X

È perché i valori cambiano che ha senso creare nuovi film.

Cambiano i valori come cambia il modo di narrare le storie. Una pratica assai in voga, soprattutto in quei registi che amano sguazzare in un oceano di malinconia. Eppure, la citazione ivi riportata appartiene ad un maestro che ha fatto della metamorfosi archetipica la sua cifra stilistica: Mamoru Hosoda, l’uomo che riscrive le fiabe. Ma come ci riesce?

Benvenuti in ManGazine, la nuova Rubrica di Casa Screenworld dedicata alle monografie di autori che – a nostro parere – sono stati in grado di lasciare un segno nel mondo dell’animazione: ma che si tratti di una grottesca cicatrice o di un grazioso tatuaggio, questo starà ai posteri stabilirlo. Difatti, oggi ci occuperemo di un regista che, pur di realizzare pellicole che custodissero l’autenticità della sua anima, optò per dar vita a uno studio d’animazione tutto suo.

Mamoru Hosoda, l’uomo che riscrive le fiabe

La ragazza che saltava nel tempo, Mamoru Hosoda © amazon.it
La ragazza che saltava nel tempo, Mamoru Hosoda © amazon.it

Mamoru Hosoda (nato nel 1967) si è imposto, negli ultimi vent’anni, come una delle voci più riconoscibili e influenti dell’animazione giapponese contemporanea. Il regista ha costruito una filmografia piuttosto organica nella quale la ripetizione di temi, forme e dispositivi narrativi è una vera e propria rimodulazione degli stessi. In poche parole: ogni film riutilizza archetipi di vecchia data, ma sempre funzionale (come il focus sul tempo, la metamorfosi, la famiglia o la ricerca di identità), per parlarci del presente. Da La ragazza che saltava nel tempo (2006), passando per Summer Wars (2009), Wolf Children (2012), The Boy and the Beast (2015), fino a Mirai (2018), Belle (2021) e la sua ultima fatica, Scarlet, è innegabile che una spiccata profondità permei la sua poetica, il suo modo in cui “riscrive le fiabe”, grazie anche al particolare contesto produttivo e critico che ha reso possibile la sua ascesa.

Dai primi passi al Festival

Belle, Mamoru Hosoda © amazon.it
Belle, Mamoru Hosoda © amazon.it

Nato nella prefettura di Toyama e formatosi come pittore al Kanazawa College of Art, Hosoda entra nell’industria dell’animazione nel 1991 (Toei Animation). Dopo esperienze come animatore e regista di corti e lavori commerciali (incluso il celebre corto Digimon Adventure: Our War Game!), la sua svolta internazionale arriva nel 2006 con La ragazza che saltava nel tempo (The Girl Who Leapt Through Time). Nel 2011 fonda con il produttore Yūichirō Saitō lo Studio Chizu, una realtà produttiva che gli permette di realizzare in autonomia i film successivi, dando vita a un “posto sicuro” coerente con il suo personalissimo stile.

Wolf Children è stato uno dei film di maggiore incasso in Giappone nel 2012 (dati Box Office Mojo e The Numbers mostrano incassi significativi a livello internazionale), mentre The Boy and the Beast e Belle hanno ulteriormente consolidato la sua ottima posizione in merito a critica e favore del pubblico. In particolare, il lungometraggio Belle è stato il più grande incasso mondiale fino al 2021 e ha riscosso un buon successo al festival del Cinema di Cannes, tuttavia scatenando non poche polemiche. In fin dei conti, parliamo pur sempre di Mamoru Hosoda.

Le costanti tematiche: famiglia, tempo, metamorfosi

Mirai, Mamoru Hosoda © amazon.it
Mirai, Mamoru Hosoda © amazon.it

Oggi penso che sia molto difficile rappresentare cosa sia un padre.

Tre elementi ricorrenti unificano la filmografia di Hosoda a mo’ di un fil rouge tematico: l’importanza della famiglia e le dinamiche intergenerazionali; il tempo e lo scorrere dello stesso quale esperienza affettiva, nonché il focus sulla memoria; la metamorfosi – sia fisica che identitaria – quale motore narrativo delle storie.

