Più di cinquant’anni fa nasceva una creatura – non potrebbe esserci termine più azzeccato – divenuta iconica, immortale, sarcastica, horror, inquietante, ma al contempo tragica. Le battute tuonano ancora oggi, frasi cult rimaste scolpite nella storia del cinema (“Si può fare!”) e scene emblematiche impresse nella memoria collettiva (“Potrebbe essere peggio, potrebbe piovere”, e uragano fu, con i piedi letteralmente dentro la fossa e una bara al fianco). Frankenstein Junior è uno dei gioiellini di Mel Brooks, datato 1974, che racconta la storia del nipote del celebre Dottore dallo stesso cognome e la prosecuzione del suo lavoro mediante nuovi esperimenti con vecchi manuali.

Alle porte dell’uscita su Netflix di Frankenstein firmato Guillermo del Toro, ci fermiamo oggi a capire la storia distruttiva e tremendamente triste del povero nipote, Frederick, destinato a portare su di sé la pesantezza dell’immagine dell’avo.

Umorismo come difesa

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Igor combina guai – ©20th Century Fox

Frankenstein Junior si annovera all’interno del catalogo dei film horror-comici. Partiamo dunque dal grande cappello nel quale si colloca: l’umorismo. Da un punto di vista psicoanalitico, questo può avere una funzione abbastanza specifica, ossia quella di meccanismo di difesa secondario (per il presente contributo teniamo in considerazione la classificazione di Nancy McWilliams). Con meccanismo di difesa si intende un processo psicologico inconscio, che cambia in base alla storia di ognuno di noi e quindi al funzionamento personale e che consente un certo grado di protezione, di tenerci ben integrati dinanzi ai dolori esistenziali. Tendenzialmente i meccanismi di difesa non solo variano da soggetto a soggetto, ma si muovono su una sorta di termometro di morbidezza e rigidità, decretando un livello di adattamento, relazionale e quindi psichico più o meno maturo.

I meccanismi di difesa possono essere concepiti come primari e quindi meno evoluti, più primitivi, oppure secondari, e quindi più elevati in tal senso. Ora, è chiaro che un certo grado di umorismo sia presente in tutti noi, in dosi variabili, più o meno sviluppato e coerente con l’ambiente. Ma quando utilizzato in maniera massiccia, il senso dell’umorismo può assumere una valenza difensiva rispetto al dolore della vita e quindi per fronteggiare la durezza della realtà. Frankenstein, che tracciato in questa linea può essere sovrapponibile alla riflessione che avevamo proposto su Fantozzi, dietro alle battute iconiche, ai disastri raffazzonati e un po’ di sana goffaggine cela infatti una storia distruttiva.

Chiamatelo Dr. Frankenstin

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Il Dottor Frankenstin – ©20th Century Fox

Il cardine principale della lettura di Frankenstein Junior si gioca sul concetto di identità e di svincolo dalla figura del nonno, il Dr. Victor von Frankenstein, scienziato e padre della celeberrima Creatura. Circa la psicologia del “vero” Dottor Frankenstein ne parleremo in un’altra occasione, ma è necessario citare e tenere nella mente la grandezza egoica del personaggio per poter comprendere la dinamica psichica alla base del protagonista di Mel Brooks. Un delirio di onnipotenza che vede nel dare la vita a ciò che è inanimato la sua massima ambizione: rendersi un creatore, raggiungere l’irraggiungibile, assumere le sembianze di un dio e rimanere scolpito nella memoria dei secoli.

Il Frederick di Frankenstein Junior vuole distaccarsi fin dal principio da questa figura incombente e pesante che fa parte della sua storia genetica e identitaria. Lo svaluta fin dalle prime battute del film, cambia il proprio cognome – pur storpiando solo la pronuncia, quindi rimanendo ancorato in qualche modo a quella provenienza. Cerca di contro-identificarsi, in una certa misura, non occupandosi della morte, ma della vita – come se per altro non fossero la stessa cosa. Questo perché nascere e crescere con questo tipo di eredità, risulta un peso gravoso per la formazione di un Sé evoluto.

Psicologia del Sé

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Si può fare! – ©20th Century Fox

Negli anni Settanta, Heinz Kohut postulò un filone di psicoanalisi che costituisce un pilastro fondamentale dello studio dinamico. Fondando la Psicologia del Sé, diede vita allo studio dei processi di costruzione del Sé e una nuova prospettiva al narcisismo. Brevemente, con il concetto di Sé, Kohut intende il centro nevralgico della spinta e integrazione individuale, il cui sano sviluppo dipende fortemente dagli stimoli ambientali, come ad esempio la capacità empatica genitoriale. Per sviluppare un Sé sano, quindi, il bambino ha bisogno di passaggi evolutivi abbastanza specifici, che prevedono la possibilità di sentirsi speciali, avvertire successivamente che l’oggetto-sé genitoriale può essere idealizzabile e successivamente, mediante delle frustrazioni consone, possa sentirsi uguale agli altri (per un’analisi senza ombra di dubbio più approfondita, si rimanda alla lettura di Kohut in persona, “Narcisismo e analisi del Sé” e “La guarigione del Sé”).

