C’era una volta, una strega giovane e dissoluta, amante del vino e dell’ozio. Nonostante l’apparente frivolezza, la streghetta era tormentata da dubbi e incertezze che stavano avvelenando lentamente la sua anima. Così, un giorno, in preda al panico, evocò uno spirito della foresta: Francis, uno spirito – oppure un demone? – meschino e provocatorio, in grado di colmare quel vuoto con il desiderio di libertà.
Non è la prima volta che Loputyn (Jessica Cioffi) opta per raccontare l’umano tormento attraverso il sottobosco fantasy, e questa nuova edizione decennale di Francis edita Gigaciao ci rammenta ogni volta la magia intrinseca nel tratto dell’artista. Ma come riesce l’autrice a incantarci sempre, da dieci anni a questa parte?
Saranno il mix di un tratto morbido e delicato, influenzato dall’illustrazione occidentale e dalla sensibilità manga, accompagnati da una tavolozza di colori pastello e terrosi. Il tutto unito a uno stile che trasuda incanto, con cui Loputyn restituisce al lettore tavole in grado di ammaliare e stupire, illustrazioni atte a suscitare meraviglia, ma al contempo mistero e inquietudine. Un tripudio di malinconia e provocazione, sfruttando la natura che circonda la protagonista, mai del tutto rassicurante e benigna.
Metillia deve fare una scelta: la congrega o la solitudine?

Può una strega sopravvivere da sola?
L’immagine di una maga o una strega organizzata in una congrega appartiene alla cultura popolare, eppure non coincide del tutto con la complessità delle pratiche magiche documentate nella storia europea. Nell’Inghilterra della prima età moderna, per esempio, esistevano i cosiddetti cunning folk: uomini e donne ai quali ci si rivolgeva per guarigioni, divinazione, protezione o altri interventi di magia pratica. Erano figure inserite nella vita quotidiana di villaggi e città e non necessariamente appartenevano a una congrega, e questo dettaglio ci permette di leggere Francis da una prospettiva interessante, diversa. Difatti, nonostante Metillia non nasca sola e abbia una casa, delle compagne, una tradizione e una comunità, la giovane non può fare a meno di sentirsi costantemente fuori posto. La sua solitudine è compagna di viaggio, dunque, ben prima di subire un allontanamento da parte dell’anziana capoclan: un sentimento che prende vita in seguito all’impossibilità di riconoscersi pienamente nel modello che quel gruppo rappresenta.
La congrega, difatti, funziona come una famiglia e, in quanto tale, segue un preciso sistema di speranze e attese: e Metillia, scelta per coprire un determinato ruolo, avverte su di sé il peso di tali aspettative, pur non avendo ancora deciso se quel ruolo le appartenga davvero. E quante volte confondiamo il senso di appartenenza con l’obbligo di essere ciò che gli altri si aspettano da noi?
Dunque, essere sole può significare sentirsi escluse, ma – al contempo – può voler dire conquistare finalmente uno spazio nel quale ascoltare se stesse: l’emarginazione è il pezzo da pagare per la libertà. E non sorprende che sia proprio la foresta, lontana dalle regole della congrega e della civiltà, a diventare il luogo della sua trasformazione.
Gli spiriti e Francis