Ad esempio, Mirai è un’indagine aperta sui ruoli genitoriali nel Giappone contemporaneo, mentre in Wolf Children la maternità e i dilemmi educativi diventano il cuore della narrazione. Di contro, in Summer Wars e in Belle il mondo virtuale e il mondo reale dialogano attorno al concetto di multi-identità. In ogni caso, in ogni pellicola, in ogni racconto tali tematiche vengono affrontate attraverso un filtro in particolare: quello dell’esperienza infantile, in quanto è dalla fragilità del singolo che nasce la visione etica del mondo del sensei.

Da questo punto di vista, la “famiglia” dunque è il deus ex machina che permette al regista di esplorare non solo il cambiamento nei ruoli genitoriali attraverso le Ere, ma anche la lineare metamorfosi della tecnologica o la tanto dibattuta crisi demografica, tema caro al Sol Levante. Così facendo, Hosoda trasforma conflitti privati e famigliari in problematiche che accomunano i più, oseremmo dire “pubbliche”.

Riscrivere le fiabe

Belle, Mamoru Hosoda © amazon.it
Belle, Mamoru Hosoda © amazon.it

Esatto. È tutto al 100% digitale. Non abbiamo usato carta.

Definire Mamoru Hosoda “colui che riscrive le fiabe” è il modo più semplice e autentico di rivolgersi a lui. Lo spettatore, così, si aspetterà di trovare antiche pergamene avvolte in pelli nuove nelle sue pellicole. Immaginate, dunque, un tessuto narrativo che conserva le cuciture del passato, come il viaggio iniziatico dell’eroe, il villain che nasconde un cuore d’oro, la missione che mette alla prova gli amanti: tutti elementi che il regista ruba e immerge nel tempo presente.

In questo suo laboratorio, Hosoda riattualizza quelli che la critica ama definire “gli archetipi”. Prendete Belle: la storia è un evidente ponte verso La Bella e la Bestia, ma non ne è affatto una copia. Qui la “bestia” rappresenta il trauma infantile, l’isolamento che cresce nell’era degli algoritmi, e la stessa trasformazione avviene in circostanze differenti.

Poi troviamo quel radicamento della magia nel quotidiano tipica di Hosoda, consolidata per lo più nella pratica della metamorfosi. L’incantesimo, tuttavia, perde la sua carica di meraviglia, poiché lo ritroviamo nella banale quotidianità. Difatti, nelle sue inquadrature il reale è descritto con cura, tanto da rendere l’elemento fantastico quasi naturale, credibile, certamente inevitabile, come accade – a esempio in Wolf Children.

Eppure, la motivazione che spinge Hosoda a riscrivere le fiabe forse è da ricercare in un ultimo tema, più esigente dei precedenti. La morale. Non più disneyana o puritana, bensì un’etica che abbraccia i nostri tempi, adattandosi all’orizzonte digitale contemporaneo. In Summer Wars la risposta al caos della rete è la cooperazione collettiva tra tutti i personaggi, mentre in Belle la domanda posta allo spettatore verte sulla ricerca della verità e sull’analisi del web che tende a premiare solo l’apparenza. Ed ecco che le sue storie ci mostrano come si fa, concretamente, a prendersi cura dell’altro, dei più fragili.

Non è dunque un caso che alcuni studi accademici abbiano descritto Summer Wars come un vero e proprio “manifesto della comunità connessa”, in quanto è proprio qui che Hosoda mette in scena – forse per la prima volta – la complessità e la tossicità del rapporto tra soggetti e web, e lo fa senza rinunciare al calore umano.

Così, guardando uno dei suoi film, si ha l’impressione di sfogliare un vecchio libro di fiabe le cui pagine sono state rilegate con fibre moderne. Fiabe che parlano la nostra lingua.

Tecnica e innovazione

Mirai, Mamoru Hosoda © amazon.it
Mirai, Mamoru Hosoda © amazon.it

La creazione di Studio Chizu con Saitō segna la trasformazione di Hosoda poiché, come abbiamo accennato, gli consente una maggiore coerenza stilistica, nonché di avere un controllo più stretto sui processi creativi. Dalle interviste diffuse su magazine internazionali (Moveable Feast, AnimeUK, AllTheAnime) emerge che il regista preferisca lavorare con un nucleo stabile di collaboratori, costruendo una sorta di “bottega” trecentesca in grado di bilanciare sapientemente la creatività con le esigenze di mercato. Senza soldi non esiste lavoro, senza lavoro non esiste uno Studio.

