Uno dei tanti ricordi che abbiamo di mamma Disney è legato al forte contenuto dei primi lungometraggi. In tanti pensavano che dopo Biancaneve e i sette nani, Pinocchio e Bambi nessun altro titolo avrebbe avuto un impatto così forte nel grande pubblico tanto da essere ricordato nei secoli successivi; prima è arrivato Taron e la Pentola Magica, che non ha avuto il successo sperato, e poi, la casa del topo ci ha catapultati in una Parigi medievale piena ombre.
Il Gobbo di Notre Dame riprende l’opera letteraria di Victor Hugo, ambientata nella Francia di Luigi XI e che negli anni è diventata un successo a teatro, e ci regala un titolo che, nonostante siano passati 30 anni dalla sua uscita nelle sale, rimane ancora oggi più attuale che mai. Ecco quali sono i principali motivi del perché il capolavoro di Gary Trousdale e Kirk Wise rimane uno dei più grandi film d’animazione Disney.
La fotografia di un periodo storico

In tanti siamo cresciuti con le fiabe dei fratelli Grimm e di Charles Perrault, che sono state successivamente portate sullo schermo dallo zio Walt Disney a partire dal 1937, anno in cui la storia del cinema cambiò completamente. La maggior parte di queste creazioni hollywoodiane riuscivano a essere veritiere nei contesti che facevano da scenografia alle storie. Ma, tuttavia, la maggior parte di questi titoli lasciavano maggiore spazio al sottogenere fantasy e il realismo passava in secondo piano. Il Gobbo di Notre Dame fotografa infatti un periodo storico che nessuno di noi vorrebbe vivere, dove l’elemento fantasy svanisce quasi completamente.
Fin dai primi minuti lo spettatore rimane stordito e catapultato in una Parigi dove la Chiesa romana cerca di mantenere l’ordine con il pugno di ferro. Inoltre, il film del 1996 rappresenta il Medioevo per quello che era davvero, senza cadere nel pregiudizio dell’età di mezzo oscura – e il duo dei registi non perde tempo a illuminare una società affetta dall’odio e dal fanatismo religioso dei potenti. Tutto ciò è rappresentato dall’antagonista, l’arcidiacono di Notre Dame Claude Frollo, un uomo che si sente protetto da Dio per le atrocità che commette nei confronti degli zingari e degli stranieri.
Parigi è illuminata dal sole per la maggior parte del tempo, ma quando Frollo impone la sua autorità viene coperta dall’oscurità. E in questo senso, assistiamo alla follia di un ceto dirigente che vive nel lusso e che crede di far del bene quando invece sta preparando la propria condanna.
La maestria di Alan Menken

Quando si spengono le luci e inizia il film non c’è la classica intro della Disney, ma il buio. E, improvvisamente, parte un coro. Questo perché il duo di registi vuole l’immersione totale dello spettatore nella storia. Anche solo dai primi secondi capiamo che questa è una visione che cambierà per sempre la nostra percezione del mondo.
Alan Menken ha già lavorato con la casa del topo andando a realizzare le musiche dei film rinascimentali a partire da La Sirenetta facendoci innamorare delle ambientazioni e della potenza narrativa. Con Il Gobbo di Notre Dame il compositore statunitense compie un passo in avanti. Quando sentiamo le musiche si ha la percezione di trovarsi all’interno di una cappella della chiesa d’occidente e di domandarsi cosa sia il bene e cosa sia il male.
Questo va in netta contrapposizione con le aspettative di un genitore che etichetta l’animazione come genere esclusivamente per i bambini. La Walt Disney Company di fine Novecento ci ricorda come l’animazione, in quanto linguaggio cinematografico, possa essere appetibile per il pubblico più vasto possibile. Quando uno spettatore qualsiasi vede Il Gobbo di Notre Dame deve essere immerso pienamente della vicenda e cosa può permetterlo se non una musica che si rifà al periodo che si va a trattare?
In questo sta la grande innovazione del compositore statunitense, perché con un film apparentemente per un certo tipo di pubblico ha anticipato quello che successivamente ha cercato di fare Ludwig Goransson con Tenet, ossia realizzare una soundtrack che ci permetta di comprendere il racconto senza che ci siano troppi spiegoni narrativi.
Un eroe insolito

Fino al 1996 i protagonisti maschili erano principalmente figli di sovrani, giovani con molta forza e poco cervello o addirittura principi messi in secondo piano – se pensiamo a Biancaneve e i sette nani. Con la storia tratta dal capolavoro di Victor Hugo le cose cambiano completamente: Quasimodo non è figlio di un re, ma di immigrati provenienti da un altro paese; non è uomo alto e di bell’aspetto, ma è un giovane deforme e per questo disprezzato dalle masse.
Queste caratteristiche del protagonista rompono completamente gli archetipi che si erano visti fino a quel momento e certamente il film non perde affatto l’impronta autoriale di mamma Disney. Quasimodo comincia vivendo in una condizione di inferiorità sociale, venendo isolato dal mondo che lo circonda per via del suo aspetto, e arriva a essere compreso da tutti, a essere rispettato dalla città di Parigi per il suo valore. L’uomo forte e di bell’aspetto è presente all’interno del film, ma non è il protagonista indiscusso dell’opera perché non è necessario avere un belloccio al centro della vicenda per realizzare una grande fiaba disneyana.
In effetti, Il Gobbo di Notre Dame rappresenta una Disney che ancora sapeva credere nel potere della narrazione; una cosa che si è andata a perdere dall’inizio del XXI secolo, quando i film della casa del topo hanno cominciato a essere etichettati come prodotti superficiali e opere per bambini. E forse questa è la lezione che dovremo ricordarci tutti quanti, perché il trentaquattresimo classico Disney dimostra ancora, a distanza di trent’anni dalla sua uscita nelle sale, che l’animazione può conquistare un grande pubblico e nuovi orizzonti artistici.
