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Per chi è appassionato della settima arte, sarà stato impossibile non imbattersi prima o poi nel nome di Claudio Caligari. Soprattutto nel contesto contemporaneo, la filmografia del regista romano ha rappresentato un monito per tutti quei nuovi autori che hanno affrontato il mondo cinematografico italiano degli anni Duemila. Votato al documentario, Caligari si avvicina al film di finzione solo nel 1983 con Amore tossico, un’opera a metà tra fiction e documentario che resterà impressa nell’immaginario del cinema italiano.

Caligari firmerà poi altre due grandi pellicole, fortemente legate alle sue influenze cinematografiche: L’odore della notte (1998) e Non essere cattivo (2015). Il primo è un racconto scorsesiano sull’individuo e la sua alienazione sociale; il secondo, il ritratto di giovani della periferia romana alle prese con la cruda realtà italica.
Non essere cattivo resta, tutt’oggi, uno dei migliori racconti sui giovani e per i giovani mai scritti in Italia. Con uno sguardo documentarista, Caligari ci trascina nell’inferno di cemento e spade della Roma degli anni ’90.

Attenzione!

Questo articolo contiene spoiler sul film!

Il dado è tratto

Non essere cattivo
Luca Marinelli e Alessandro Borghi – © Kimerafilm, Rai Cinema

Non essere cattivo si pone come un vero e proprio documento poetico della condizione giovanile nelle periferie italiane. In questo caso, Ostia diventa simbolo di una società incapace di confrontarsi con quella fetta di popolazione povera e de-istituzionalizzata. Caligari conosceva molto bene il contesto che stava raccontando, avendolo vissuto in prima persona e riprodotto attraverso i suoi lavori documentaristi.

Il film racconta la lotta di due giovani romani nella ricerca di un loro posto in una società ostile e disperata. Cesare e Vittorio sono amici fin dall’infanzia. Cresciuti a Ostia, passano le giornate tra bar, droghe e attività illecite. Questo almeno fino a quando Vittorio decide di provare a sfuggire al destino imposto dal suo ambiente. Abbiamo quindi due figure in lotta contro un’esistenza misera, che cercano, in modi diversi, di fuggire dalla propria condizione di partenza.

Per Jean-Paul Sartre, l’individuo nasce libero, o meglio: l’individuo è “condannato a essere libero”. Non esiste una natura predeterminata o un destino imposto che guidi l’individuo verso una fine già scritta. Al contrario, il destino è il risultato delle scelte del singolo, e la società il prodotto ultimo di queste scelte. Questa condanna implica che non si possono scaricare le responsabilità delle proprie azioni: ogni individuo deve fare i conti con il mondo così com’è, agire autenticamente e assumersi le conseguenze delle proprie decisioni.

Lo Sapevi?

La prima scena con il gelato è un riferimento al film Amore tossico (1983) di Claudio Caligari.

Destini e responsabilità

Marinelli
Cesare in una scena del film – © Kimerafilm, Rai Cinema

Cesare e Vittorio, in questo senso, sono due facce della stessa medaglia. Anzi, sono le due facce dello stesso conflitto esistenziale. Vittorio non accetta la condizione di miseria in cui è nato e cerca, attraverso il duro lavoro e il sacrificio, di costruire una realtà diversa. Dopo una serata di assuefazione, Cesare ha come una visione del suo tremendo futuro se continuerà a compiere sempre le stesse scelte autodistruttive: un momento di illuminazione che libera la sua coscienza e lo spinge a responsabilizzarsi.

Cesare, viceversa, non riesce ad accettare la realtà della sua situazione. La morte della sorella e la malattia della nipote sono ferite troppo profonde da superare. In particolare, il personaggio di Debora, la nipote, è il simbolo della sua innocenza perduta. Appesa a un filo di vita, Debora rappresenta l’ultimo legame con la purezza originaria. Cesare prova a cambiare il proprio destino, abbandonando la strada della criminalità e cercando di vivere nel miglior modo possibile.

