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Benvenuti a un nuovo episodio di Scusate se musical, il format di ScreenWorld che ogni mese prende una scena musicale e decide, senza motivo apparente, di dimostrare come lì dentro ci sia un intero film.

Oggi lo facciamo a tema pasquale, ma senza fermarci sui momenti più iconici e ingombranti del racconto evangelico. Niente crocifissioni in primo piano –  anche se, a essere onesti, per un attimo la tentazione di dedicare questa puntata ai Monty Python e al loro Brian di Nazareth c’è stata davvero.

Parliamo invece di Jesus Christ Superstar, il musical rock di Andrew Lloyd Webber e Tim Rice portato sul grande schermo nel 1973 da Norman Jewison. Un film che aveva già fatto discutere a Broadway e che al cinema non fu da meno: accusato di antisemitismo, blasfemia, razzismo, e di aver reso Gesù troppo umano. Col tempo, tutto questo lo ha trasformato in un classico scomodo, impossibile da ignorare. Perché Jesus Christ Superstar non è un film religioso nel senso tradizionale: il suo Gesù è stanco, sotto pressione, fragile. Più uomo che mito. 

Se c’è una scena che sintetizza questo approccio meglio di qualunque altra, è Everything’s Alright: tre personaggi iconici, tre visioni che non trovano un punto di contatto, tre voci straordinarie che condividono pochi minuti insieme per una scena indimenticabile.

Try not to get worried

Maria Maddalena apre la scena con una melodia dolce, quasi circolare, ipnotica. Il suo gesto è semplice e concreto: massaggia i piedi di Gesù, prova a proteggerlo, a ritagliargli un momento di pace dentro un mondo che non ne concede. Non risolve nulla, non pretende di farlo. Il suo gesto è solo cura, presenza, affetto. 

Poi entra Giuda, e il tono cambia di colpo. La sua voce è dura, diretta, senza spazio per la consolazione. L’olio profumato è uno spreco intollerabile in un mondo in cui la gente muore di fame, ma per lui è anche qualcosa di più: il segnale che tutto sta andando fuori controllo, che il messaggio originario si sta perdendo. In questo momento Giuda non è (ancora) il traditore. È l’unico che vede lucidamente quello che gli altri non vogliono vedere.

Quando Gesù prende la parola, la dinamica della scena cambia completamente. Non difende Maria, non raccoglie la provocazione di Giuda. La sua voce si abbassa, si fa più densa, e quello che dice – ci saranno sempre i poveri – suona quasi brutale, finché non si capisce da dove viene. Non è cinismo o distacco, ma semplicemente urgenza. Gesù non sta parlando della povertà del mondo, sta dicendo a Giuda smettila di guardare là fuori e guardami, adesso, finché sono ancora qui (Think while you still have me. Move while you still see me.”). Non è un uomo in pace con il proprio destino: è qualcuno che sente il tempo stringersi e non riesce a farsi capire dall’unico che vorrebbe capirlo davvero.

Tre voci, tre visioni incompatibili

Quello che rende Everything’s Alright davvero straordinaria non è solo quello che racconta, ma come le tre prospettive convivono senza mai incontrarsi. Non è questione di armonia, ma di tensione, di equilibrio instabile, anche da un punto di vista musicale. La linea morbida e circolare di Maria viene interrotta dall’ingresso tagliente di Giuda: le due melodie si sovrappongono, si scontrano, entrano in conflitto.

E se la voce potentissima di Carl Anderson finisce per sovrastare quella di Yvonne Elliman, il Gesù di Ted Neeley non prova a sopraffare o convincere nessuno. Non perché sia rassegnato, ma perché sta combattendo una battaglia diversa, su un piano che gli altri due non vedono ancora. Quello scarto – tra chi vive il momento, chi lo giudica e chi sente già il tempo stringersi – trasforma la scena in qualcosa che va ben oltre una semplice discussione.

Jewison insiste su questa distanza anche visivamente. I corpi sono vicini, ma gli sguardi, i movimenti, le tensioni raccontano altro. E quando la sequenza si chiude – con uno sguardo tra Gesù e Giuda che contiene tutto quello che non riescono a dirsi – è lì che il film si scopre davvero. Perché quella stretta di mano finale tra i due non è una riconciliazione, ma un addio che nessuno dei due riesce ancora a nominare. In quel dualismo tra Gesù e Giuda, tra fede e dubbio, tra visione e concretezza, si racchiude tutto il film e la sua grandezza.

Una scena piccola, un film intero

Dentro pochi minuti convivono tre idee diverse di mondo: quella emotiva e accogliente di Maria, quella lucida e rabbiosa di Giuda, e quella stanca e consapevole di Gesù. Nessuna prevale. Ed è qui che Jesus Christ Superstar mostra la sua natura più radicale: non offre risposte, non costruisce verità uniche, ma mette in scena un conflitto irrisolvibile. E lo fa affidandosi completamente alla musica e alle canzoni: senza necessità di dialoghi, ma solo usando il musical come linguaggio per raccontare qualcosa di profondamente umano.

Nel’opera ci sono brani più celebri e più “esplosivi” – come quella di apertura Heaven on Their Minds o la potentissima Gethsemane – eppure Everything’s Alright resta uno dei momenti più rivelatori dell’intero film perché lascia emergere i personaggi per quello che sono davvero. 

Ed è proprio in quell’impossibilità di comprendersi fino in fondo che il film continua a parlare ancora oggi. Perché se il musical, nel suo stereotipo più superficiale, è quello in cui tutti cantano la stessa cosa nello stesso momento, qui succede esattamente il contrario: cantano insieme, ma stanno dicendo cose completamente diverse.

E allora sì, anche a Pasqua, come sempre, la risposta resta la stessa: Scusate se musical.

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Nato a Napoli nel 1977, è Editore e co-fondatore di Digital Dreams Srl, il network di cui fa parte anche ScreenWorld.it. Negli ultimi 20 anni ha fondato e diretto successi editoriali legati alla settima arte quali CastleRock, CinemaZone e Movieplayer e nuovi progetti come CinemaSerieTV.it. Sempre su argomento film e serie TV ha scritto migliaia di articoli, pubblicato quattro libri, è stato ospite di eventi internazionali, programmi radiofonici e direttore di festival in streaming.