Lo ammettiamo senza vergogna: era da un po’ di tempo che non uscivamo dal cinema con un sorriso ebete stampato in faccia. Succede con i “feel good movie”, i film che ti fanno stare bene. E L’Ultima missione: Project Hail Mary è uno di quelli. Quei film che ti fanno sorridere e subito dopo commuovere. Quelli che ti fanno affezionare anche a un pezzo di roccia e ti rimangono impressi per piccole cose come un pollice verso e un tizio che si gratta l’avambraccio. Un film che è tutto il contrario del suo titolo ostico e difficile da ricordare. È fantascienza essenziale, pura, diretta. E, come tutta la fantascienza così, tocca la natura dell’essere umano.

Amazon MGM Studios
Lo fa con una semplicità che nasconde un sacco di cura (nella scrittura, nella struttura e nel design di ogni cosa che fluttua sullo schermo). Lo fa grazie a un Ryan Gosling ritrovato dopo le ultime macchiette. Goffo, intenso, capace di reggere il film quasi da solo. Con lo spazio che torna nel suo destino. Da primo uomo sulla luna a ultima speranza per la terra. Solo che questa volta non ci sono eroi e persone da cui tornare. C’è solo un uomo (e un uomo solo) che fa i conti con se stesso. Un tizio che, in mezzo a tanti dilemmi, trova la risposta più rivoluzionaria che ci possa essere oggi: l’altruismo e il bisogno di uscire dal guscio dell’individualismo. Come in Ted Lasso, qui c’è una celebrazione della gentilezza (senza retorica) che ti fa sorridere come un ebete. Si può essere gentili senza sembrare deboli? Sì, ma forse è solo fantascienza. Un film di cui ci siamo innamorati. Così tanto da aver registrato una (non) recensione di pancia che trovate qui.


