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Ci sono autori che si riconoscono per i temi che attraversano la loro carriera da registi, come per esempio Christopher Nolan che riprende la manipolazione temporale in ogni suo progetto. Ma ce ne sono altri, invece che finiscono per essere identificati con delle immagini. E uno di questi è certamente Tim Burton. Nel corso di quarant’anni di carriera ha avuto il merito di creare un grande immaginario riconoscibile anche solo dall’uso dei colori.

Se si dovesse individuare un solo film capace di racchiudere la sua poetica e la sua visione del cinema è senza ombra di dubbio Edward Mani di forbici. Uscito nel 1990, il film in questione rappresenta il punto di incontro tra fiaba e gotico, tra fantasia e critica sociale. Ancora oggi il film sulla creatura in questione è un punto di riferimento di molti appassionati di cinema e registi della settima arte, che per realizzare una loro pellicola fiabesca lo prendono in considerazione per trattare tematiche importanti.

Ancora oggi molti di noi rimangono folgorati dalla storia di Edward e Kim, interpretati rispettivamente da Johnny Depp e Wynona Ryder, e dai colori usati da Tim Burton per catapultarci nel suo universo, certo, ma facciamo spesso fatica a spiegare come sia possibile tutto ciò a distanza di anni. Come può un film di inizio anni ’90 come questo essere così potente nonostante lo scorrere del tempo? Ecco quali sono i motivi principali del perché quest’opera, apparentemente semplice e scontata, è così meravigliante.

Edward Mani di Forbici, una fiaba insolita

Una scena del film
Una scena del film, fonte; “20 Century Fox”

Tim Burton si distingue dagli altri registi e autori esistenti per il suo folle amore per gli archetipi del racconto fiabesco: il castello medievale e moderno, lo scienziato che crea un essere, un eroe buono e una figura femminile da amare. Questi elementi possono risultare scontati per uno spettatore che pretende l’originalità da un artista, ma che, in realtà, sono proprio il punto di partenza per sviluppare un’opera più originale di quanto si crede. Il sottogenere fiabesco, infatti, non promette di portare l’ordine sociale all’interno della cittadina americana dove si svolge la vicenda, ma rivela quanto sia difficile farlo.

Edward, questo essere creato da uno scienziato che desiderava avere compagnia, non deve sconfiggere un antagonista, che nelle solite fiabe può essere una strega o un re malvagio, perché è il suo stesso essere a costruire un punto di rottura con il mondo discriminatorio e razzista. Il protagonista, interpretato da un giovanissimo Johnny Depp, diventa una figura sospesa tra l’umano e il fantastico ed è un personaggio che Burton non rende salvifica, perché non si può salvare una società insalvabile. Ed è qui che risiede la poetica del regista statunitense, ovvero nel trasformare il fantastico in una lente attraverso la quale si può osservare la fragilità delle relazioni umane e il costo dell’emarginazione sociale.

La potenza del tema principale

Edward e Kim
Edward e Kim in una scena del film, fonte; “20 Century Fox”

La grandiosità del capolavoro di Tim Burton risiede anche e soprattutto nel suo modo di trattare il tema del pregiudizio. Tim non dice agli spettatori che il razzismo sia un fatto storico o politico, ma durante il film ne intercetta la grammatica alla base. Inizialmente, Edward viene accolto grazie a Peggy Boggs, che lo trova all’interno del castello abbandonato, finché la diversità del suo aspetto fisico non lo fa distinguere dagli altri esseri che vivono nella cittadina colorata. Il suo aspetto insolito viene osservato con curiosità, quasi come un oggetto esotico capace di divertire i bianchi e produrre meraviglie artistiche. Quando però la sua alterità smette di essere innocua e diventa irriducibile alle categorie della comunità, il fascino fino ad allora provato nei suoi confronti lascia spazio al sospetto. E, di conseguenza, viene generata la paura, la quale arriva a costruire un nemico da abbattere.

Questo è il percorso che attraversa ogni forma di discriminazione, perché il diverso viene giudicato per ciò che fa e per come appare agli occhi degli altri. Burton ha il talento di mostrare come una società colorata e apparentemente perfetta abbia bisogno di individuare un corpo estraneo su cui scaricare le proprie colpe. Per questo motivo, il film arriva a parlare del presente, perché racconta il razzismo alla base dell’immaginario collettivo dell’Occidente e che successivamente prende il sopravvento nelle manifestazioni esplicite, che portano le persone etichettate come “diverse” ad essere emarginate e perseguitate.

Questo modo di Burton di trattare la tematica principale porta lo spettatore a provare un peso enorme nell’ultimo atto e a pregare che la cittadina venga data alle fiamme, ma il regista non da allo spettatore questa soddisfazione, perché a trionfare non deve essere l’odio verso il prossimo, ma l’amore che Kim prova per Edward e il personaggio di Wynona Ryder si ricorderà di tutto rimane nella giovani per anni, tanto da raccontare questa storia alla propria nipote una volta invecchiata, mentre all’esterno della loro casa è in corso una pioggia di neve.

Il gotico alla base dell’estetica

Poster del film
Johnny Depp e Wynona Ryder nel poster del film, fonte; “20 Century Fox”

Prima dell’esordio di Tim Burton al cinema, l’estetica dei racconti fiabeschi era curata nei minimi dettagli, si, ma sempre con le classiche caratteristiche de Il Mago di Oz; con colori caldi e forti, costumi sfavillanti e figure che oggi definiremo “patinate”. Con l’arrivo nelle sale di Beetlejuice nel 1988 le cose cambiano per poi raggiungere il picco artistico all’inizio degli anni ‘90. Oltre ai contrasti di luce e di ombra, a essere memorabili sono le figure dei personaggi partoriti dalla mente del regista, poiché ogni personaggio rappresenta il tema che incarna.

Inoltre, una cosa interessante da sottolineare è che Burton tende a costruire i suoi protagonisti basandosi su una contraddizione: i personaggi sono visivamente inquietanti, grotteschi e misteriosi, ma emotivamente sono quelli più umani in assoluto. Proprio come sarà Emily, il personaggio doppiato da Helena Bonham Carter in La Sposa Cadavere, Edward incarna perfettamente questa contraddizione; è un protagonista con le forbici al posto delle mani, con il volto sfregiato e con i cappelli non pettinati, ma, quasi sempre, il vero elemento disturbante non è lui, bensì il mondo che lo circonda.

Questo è un altro punto che rende Edward mani di forbici così unico, perché Burton non crea dei mostri per spaventare lo spettatore, come sembra apparentemente, ma per spingerlo a chiedersi chi siano davvero i veri individui pericolosi. Infatti, chi mette a disagio alla fine dei conti non è l’essere creato dallo scienziato, ma ciò che sembra più perfetto di altre cose. Ed infatti questa è forse la domanda che dovremo porci tutt’oggi quando pensiamo di conoscere le persone basandoci soltanto sull’aspetto fisico o sull’apparenza, perché, come il maestro di Burbank ci ha insegnato, il fantastico lo si trova andando in profondità e non rimanendo in superficie.

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Mi chiamo Lorenzo Manca di Nissa. Nato a Cagliari il 17 agosto 2002 e da sempre un grande appassionato di cinema. Spielberg e Nolan mi hanno cresciuto e formato. Diplomato al Liceo Classico Motzo di Quartu Sant'Elena e laureato in Lettere all'Università degli Studi di Cagliari. Autore del romanzo fantasy "La Corona del Gufo".