Uno stile fatto di citazioni, omaggi e una passione sconfinata per il cinema. L’uso deciso della violenza mescolata, come mai prima, all’ironia. Dialoghi che sembrano usciti da una chiacchierata al bar, del tutto ininfluenti ai fini della trama ma incredibilmente vivi. Erano questi i tratti di quel fantasma che, all’inizio degli anni ’90, aleggiava sopra i cieli di Hollywood: Quentin Tarantino.
La prova vivente che l’American Dream può anche irrompere in una videoteca di provincia. Le Iene nasce da quell’incoscienza audace, da quell’amore sconfinato per la settima arte, diventando uno dei debutti più esplosivi dello scorso secolo.
Un nuovo Big Bang cinematografico

Le Iene è uno degli esordi cinematografici più chiacchierati e conosciuti proprio perché Tarantino stesso è uno dei registi più chiacchierati e conosciuti. Un autore che in un certo senso ha valicato il confine della cinefilia: per quelli come lui è più che normale entrare in sala per vedere il film di un determinato regista; è molto diverso, invece, per la stragrande maggioranza di spettatori.
Molti guardano un film perché adorano un determinato genere o attore/attrice, guardando raramente al nome di chi sta dietro la macchina da presa. Tarantino, invece, ha abbattuto anche questo muro. Chi va a vedere Tarantino sa che è una sua pellicola. Questo perché nel 1992 non diresse solo il suo esordio, ma inventò un nuovo linguaggio.
Give me a Leone

Una nuova dialettica nata dall’amore per il cinema, dalla sconfinata conoscenza del cinema senza averlo mai studiato, limitandosi, come lui stesso ha ammesso, a guardare i film. Ma dietro a quel “guardare” c’è tutto il suo interesse, la sua maniacale osservazione, la sua analisi, la cattura di ogni movimento di macchina da presa poi replicato senza nozioni tecniche. “Give me a Leone” è la frase emblematica di questa passione, con cui richiedeva i primi piani tipici del regista italiano. Uno stile costruito, appunto, non tra i manuali, ma in sala e nella videoteca in cui lavorava.
Ogni pellicola diventava parte di quel processo formativo, diventava parte di lui: Tarantino ha saputo restituire questo enorme bagaglio cinematografico una volta sul set. Con la voglia di attingere a piene mani dallo stile registico dei grandi nomi del passato per farne uno stile proprio, fatto di imitazioni (o “omaggi”, certo) e al contempo inimitabile.
L’arte di non mostrare

Nel 1992 l’aura del suo mito era ancora in fase embrionale, così con un budget risicato (oltre il milione di dollari, grazie all’ingresso di Keitel nel progetto), dovette fare “di necessità, virtù”. Tarantino afferrò tutte le sue virtù, assieme alla macchina da presa, portandole sul set. Virtù di regia e di scrittura con dialoghi pescati dalla quotidianità, totalmente scollati dall’andamento narrativo e per questo ancora più autentici. Le prime immagini da lui dirette ci lasciano una banale conversazione sul significato di “Like a virgin” di Madonna e sulle mance per le cameriere.
Poi la lenta camminata sulle note di Little Green Bag. Da quel momento, al centro della scena c’è la rapina che nessuno ha mai visto. Non viene mostrata, ma gli spettatori riescono comunque a viverla. Ognuno ha in mente l’immagine di Mr. Blonde che innesca la sparatoria, ma è una scena disegnata dalle parole e dalla gestualità dei personaggi.
Criminali, non eroi

Il regista rimescola le carte, mostrando allo spettatore tutto ciò che non si aspetta di vedere. Tarantino gioca e intreccia le linee temporali dei vari personaggi per mostrare la preparazione al colpo, per poi concentrarsi sugli attimi successivi alla rapina. E qui sbatte di fronte agli spettatori dei criminali che hanno appena fallito. Il massimo dell’antieroismo mostrato negli attimi di terrore, di paura di morire, di fuga e nervosismo mentre tentano di capire chi li ha traditi.
Lo sguardo smette di glorificare il crimine per darne una cruda e reale rappresentazione. Tarantino per la prima volta si mette dietro la macchina da presa e sceglie di inquadrare la parte meno “cinematografica” di questa storia e solitamente “nascosta” dal cinema, rendendola viva, facendoci vivere quella tensione attraverso le emozioni del gruppo. Attimi atipici da portare sul grande schermo, ma incredibilmente autentici.
Secondo lo stesso Tarantino il vero eroe della storia non è Mr. Orange, ma Mr. White. L’unico che mostra sensibilità, onore e che si prende davvero cura dello stesso Mr. Orange. Ciò nonostante, riconosce che nessuno è davvero eroe o villain all’interno della storia.
Super Sound anni 70 di K-Billy

Oltre l’autenticità dei loro dialoghi, delle loro reazioni emotive, la portata rivoluzionaria passa anche dalla colonna sonora. Il programma radiofonico Super Sound anni 70 del Dj K-Billy diventa un filo narrativo parallelo, che si intreccia con le vicende dei rapinatori nei momenti di alta tensione. I vari accompagnamenti vengono presentati dalla voce del Dj, quasi come fosse una realtà sonora parallela che arriva poi a fondersi con gli attimi di maggiore violenza del film.
Nella celebre scena della tortura, Mr. Blonde (Michael Madsen) accende la radio e cerca proprio quella stazione. La musica diventa parte integrante della violenza: Mr. Blonde danza sulle note di Stuck in the middle with you degli Stealers Wheel mentre tortura sadicamente il poliziotto. L’elemento diegetico trasforma la scena in un’esperienza ancora più straniante e memorabile.
Il fallimento più riuscito

In fin dei conti, tutto ciò che vediamo in questa pellicola è un fallimento totale. Negli attimi di massima tensione finale, dopo una rapina che ha spogliato chiunque del minimo eroismo, lo sguardo resta intrappolato in un deposito sporco e claustrofobico. Al suo interno: un poliziotto ucciso, un infiltrato in un lago di sangue, un criminale ferito nel corpo e nell’orgoglio per avergli creduto sin dall’inizio, e tre cadaveri (a cui potremmo aggiungere il quarto all’esterno, suggerito dalle sirene e dai colpi di pistola in sottofondo).
Il massimo della disfatta scivola via sulle note leggere di Coconut di Harry Nilsson che coprono il suono delle sirene della polizia. Il finale più tragico che potessimo immaginare, per il folgorante inizio di un mito.



