Un film come Rental Family – Nelle vite degli altri avrebbe potuto imbellettarsi in una sconfinata varietà di salotti tematici e produzioni di senso. Prodigandosi, ad esempio, per le complessità sociologiche del fenomeno delle famiglie d’affitto nipponiche (la cui prestazione di servizio consiste nel noleggio di sostituti affettivi per qualsiasi necessità relazionale), o ragionando meta-riflessivamente sulla porosità immedesimativa di tale incarico interpretativo.
Avrebbe potuto lavorare su memoria e identità o sulle fissità stranianti dei ruoli e delle fasi della vita. Ma anche adoperarsi per gli aspetti più ambigui di alcune simulazioni (il “servizio scuse” pare essere quello più richiesto, ci dice il film, prima di emarginarne le relative implicazioni etiche), o approfondire quel senso di estraneazione da un sentimento che necessita sempre cognitiva sintetizzazione. O per meglio dire: una trattativa emotiva mediata e tenuta a ragionevole distanza di sicurezza.
A tale oceano di se e variopinte direttive drammatiche, Hikari ha anteposto invece percorsi introspettivi benevoli, garbati, difficilmente scalfiti dalle profondità a cui ogni suo tema avrebbe potuto indirizzare. È davvero un feel-good movie, questo Rental Family: un film capace di evocare la meraviglia dei buoni sentimenti e quella particolare sensazione di calma e riconoscimento che mira al cuore e riesce a farlo stare bene.
Sul filo di un sentimentalismo a tratti troppo enfatico ma mai realmente retorico, Rental Family affida a Brendan Fraser la misura espressiva di un’opera che lavora di grazia e candida ironia, essenzialità e malinconica empatia. L’attore si fa carico del film con la mimica sommessa e disinvolta di chi sa di dover restituire autenticità a una comune esperienza umana: riparare la vita attraverso la vita, anche al costo di doverla impersonare.
L’ingombro dolce di un americano triste

È goffamente marcata, l’estraneità culturale che stritola Philip nel mezzo della densità umana di una Tokyo stipata e pulsante. La sua statura è dirompente nella ristrettezza domestica in cui vive, dissonante in termini di emissione e volumi emotivi. Rental Family parte da qui, dall’alienazione urbana di un individuo che è prima di tutto estraneo, straniero, anonimamente incompatibile con una cultura che brulica fra spazi maestosi, appartamenti assiepati e impenetrabili divari esperienziali. Philip quel mondo lo osserva dall’esterno, dalle finestre di casa sua verso porzioni di vita messe in scena su palcoscenici a cui lui non guadagna mai accesso, men che meno integrazione.
Quello di Philip è un contenimento identitario che Rental Family trasforma in condizione esistenziale collettiva, enfatica perché calata su uno scenario sovrabbondante ma disconnesso, ostentativo e socialmente regolato da rispettabile formalità. Su quel compresso pavimento psicologico l’uomo si muove impacciato, rincorrendo l’ingaggio che riscatti la sua carriera d’attore e provando ad adattarsi alla propria alterità.
L’inconsueto incarico sottopostogli dalla Rental Family arriva per caso, quasi per ovvietà: serve un americano triste (di cui l’agenzia scarseggia), che presenzi a una finta funzione funebre. È l’inizio di una riscoperta identitaria come insolita possibilità d’ambientazione, il disvelamento di un cinismo trasformato in evoluzione. L’agenzia vende opportunità, chiusure, chiarimenti – appartenenza emotiva per vuoti affettivi bisognosi di essere colmati. La regola è una sola, ed è scontata: non bisogna farsi coinvolgere.
Pertanto l’identità si fa servizio, le verità si nebulizzano e le finzioni biografiche diventano ascolto e disponibilità sensibile: interpretazione per interpretazione, Rental Family riformatta la grammatica della relazione interpersonale, mitigando la trazione della (vera) pratica giapponese e investendo molto sulla delicatezza toccante ed edificante di un’affettività disinnescata dalla sua ontologica finitezza.
Cosa definisce i rapporti umani?

“A volte abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi negli occhi e ci ricordi che esistiamo” recita uno dei tanti slogan siglati dal film come inserti agevolatori d’interpretazione. Se le immagini sembrano non bastare mai realmente a loro stesse, le psicologie subiscono una semplificazione parimenti vincolata alla loro leggibilità. Il miracolo di Rental Family è sapersele fare bastare, è la sua capacità di commuovere senza ricattare – specie quando le polarità simboliche passano da anziani malati a bambine prive di papà.
Mentre le derive narrative calpestano tracciati prevedibili, Hikari mette in scena il paradosso di quei medesimi rapporti umani: all’effettivo, ogni surrogata interazione sembra smuovere un risveglio di fiducia e autoaffermazione. In questo immaginario disincarnato gli effetti del sentimento recitato sono tangibili quanto condizionati nella realtà, fondativi e non meno veri nell’incontro fra risonanze di incomunicabilità.
Rental Family sembra volerci dire qualcosa in merito al potere emancipatorio e catartico dei legami, soprattutto se esonerato da qualsiasi imperativo morale. I confini tra verità e menzogna si fanno elastici quando in palio vi è l’autenticità di un sentimento recepito come tale. E d’altronde l’esistenza non è che un’esperienza percettiva personalizzata e soggettiva, tanto distante da una sua neutralità quanto disperata nella propria ricerca di compatibilità.
In questo modo le distanze emozionali, le apparenze omologanti, le indisponibilità affettive di una genitorialità fallibile non vengono giudicate in quanto tali, ma al contrario ammorbidite dalla bonarietà dell’intenzione che le muove. Hikari sembra dirci che sì, a volte la buona fede è sufficiente a scagionare la complessità delle sue ripercussioni. Il timore dell’incontro reale si addolcisce nella propria raffigurazione (e ri-significazione) – ammonendo, piuttosto, sui presupposti dinamici di una diversa contesa identitaria.
Ruoli provvisori in esistenze (neanche tanto) simulate

Mentre i regimi di rappresentazione si duplicano sovrapponendosi, l’andatura narrativa sfilaccia Rental Family in una (dis)continuità che a volte perde il filo. Eppure proprio lì, in quella carica terra di mezzo, la vulnerabilità solitaria di Philip si spalanca a inattese possibilità: l’opportunità di sentirsi figlio e di scoprirsi padre diviene per lui l’occasione di correggere la vita e insieme cominciare a sperimentarla.
Il ritorno emotivo è il riconoscimento indispensabile di chi emula e di chi si immedesima, energia trasformativa che necessita di fluire incontrastata, emancipata dalle regole della sistematizzazione recitativa. La provvisorietà e improvvisazione identitaria si convertono allora nell’unica condizione umana veramente vivibile, soprattutto quando la fissità dei ruoli (e di ciò che si deve o non deve essere all’interno di contorni definiti) si dimostra soffocante perfino fra le righe dei copioni.
E se è vero che Hikari avrebbe potuto azzardare tutt’altre focalizzazioni, questa è quanto meno la più liberatoria dentro cui lasciarsi andare.