Dopotutto, la ricerca tecnica di Hosoda è finalizzata all’efficacia narrativa. Predilige il disegno a mano per i personaggi, ritenendolo più adatto alla gestualità, ma integra sapientemente pipeline digitali quando servono, come il background 3D per i mondi virtuali di Belle, una scelta motivata da esigenze espressive.

Dal punto di vista della regia, il maestro è in grado di modulare squisitamente il ritmo delle proprie storie. A lunghe sequenze di riflessione, di apparente serenità, si susseguono esplosioni di azione e spettacolo attraverso anche un sapiente uso del colore. Questa alternanza ha lo scopo di emozionare lo spettatore che è prima invitato ad entrare nel quotidiano dei protagonisti, dopodiché viene investito da momenti di pura meraviglia visiva.

I limiti della poetica di Hosoda

Wolf's children, Mamoru Hosoda © amazon.it
Wolf’s children, Mamoru Hosoda © amazon.it

Delicatezza emotiva, capacità di coniugare modernità e fiaba antica, attenzione al quotidiano hanno conquistato critica e pubblico. Tuttavia, non è tutto rose-e-fiori, e non mancano certo criticità nel lavoro di Hosoda. Nel vasto e multiforme mondo della Critica Cinematografica, alcuni recensori hanno avuto da ridire su Belle, accusato di essere stato sovraccaricato di temi e personaggi.

Ciononostante, un’osservazione metodologica utile è che l’arte di riscrivere fiabe implica un certo equilibrio: più l’autore aggiorna i temi, più deve scegliere cosa illuminare e cosa lasciare in ombra. Quando tenta di abbracciare troppi aspetti (come identità digitale, trauma, famiglia), questo caos potrebbe svilire il valore complessivo dell’opera.

Dopotutto, le fiabe di Hosoda funzionano perché traducono bisogni collettivi in elementi e problematiche riconoscibili dai più: il timore del cambiamento, il senso di smarrimento a causa del web, la fatica dell’essere genitori o figli in una società che muta di continuo. Il suo linguaggio visivo è diretto, empatico, e non richiede una o più lauree per essere compreso, ma si apre comunque a letture più complesse per chi ha voglia approfondire.

“Sono il tipo che vuole provare cose nuove nel mezzo del lavoro.”

Scarlet, Mamoru Hosoda © Crunchyroll
Scarlet, Mamoru Hosoda © Crunchyroll

Le opere di Mamoru Hosoda mostrano come un cinema popolare possa essere al tempo stesso innovativo, in grado di parlare tanto a spettatori giovani quanto a critici e studiosi. Attraverso la riattualizzazione di alcuni temi caratteristici delle favole, il maestro ha costruito una poetica in grado di rammentare a noi fruitori l’universalità e la permeabilità di certi archetipi. Tematiche valide all’epoca dei Grimm come oggi: basta solo riscriverle con inchiostro digitale.

Dunque, chissà se la sua ultima fatica rispetterà la cifra stilistica percorsa sinora. O se, come un moderno Prometeo, il nostro maestro cambierà le carte in tavola, prendendosi gioco di noi proprio come il Titano che si beffò di Zeus.

Condividi.

Napoletana, classe 92, nerd before it was cool: da sempre, da prima che fosse socialmente accettato. Dopo il diploma al Liceo Classico, una breve ma significativa tappa all'Accademia di Belle Arti mi ha aperto gli occhi sul futuro: letteratura, arte e manga, compagni di una vita ed elementi salvifici. Iscritta a Lettere Moderne, ho studiato e lavorato per poi approdare su CPOP.IT e scoprire il dietro-le-quinte del mondo dell'editoria. Dal 2025 scrivo per LaTestata e mi sono unita al team di ScreenWorld in qualità di Capo Redattrice Anime e Manga: la chiusura di un cerchio e il coronamento di un sogno.