Ma il mondo dipinto da Caligari è crudo, reale e freddo. La società ha prodotto individui loschi e avidi in un contesto che non lascia spazio alla speranza. Debora è l’ultimo filo che lega Cesare alla vita, perché la vita senza innocenza è condanna e morte. Grazie anche all’abilissima prova di Luca Marinelli, Cesare emerge come il conflitto esistenziale del nostro tempo: una vita che tenta di riscattarsi, scontrandosi con tutte le difficoltà di un reale decadente ma sempre in bilico su un abisso di disperazione.

Mauvais Sang

Non essere cattivo
Cesare e il suo gruppo scena del film – © Kimerafilm, Rai Cinema

Sartre definisce allora due concetti: la bonne foi e la mauvaise foi. La prima è la “buona fede”: l’individuo, conscio della propria libertà, inizia a compiere scelte autentiche. Vittorio sceglie consapevolmente di responsabilizzarsi. Con fatica, dolore e sofferenza, costruisce una piccola realtà lavorativa e una dimensione familiare che non ha mai posseduto. L’autenticità lo spinge a confrontarsi con una realtà dura, che lo mette continuamente alla prova, ma la consapevolezza di poter scegliere la propria vita lo spinge a lottare.

Cesare, che inizialmente segue Vittorio come a dimostrare che un’altra vita è possibile, esce invece sconfitto dal conflitto. Con la morte di Debora, l’innocenza di Cesare è definitivamente perduta e a lui non resta altro che cedere alla “cattiva fede”. Secondo questo concetto, Cesare si autoinganna: l’individuo in cattiva fede non accetta la realtà per ciò che è, fingendo di essere determinato da fattori esterni. Il destino non è più deciso dal sé individuale, ma dal mondo nel quale si è immersi.

Così, un tossicodipendente non può che rincorrere la successiva dose, un criminale non può che ricorrere ad atti illegittimi. Cesare non sopporta più il degrado della realtà, il proprio prodotto sociale e il dolore insito nella libertà di scelta. Ecco allora che si realizza proprio la “condanna” di cui parlava Sartre: la scelta di restare autentici e “buoni” è troppo dura, e per Cesare non resta che incarnare il ruolo che la società gli ha cucito addosso. Il criminale sceglie la vita del crimine e, in una velata consapevolezza, realizza la propria fine.

Lo Sapevi?

Valerio Mastandrea scrisse una lettera aperta a Martin Scorsese per aiutarlo nella produzione di Non essere cattivo. Il regista americano non rispose mai alla richiesta.

Un occhio al passato e uno al futuro

Non essere cattivo
Luca Marinelli in una scena di Non essere cattivo – © Kimerafilm, Rai Cinema

Non essere cattivo è la testimonianza che è ancora possibile fare un cinema in grado di parlare dei problemi del nostro Paese senza scadere nel vittimismo o nel pietismo. La profondità, la crudezza e l’abilità registica di Caligari confezionano una storia di grande spessore sociale e politico. La tecnica, che nulla ha da invidiare ai più blasonati registi d’oltreoceano, è messa al servizio delle atmosfere e delle emozioni evocate da ambienti e personaggi.

Ogni elemento in scena ci ricorda lo struggimento e la lotta (interiore ed esteriore) che Cesare e Vittorio affrontano in ogni momento della loro vita. Per questo, e per tanti altri motivi, il regista romano firma un documento poetico capace di raccontare la complessità di un mondo limitato. Claudio Caligari non è riuscito a vedere il suo film sugli schermi: il regista muore infatti prima del termine delle riprese, ma la sua “buona fede” resta chiara e intatta, in attesa che qualcun altro possa portare avanti il suo discorso.

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Cinefilo accanito e amante delle grandi storie. Mi sono laureato in Cinema e audiovisivo, con una particolare attenzione alle produzioni del continente asiatico. Puoi trovarmi come cinerama46 sui social!