Una volta, tanti e tanti anni fa, viveva in quel castello un inventore e tra le tante cose che faceva si racconta che diede vita a un uomo, un uomo con tutti gli organi, un cuore, un cervello, con tutto… beh quasi tutto, perché vedi, l’inventore era molto vecchio e morì prima di finire l’uomo da lui stesso creato, allora l’uomo fu abbandonato senza un papà, incompleto e tutto solo. Il suo nome era Edward…
Questa è una delle storie di Natale per eccellenza. La magia gotica di Tim Burton che racconta il destino di Edward, il ragazzo dalle mani di forbice che incantò tutti per la sua capacità di creare, di essere così spaventato dal mondo, ma al contempo di esserne curioso e attratto. In una triste realtà di colori pastello, dove tutto è così dannatamente ordinato, equilibrato e ordinario, Edward si distingue dalla rozza finzione e crea qualcosa di magico.
Essere diversi

La prima riflessione che nasce a proposito di Edward mani di forbice è (ovviamente) quella legata all’esclusione. La creatura dalle mani appuntite e taglianti è diversa da tutti ciò che la circonda. La sua peculiarità, come spesso accade nella diversità, impone un primo momento di forte ammirazione da parte del pubblico, perché portatore di qualcosa di speciale e curioso, ma che dopo poco si trasforma in un senso di rifiuto a catena. Edward è oscuro, gotico, non conosce il codice umano, non è dotato dell’intuito necessario per scovare il doppio gioco della società, non sfoggia colori di dubbio gusto. Non può dare agli altri quello che si aspettano da lui, seppur ci siano momenti di estrema adesione alla richiesta esterna e, quando questa non viene soddisfatta, quando Edward non si trasforma in un giocattolo pronto all’uso, allora l’unica cosa che rimane da fare è evacuarlo dalla cerchia. La stessa che fino a un attimo prima lo aveva venerato, non per quello che è, ma per quello che rappresenta.
Il gruppo prima include il diverso, si stringe a lui, lo guarda per la funzione che svolge, ossia far sentire migliori, consente la nascita di un’utilità in coloro che lo hanno salvato (l’amore di Peggy è molto legato alla capacità di farlo integrare e di conseguenza essere finalmente vista all’interno del circondario che non la ascolta nemmeno) per poi, successivamente, “ucciderlo”.
Il bambino creato

La psicoanalisi relazionale e interpersonale insegnano a guardare oltre la figura dell’adulto che oggi l’individuo è. Dinanzi al vissuto della persona, ai suoi conflitti, le sue relazioni, i suoi tumulti, le sofferenze che porta e anche la gioia condivisa di ciò che conquista, possiamo chiederci che bambino sia stato, per avvicinarci e provare a toccare quello che racchiude in sé. Mitchell (per chi avesse piacere di approfondire, Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi, Bollati Boringhieri) riassume il bambino freudiano come carico di conflitti, esploratore di piacere e schiavo dell’ambiente fisico e sociale che lo contorna. In questo senso, lo scopo dell’analisi era riavvolgere, scavare, spiegare andando oltre il presente e la superficie, tornando al passato secondo una visione archeologica e quindi retrospettiva. Pesco dal passato per dare senso al presente.
Ma la psicoanalisi relazionale cambia paradigma, prospettiva e Mitchell stesso propone e postula un salto dell’infante all’interno di un nucleo relazionale. Di conseguenza, cambiando angolazione e abbandonando il modello che fu, il bambino viene travolto da una luce differente, diventa relazionale, bisognoso di condizioni ambientali specifiche e funzioni genitoriali definite holding, contenimento, rispecchiamento, opportunità di fusione simbiotica, separatezza, idealizzazione. Pertanto, in caso di assenza di cure genitoriali, possono sorgere tensioni e difficoltà.
Questo punto di partenza teorico sembra indispensabile per entrare nel vissuto di Edward ed è la base che accomuna il destino di molte creature costruite a tavolino, che cinema e letteratura propongono. Avevamo parlato di Frankenstein in un precedente articolo e del suo vissuto in relazione al proprio Dio. Ed è proprio questa la domanda di partenza che ci poniamo: possiamo immaginare Edward bambino? Perché se è pur vero che biologicamente parlando non lo è stato, allo stesso tempo contiene dentro di sé un infante.
La funzione delle mani

