Questa volta Robin Hood non è giovane e affascinante, ma vecchio e stanco. E si sta facendo molto, molto male. Sì, il “principe dei ladri” ha perso il suo tocco e il solito trucco non gli è riuscito. Questa volta Robin Hood non è riuscito a rubare ai ricchi per dare ai poveri. Perché gli occhi del mondo sono troppo distratti dalle imprese di Spider-Man e dalle odissee di Christopher Nolan per portare abbastanza soldi nelle casse di Robin Hood – Il prezzo del sangue, l’ennesima incarnazione cinematografica di un mito duro a morire. Il risultato al botteghino del film di è impietoso: 8 milioni di incassi globali a fronte di un budget di 20 milioni. In Italia, mentre scriviamo questo pezzo, ci sono briciole dalle parti di Sherwood: appena 300 mila euro raccolti in una settimana di programmazione. Ma cosa è andato storto con questo film? E perché questa versione di un vecchio Robin Hood incarnata da uno Hugh Jackman stanco e incattivito dalla vita non merita affatto l’oblio? Avventuriamoci nel fango di una triste avventura per provare a rubare qualche risposta.
Un mito svuotato

Partiamo da una confessione. Una confessione che rende questo film molto problematico in partenza. Siamo sinceri: la gente, forse, è stanca di Robin Hood. E poco fa, nel definire Il prezzo del sangue “l’ennesima incarnazione di un mito duro a morire”, abbiamo individuato la prima (e più ovvia ragione) di questo flop. Assieme a Pinocchio e Dracula, Robin Hood è uno dei personaggi più stropicciati e abusati della cultura pop, ed è comprensibile che il pubblico non abbia trovato accattivante un altro film sul principe dei ladri. Peccato che questo film sia tutto, tranne che il solito film su Robin Hood. Ed è curioso che lo spunto da cui è partito il regista Michael Sarnoski sia stato proprio questo: la stanchezza nei confronti delle storie su Robin Hood. Una nausea insopportabile che colpisce Robin Hood stesso.
Il personaggio interpretato da un grande Hugh Jackman, che si aggira per il film con la stessa riluttanza di un Logan particolarmente scazzato dall’esistenza, è sopraffatto dal suo stesso mito. Un mito alimentato da storie, leggende e canzoni piene di falsità. Perché questo Robin Hood non ha nulla di nobile. Questo Robin Hood è un brutale fuorilegge, che si trascina come un fantasma alla ricerca di una sola speranza: morire. Stanco di essere raccontato diverso da com’è davvero. Stanco delle menzogne che lo raccontano migliore di quanto lo sia davvero. Stanco delle storie su di lui. E allora, ecco perché c’è qualcosa di beffardo nel flop di un film che non ha attirato gente in sala per lo stesso motivo: siamo tutti stanchi di storie su Robin Hood. Robin Hood compreso.
Il film che muore

Ovviamente i motivi dietro il flop di Robin Hood – Il prezzo del sangue non è solo questo. Come detto prima, la convivenza in sala con Spider-Man: Brand New Day e Odissea lo ha ovviamente schiacciato tra due colossi e lo ha fatto arrivare in sala molto in sordina. A questo aggiungiamo un altro elemento interessante: non è un film facile da vendere e da raccontare al pubblico. Il trailer ha puntato tutto sul lato brutale e violento dell’opera, che in apparenza si presenta come una via di mezzo tra Vikings e The Northman: ambientazione spoglia, inquadrature curate (che piacerebbero molto a Robert Eggers), violenza spietata e un personaggio incattivito che si aggira in un’atmosfera lercia, fetida e fangosa. Tutti elementi presenti nella prima mezz’ora del film. Una prima mezz’ora davvero senza pietà, con scene di combattimento cruente, bambini ammazzati senza scrupoli e la sensazione di essere dentro un lungo incubo. Un incubo che, dopo mezz’ora, finisce. Di fatto, il film che tutti si aspettavano, di colpo, finisce.
E dopo ne inizia un altro del tutto inaspettato. Sì, perché la seconda parte di Robin Hood – Il prezzo del sangue prova a immaginare la rinascita di un uomo che voleva soltanto morire. Lo fa con un cinema molto introspettivo, a tratti persino spirituale nel suo scavare nella coscienza del protagonista. Un film che molti definirebbero “troppo lento”, ma che ha proprio nella pazienza e nella lentezza il suo pregio più grande. Sarnoski dà valore e peso a ogni gesto, a ogni parola, a ogni inquadratura. E tutto si carica di un significato profondo, creando un’atmosfera quasi sacrale e mistica. Elementi che tradiscono le aspettative che molti hanno su questo film. E nel 2026 tradire le aspettative del pubblico, purtroppo, è diventato un affronto. Per cui è facile immaginare un cattivo passaparola, con molte persone deluse di aver visto un film diverso da quello che si aspettavano. Peccato, perché il coraggio di spiazzare e la voglia di stupire, per noi, restano solo dei pregi.
Arco e fecce

Ecco, volendo essere pignoli, va detto anche che Robin Hood – Il prezzo del sangue, in originale, si intitola The Death of Robin Hood. Un titolo molto più d’impatto e banale di quello scelto dalla distribuzione italiana, che fa presagire l’ennesimo film di furia e vendetta. Cosa che, appunto, questo film non è. A questo aggiungiamo l’uscita da agnello sacrificale il 12 agosto, e il flop è servito. Ed è un peccato. Peccato, visto che Sarnoski, dopo quella meraviglia di Pig con Nicolas Cage (se non lo avete ancora visto, recuperatelo), si conferma un regista molto interessante. Prima di tutto per la capacità di raccontare solo attraverso le immagini, costruendo un’atmosfera che ti avvolge per tutto il tempo. In questo Robin Hood il paesaggio è davvero un protagonista silenzioso. Prima oscuro, infido e inospitale, poi più accogliente, riflessivo e affascinante. Un’ambientazione costruita girando in pellicola (quindi con un’immagine più granulosa e pastosa), utilizzando solo luci naturali e cercando con grande cura le location giuste per raccontare la solitudine di questo Robin Hood. Non è un caso che nel film persino le foreste siano spoglie, svuotate di vita e persone. Proprio come è vuoto questo Robin Hood stanco e vecchio.
Una scelta che trasforma questa storia in una storia di fantasmi, immersa dentro un limbo perennemente sospeso tra la vita e la morte, la gloria e la vergogna. Girato in soli 30 giorni sulle coste dell’Irlanda del Nord, Il prezzo del sangue trova il suo merito più grande nel raccontare il potere del mito. Un mito che non viene esaltato, ma svilito, sbugiardato, svuotato del suo potere affabulatorio. Se Gli spietati raccontava il crepuscolo del western e Logan la fine dei cinecomics, questo Robin Hood non racconta solo il tramonto di un eroe, ma il tramonto del suo stesso mito. Un mito che, spesso, serve come scudo anche per un uomo armato di arco e frecce. Un mito che, alimentato da false storie e canzoni sulle bocche dei bardi, nasconde la verità dietro inutili orpelli.E allora, ben venga questo Robin Hood, che in un’epoca in cui spesso mitizziamo il nulla, ci ricorda che forse abbiamo bisogno di un bagno di realtà. Ben venga questo Robin Hood che ruba al mito per dare alla scomoda verità. Ben venga questo Robin Hood controcorrente, che non ha voglia di grandi storie laddove Nolan prova ad aggrapparsi ancora alle storie per dare senso a questo pazzo mondo. Ben venga questo fuorilegge brutale ma onesto, armato di arco e fecce, che forse sorriderà dinanzi al flop della sua stessa, triste storia, nata già morta.
