophia Loren vanno lette in questa prospettiva: non si limitano a dare vita a personaggi cinematografici, ma aprono al mondo l’immaginario italico e, in particolare, quello napoletano. Attraverso di lei, un vissuto collettivo si fa visibile e condivisibile.
Il processo di rivelazione è stato tuttavia lento e complesso. I suoi primi personaggi erano generalmente legati al mondo dell’avanspettacolo: il prototipo della giovane attrice o cantante di bell’aspetto, impegnata in canzoni o siparietti comici. Si trattava di figure pensate per le commedie leggere e per film di puro intrattenimento, ruoli parziali nell’economia del racconto, in cui però la Loren seppe farsi conoscere per la propria grinta.
Ci troviamo in galleria o Carosello napoletano sono solo alcuni esempi dei film che hanno portato per la prima volta in scena la giovane attrice. È da sottolineare che, anche se limitata, la Loren aveva già dimostrato una naturalezza sulla scena e doti canore non indifferenti. Questi primi ruoli le stavano però stretti: ben presto, con l’arrivo di registi come De Sica e Risi, la Loren avrebbe sviluppato personaggi di ben altra profondità.
Una questione d’immagine

I primi cambiamenti arrivano con il personaggio di Sofia in L’oro di Napoli e con quello di Lina in Peccato che sia una canaglia: figure femminili carismatiche, intelligenti, capaci di muoversi in un’Italia in cui l’arte di arrangiarsi era necessaria alla sopravvivenza. Sophia Loren si misura allora con registi come Vittorio De Sica e Alessandro Blasetti, iniziando a sviluppare un proprio stile attoriale. Vi è più sicurezza sulla scena, maggiore libertà nel giocare con il personaggio e una forza magnetica crescente che le permette di lasciare il segno.
Il prototipo si evolve così in quello di una donna indipendente, irriverente e astuta, che attraversa i vicoli di un’Italia postbellica segnata dalla miseria. In un mondo ridotto in macerie, Loren seppe incarnare la vitalità popolare e, al tempo stesso, una dignità universale. Si tratta di personaggi più stratificati, perennemente in conflitto con la realtà che li circonda e capaci di rappresentare caratteristiche tipiche del popolo napoletano: vitalità, ironia, senso comunitario e il doppio registro emotivo di festa e tragedia.
Sono anche figure che iniziano a scontrarsi con istituzioni come il matrimonio, la famiglia e lo Stato, mettendo alla berlina le ipocrisie e le contraddizioni dell’Italia del tempo. Così Lina affronta il padre per rivendicare le proprie scelte di una vita onesta, mentre Adelina rifugge il vincolo del matrimonio. Tuttavia, anche questi personaggi risentono dell’aura di bellezza costruita intorno all’attrice e di una leggerezza tipica della commedia del periodo. Il passo successivo vedrà Loren scardinare questa immagine semplificata di sé, affondando i denti in film più complessi e sfaccettati.
La grande guerra

Il film che cancella completamente l’immagine della Loren come attrice della commedia leggera è La ciociara (1960), dramma sulla seconda guerra mondiale diretto da Vittorio De Sica e adattato da un romanzo di Alberto Moravia. L’immagine della Loren solare e disincantata viene spazzata via dalla guerra: alla giovane cantante da avanspettacolo si sostituisce un’attrice matura e determinata, capace di incarnare il dramma e la sofferenza del periodo.
Altrettanto significativa, in parallelo, è la sua interpretazione in Una giornata particolare (1977), ambientato durante l’Italia fascista. Qui la Loren interpreta una casalinga che non si riconosce nella follia e nella violenza del tempo, rifugiandosi nella solitudine e in un incontro con un Mastroianni simbolo della ribellione. Entrambi i ruoli cancellano l’immagine di diva della Loren, sostituendola con quella di un’attrice compiuta e versatile.
Entrambe le interpretazioni vedono scomparire la tipica bellezza giovanile che aveva lanciato la Loren. In un mondo segnato dalla violenza e dall’oppressione, non c’è più spazio per l’estetica: sullo schermo emerge un volto sconvolto e provato dalle atrocità della guerra. Con La ciociara, Sophia Loren vincerà un Oscar, diventando ambasciatrice della cultura italiana nel mondo e dimostrando il proprio valore artistico a tutto tondo.
Sophia Loren è stata la prima attrice a ottenere l’Oscar per una performance non in lingua inglese.
Matrimoni ed eredità

Matrimonio all’italiana è invece il simbolo di un riconoscimento profondamente napoletano. Parliamo di una commedia caustica, dotata di grande forza sociale, pronta a raccontare la tragedia della persona comune. Il film del 1964 mette in scena una riproposizione del grande teatro napoletano, quello di Eduardo De Filippo. Sophia Loren vi assume un ruolo fortemente simbolico, quello di Filomena Marturano, ereditando la tradizione teatrale della celebre famiglia De Filippo.
Chiunque conosca l’importanza di Titina De Filippo sa quanto enorme fosse l’eredità artistica che Sophia Loren portava sulle spalle durante le riprese. La commedia, amara come tutte le storie di De Filippo, ruota attorno a Domenico Soriano, un ricco donnaiolo che cerca in tutti i modi di liberarsi della sua compagna, Filomena, ex prostituta ai tempi della seconda guerra mondiale. Tuttavia, la donna, astuta e determinata, simula una malattia terminale per costringere Soriano al matrimonio.
L’obiettivo ultimo di Filomena è garantire un futuro ai suoi figli, cresciuti nell’anonimato per timore delle ripercussioni sociali. Sophia Loren affronta con grande abilità la prova del tempo. L’attrice si mette in gioco affrontando sia l’età giovanile (la Filomena dei flashback) sia l’età adulta, in cui positività e bellezza lasciano il posto a materie più concrete. Insieme all’ormai solito Mastroianni, Filomena mette in scena tutte le ipocrisie di una società moralista che fallisce totalmente nel suo aspetto più umano.
Vedi Napoli e poi muori

“Vedi Napoli e poi muori” è uno dei detti più famosi della città. È un’espressione usata per sottolineare la bellezza di Napoli e l’appagamento che deriva dal contemplarla. A Napoli, questo detto potrebbe essere metaforicamente sostituito da Sophia Loren, un’attrice che ha portato in scena tutto l’immaginabile di un certo tipo di cinema italiano. In lei sono ravvisabili tutti gli elementi caratteristici della napoletanità, resi però universali e riconoscibili a livello internazionale.
L’iconicità di questa attrice, ormai patrimonio del cinema mondiale, è innegabile. Sophia Loren ha trasformato se stessa, mettendosi continuamente in gioco e dimostrando quanto, grazie a scelte precise, si possa fare la differenza. Se il cinema italiano è quello che conosciamo oggi, lo dobbiamo anche a persone che, come lei, hanno deciso di fare qualcosa di più. Il cinema non è solo intrattenimento, ma anche un testo storico e culturale, capace di fungere da monito e da testimonianza della società che rappresenta.



