Ci sono momenti in cui il cinema sceglie di non introdurre al mondo nuovi universi e sceglie, invece, di essere una testimonianza completa del presente. E Naza, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor fa parte di queste scelte. Premiato con il Premio della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia 2026, l’opera in questione sceglie di focalizzarsi sul massacro in Medioriente, che prosegue da più di tre anni in seguito agli attacchi del 7 ottobre 2023. Il film viene aspramente criticato con l’accusa di favorire una parte politica invece che un’altra, ma forse questo non era il suo obiettivo. Magari aveva il solo scopo di documentare dei fatti arrivando a mostrare cose che non possiamo leggere nei giornali o vedere ai telegiornali. E la cosa incredibile è che non siamo di fronte ad un’opera come altre se ne sono viste sulla questione palestinese come No Other Land, degli stessi registi, o il terribile La voce di Hind Rajab del 2025.
Una semplicità da applausi

Viviamo nel periodo cinematografico post-moderno; un’epoca in cui sono usciti i grandi capolavori di maestri del cinema come Steven Spielberg. Questo grande regista ci ha insegnato una grande cosa a noi spettatori, ovvero che non è necessario avere una trama complessa o un modo di mostrare le cose in modo super ingegnoso quando in realtà per far arrivare un messaggio basta semplicemente inquadrare qualcosa e l’empatia è subito istantanea.
Già nel 1997, James Cameron ce lo ha fatto capire con il suo Titanic, il kolossal che riprende Romeo e Giulietta con lo scopo di farci sentire la tragedia del celebre transatlantico, mentre Steve, con il suo Schindler’s List, è riuscito a destabilizzarci con un approccio quasi documentaristico presentandoci la Shoah e la figura di Oskar Schindler. E’ un modo di fare cinema che funziona benissimo ed è una lezione che si può riprendere perfino con un’opera fatta principalmente da interviste.
Infatti, Abraham e Szor fanno la cosa più semplice del mondo: scelgono di non portare gli spettatori a una riflessione filosofica, ma bensì di mettersi davanti a una videocamera per intervistare un gruppo di agenti dei servizi segreti israeliani responsabili di atrocità seguite in diretta dalle persone di tutto il mondo. Nessuna pretesa registica. Nessuna complicazione. Solo immagini e parole.
E ogni tanto vengono fatte delle panoramiche su una Tel Aviv fatta di grattacieli illuminati per arrivare a un parallelismo tra la vita comune degli israeliani e quella dei palestinesi prima che venissero spazzati via dall’IDF. Qualcuno, a primo impatto, potrebbe pensare alla ridondanza e alla piattezza. Ed invece l’effetto è completamente opposto. Da più di tre anni le persone che assistono all’orrore in diretta televisiva vengono private dei mezzi necessari per comprendere i dettagli dalle scelte governative di Israele; di conseguenza, sono talmente interessate al tema in questione che sentire certe dichiarazioni dagli intervistati li destabilizza completamente.
Questo riporta alla mente, in particolare, i due lungometraggi storici dedicati al processo di Norimberga, nel quale persone comuni vengono messe davanti a una macchina da presa e lasciano senza parole gli ascoltatori per le dichiarazioni sul loro operato nei territori occupati durante la Seconda guerra mondiale. In questo caso i nazisti e i giudici sono rispettivamente gli agenti e Abraham, mentre i testimoni e il pubblico siamo direttamente noi spettatori seduti e avvolti dal buio della sale. Di conseguenza, l’immersione è istantanea e si avverte il freddo fin dentro le ossa, perché queste non sono cose che si vedevano e sentivano da più di ottant’anni e mai avremo pensato di riviverle con la tecnologia che avanza. Ed eppure è quello che succede.
Contrasti visivi indimenticabili

Una cosa che rimane subito impressa è il modo con cui si sceglie di mostrare le interviste in 80 minuti di durata. Mentre Szor sceglie di seguire tutto dietro la macchina da presa, Abraham decide di essere l’interlocutore principale degli agenti. A quest’ultimi viene completamente oscurato il volto. Non conosci i loro nomi, ma di questi si possono solo intravedere le loro sagome, perché avendo probabilmente commesso atti genocidari nei confronti dei palestinesi è giusto presentarli come figure oscure e anonime da comprendere. Perché non puoi sapere cosa hanno avuto nella mente quelle persone quando hanno commesso una carneficina nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania.
Questa scelta visiva è estremamente coraggiosa per i periodi che hanno vissuto, nel quale certi paragoni con il passato non vengono graditi, ma in fin dei conti era una scelta efficace per far riflettere lo spettatore sulla banalità del male. Questi agenti sapevano di star commettendo delle atrocità o no? Questa è la domanda che continuiamo a porci per tutta la durata dell’intervista, esattamente come i due registi, i quali vengono ricercati dal governo israeliano per aver rivelato al mondo informazioni “segrete”, ovvero come si sono sentite quelle persone quando hanno deciso di commettere crimini di guerra e contro l’umanità.
E, ancora di più che le parole, questo modo di mettere in scena ci porta a fare un parallelismo con la Seconda guerra mondiale, un episodio in cui un gruppo ristretto di individui considerava normale cancellare una comunità e poi tornare a casa dalle loro famiglie come se nulla avessero fatto.
Le azioni dell’IDF sono davvero dei semplici metodi di guerra o potevano benissimo rifiutarsi di eseguire quegli ordini che hanno portato alla morte milioni di persone innocenti? È normale privare delle persone di aiuti umanitari come metodo di guerra? È, soprattutto, ha senso far passare il nemico come un essere subumano e usare questa scusa per radere al suolo quartieri? Questi sono alcuni dei tanti altri quesiti più oscuri e complessi che il film continua a lasciati in sospeso anche dopo la visione e sono gli stessi quesiti che forse dovremo porci in un periodo in cui la memoria del passato viene strumentalizzata dalla politica pur di giustificare le sue falle esecutive; i nazisti hanno commesso genocidio nei confronti degli ebrei, ma Israele non può in alcun modo commettere una pulizia etnica perché è la patria dei parenti dei perseguitati del Novecento.
La cosa più incredibile è che con semplici immagini e parole queste contraddizioni del nostro tempo vengono a galla e forse dovrebbero essere la chiave per interrogarci sui limiti delle democrazie odierne che stanno inevitabilmente messe alla prova.