È scontato dirlo, ma il centro della creatura burtoniana è chiaramente rappresentata dalle mani. Quelle di Edward sono di forbici, perché il suo creatore non è riuscito a sostituirle con quelle umane e proprio nel momento in cui le presenta, queste si distruggono, esattamente come lui. Le mani sono il veicolo con cui scopriamo il mondo – pensate anche alla possibilità di orientarsi in assenza della vista. Il bambino, quando nasce, attraverso le sue dita, le sensazioni tattili, intuisce ciò che ha attorno, tocca, percepisce, interiorizza. Le mani rappresentano il punto di contatto fra il soggetto e l’Altro e sono anche il canale di trasmissione di un affetto, di un piacere, di calore corpo-corpo.
Pertanto, se le mani sono la prima parte del corporeo con cui l’individuo entra in contatto, quelle di Edward, essendo costituite da lame, mostrano simbolicamente quanto per lui sia complesso entrare davvero in un legame profondo con l’Altro. Ogni volta che tocca, che si avvicina, che prova a entrare, Edward taglia, crea ferite, cicatrici. Le stesse ferite che porta con sé sul volto e che Peggy vuole a tutti i costi cancellare, senza riuscirci, perché sono simbolicamente impossibili da eliminare.
Non solo. Edward ritaglia opere con le sue forbici, che se da una parte sono il suo modo per costruirsi un’identità all’interno della comunità, cercando di assecondare le richieste dei cittadini in modo adesivo, dall’altra sono anche lo strumento per rappresentare sé. Le immagini che costruisce sono molto infantili, tra dinosauri, famiglie felici e orsacchiottoni. Sono creazioni di un bambino che l’unica cosa che può dare al proprio genitore è un disegno che lo renda orgoglioso. Le mani, dunque, sono un canale funzionale, ma anche emotivo, di avvicinamento, di costruzione. La principale scultura che Edward ha nel giardino del castello è quella che rappresenta una mano gigante, che, per come sistemata, sembra essere quasi una culla. Una culla in cui finalmente nascere. In tutto questo, è come se Edward non fosse mai nato per davvero. Lo è nei termini di essere al mondo, di una questione “biologica”, ma non nel senso di essere un soggetto. Come da incipit, è incompleto.
E alla fine, nasce per davvero

La riappropriazione di un senso di umanità e di affettività che il bambino Edward può riparare per un’assenza pregressa avviene in due momenti. Difatti, il legame contiene per definizione anche una parte di distruttività. I legami perfetti non esistono e per crescere hanno bisogno di frustrazione, distruzione, aggressività, in parte odio, per poi essere riparati. I legami si instaurano su un gioco costante di rottura e riparazione. Questo Kim lo riconosce quando a un certo punto lo invita ad abbracciarla. Non è solo un semplice gesto di affetto, di unione, ma è anche un riconoscimento di una parte di Edward, quello delle mani, quello della sua parte tagliente, come qualcosa di costruttivo per la loro crescita. Per abbracciarci, serve anche questo.
Il secondo momento di riparazione è rappresentato dalla scena finale, in cui Kim invita il fidanzato a fare un passo indietro, minacciandolo con le forbici di Edward e affermando “ti ammazzo con le mie mani”. Lì avviene qualcosa di speciale, perché quel momento rappresenta il frangente di unione, le sue mani sono le mie. Non vi è una richiesta di sostituzione come con il creatore, il desiderio di farlo diventare uguale agli altri, di uniformarlo, ma di riconoscere la sua differenza e di accettarla veramente facendola diventare qualcosa di proprio.
Edward, con Kim, conosce davvero l’amore, che per certi versi è più quello di una madre, che di una possibile amante. Infatti, Peggy, che si era eletta autonomamente genitrice della creatura, lo prende dal suo ambiente e lo conduce dentro un luogo che non gli appartiene. È vero, prova a dargli una seconda opportunità e per questo vincerà il premio bontà da parte nostra, ma non tiene di conto di ciò che effettivamente Edward è, della sua solitudine interiore, del suo senso di estraniazione rispetto al mondo. Lo trasforma in un’attrazione per le sue amiche di vicinato, ordinando feste e buttandolo in pasto a richieste insolite di giardinaggio e acconciature, ma non si chiede per un attimo di cosa lui abbia veramente bisogno. Prova in tutti i modi a nascondere i suoi tratti distintivi, come colore della pelle e cicatrici, non chiedendosi mai cosa possano significare, cosa possano ricordare. La sua accettazione di Edward sembra più essere legata a una frustrazione interna, a un bisogno compensatorio identitario, che dettato da un amore incondizionato e genuino. Kim, invece, riconosce non l’utilità di Edward, ma ciò che di magico può produrre, perché lui stesso è per certi versi magico.
Ora, Edward è finalmente completo.