Come ci si aspetta dalle opere di Loputyn, Francis appartiene a una tradizione folkloristica affascinante quanto nobile e ben definita: quella degli spiriti familiari, o famigli, spesso dalle sembianze bestiali. Nelle fonti sulla stregoneria britannica della prima età moderna, i familiars sono descritti quali entità soprannaturali associate ai praticanti della magia in grado di assumere forma animale o umana. Ed è così che gatti, rospi, corvi iniziano a comparire nei processi e nelle testimonianze dell’epoca, dove il rapporto tra essere umano e creatura soprannaturale viene interpretato in maniera ambivalente: sia come alleanza, sia come vicinanza al demonio.
Ma Francis non è un animale addomesticato dalla strega né un servo del suo potere, bensì uno spirito potente in grado di mettere in discussione le certezze della protagonista. La rende “libera” dalle catene ideologiche, le indica la strada per abbandonare la congrega, invitandola a sbloccare il suo immenso potenziale. Francis sa, in cuor suo, che Metillia è forte quasi quanto lui: dopotutto, solo una strega dalle grandi capacità avrebbe potuto evocarlo.
Oltretutto, è quasi scontato che questo rapporto nasca proprio nella foresta, da sempre spazio liminale dei racconti, separato dal mondo degli esseri umani, nel quale è possibile incontrare creature che appartengono a un’altra dimensione, abitata da figure si trovano al confine fra umano, animale e soprannaturale.
Una volpe o un uomo?

Nel mondo degli umani, la scelta della volpe per far reincarnare Francis assume un peso simbolico non da poco, in quanto – come sappiamo – nel folklore europeo la volpe è frequentemente associata all’astuzia, all’inganno e alla capacità di sopravvivere grazie all’intelligenza. È la creatura che evita lo scontro frontale e aggira le regole, una figura tipicamente ambigua, che non appartiene completamente al mondo selvatico né a quello umano.
Francis è esattamente questo, un ibrido tra umano e volpe, in quanto non insegna a Metillia a obbedire meglio al clan, bensì a optare per strade alternative: annusa e tocca con mano l’oscurità che alberga nel suo cuore, il sentimento di rivalsa sopito, l’odio che prova per la sua amica di una vita. Pertanto, sceglie di metterla in crisi, esortandola ad accettare la sua vera natura. Ed in questo è molto più simile a un uomo che a un animale.
La libertà passa dalla solitudine

Metillia sceglie, dunque, la strada della distruzione. Aggira la prova impostale dal clan, tradisce la fiducia della sua migliore amica, delude la capoclan, ma – a nostro parere – lo fa consapevolmente, lasciando una prova sul luogo del misfatto: la sua scopa, in bella vista. Così facendo, va incontro alla decisione della sua “maestra”, accettando il destino e abbracciando la solitudine, pronta ad affrontare il mondo senza il peso di quelle noiose aspettative.
La sua trasformazione, dunque, spezza il legame con la tradizione fiabesca, in quanto la metamorfosi della protagonista non consiste nel diventare una strega migliore, ma piuttosto nel riconoscere la sua parte più scomoda. Metillia è egoista, testarda, insicura, arrabbiata, e Francis le chiede di comprendere e accogliere questa sua “penombra dell’anima”.
È una riflessione piuttosto adulta nascosta dentro una fiaba magnificamente illustrata: le scelte hanno conseguenze, gli errori fanno parte della crescita e la libertà di essere se stessi non sempre coincide con le aspettative altrui. Essere liberi significa piuttosto poter scegliere consapevolmente chi diventare: anche la versione peggiore di noi.
Ma, dopotutto, “peggiore” per chi?
Con sole 96 pagine, Loputyn racconta in parte una storia che parla da vicino ai fruitori, lasciando volutamente molte domande aperte sulla congrega, sugli spiriti e sul passato di Francis. Il mondo di Metillia avrebbe certamente spazio per essere ampliato, ma – a dieci anni dalla prima edizione del volume – siamo tristemente consapevoli che non accadrà, nonostante in questo splendido volume edito Gigaciao sia stata integrata una “storia muta” che vi farà venire la pelle d’oca.
Dopotutto, pensandoci, forse è meglio così: alla fine, Francis vuole raccontare un disagio ben noto, la stretta al petto che avvertiamo quando su di noi incombono aspettative e aspirazioni che non ci appartengono del tutto (o per nulla). Il desiderio di essere sé stessi che si scontra con un destino patinato, già scritto da altri. Agognare la libertà della foresta per scoprire, finalmente, in quale creatura ci identifichiamo.
Chissà, magari io sarei un lupo solitario.