Quando questo risulta deficitario, ci possono essere sensazioni di vuoto, autostima ridotta e trasformata in una scorza di ego grandioso o di fantasie nascoste di tale natura. Ora, qui, quello che ci interessa di più è capire che il povero Frederick parte con un’eredità identitaria decisamente carica. Il nonno ha un nome e una storia talmente altisonante che Frederick lo deve accogliere nelle numerose citazioni e riferimenti persino durante le sue lezioni, divenendo una presenza tangibile. Insomma, riuscire a essere visto, superare la barriera di un nome così roboante e sentirsi all’altezza con un proprio contributo diventa (quasi) impossibile.

Chiamatelo Dr. Frankenstein

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Frankenstein Junior – ©20th Century Fox

L’identità di Frederick è inizialmente molto schiacciata dalla discendenza, che egli stesso rifiuta e svaluta per una profonda ferita narcisistica che fa riferimento proprio all’oggetto-Sé idealizzato, ossia il nonno. Probabilmente tale rapporto è ancora più intenso per il mancato legame reale fra i due – Frederick, difatti, non lo ha mai conosciuto personalmente, ma ha solo il suo riflesso – restando qualcosa di più fantasmatico e dunque di ancora più difficile da toccare. Pertanto, la celebrità del nonno pesa e si manifesta nella vita del protagonista a prescindere dal reale contatto.

L’operazione che F. cerca di fare per un’intera esistenza è quella di difendersi da tale imago distaccandosene o in parte negandola, poiché entrare in risonanza con la grandezza del suo albero genealogico o addirittura accettarlo, significherebbe confrontarsi con questo e con sé stesso e pertanto rischiare la frammentazione del Sé – lo abbiamo detto prima: le difese servono. Solo nel momento in cui riuscirà ad accedere al castello e ai segreti del nonno, allora Frederick potrà sperimentare la fusione con l’oggetto-Sé idealizzato. Riprendendo i diari dell’avo, infatti, F. riesce a integrare dentro di sé parti inaccettabili e grandiose del nonno, riappropriandosi così del proprio cognome reale e per certi versi nascere.

Il castello e la Creatura…

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Attorno alla Creatura – ©20th Century Fox

Nonostante i tentativi, Frederick deve quindi confrontarsi con il suo passato e con il fantasmatico. La realtà incombe e quale migliore occasione per farlo se non accedendo all’eredità che il suo antenato gli ha lasciato? Un castello, immerso nel niente, un po’ angusto, con scale da scendere e segreti nascosti dietro porte che conducono a piani sotterranei dove vengono custoditi misteri e non detti. Il castello, in questo senso, può essere pensato come l’espressione simbolica dell’inconscio, il calarsi dentro ricordi e parti nuove che compongono l’eredità della memoria implicita del protagonista. Qui, Frederick può identificarsi con quella figura tanto idealizzata, che dentro di sé voleva distruggere. Un grande sogno in cui poter accedere a diversi piani non resi possibili dal filtro della coscienza.

Il nostro Frankenstin può finalmente prendere il posto dell’avo, dando vita a una creatura tutta sua, per cui alla fine sacrificherà una parte di sé a favore di questa. Quell’amore verso la creatura, però, è da considerarsi comunque come intriso di dinamiche narcisistiche, in cui il mostro nascente ha una funzione precisa prima a livello psichico (consentire di prendere le orme del nonno e riparare la ferita narcisistica) e poi a livello di rimpolpare il proprio Sé, utilizzandolo come un oggetto da sbandierare per mostrare la propria grandezza. La sua donazione, dunque, non va intesa come un gesto di sacrificio in favore di un legame sano, ma come un bisogno di far continuare a vivere una parte di sé che Frederick ha proiettato sulla creatura.

… ma soprattutto Igor

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Igor ©20th Century Fox

L’ultimo elemento che merita di essere preso in considerazione rispetto alla psicologia della pellicola è la regressione di Frederik, che da un certo punto in poi diventa più marcata. In diversi momenti del film, infatti, il pover’uomo invoca la figura materna o si identifica con questa a favore della Creatura da lui pensata. Nel primo caso, si tratta di una sorta di regressione appunto, che sprigiona tenerezza dinanzi al fallimento di F. davanti ai vari esperimenti posti in essere. Possiamo pensarli come momenti di estrema tenerezza, debolezza, in cui il protagonista necessita di uno spazio più sicuro e assume le sembianze di un bambino che desidera avere accanto a sé una figura di accudimento. Lo stesso comportamento che lui adotterà nei confronti della Creatura, cercando di far sentire un certo calore materno nella speranza di creare un legame volto a una funzione personale.

Ogni soggetto di Frankenstein Junior serve quindi a personificare parti del protagonista – e ovviamente non è escluso il mitico Igor, nipote del nonno che si occupò di servire il Dr. Frankenstein, ma con una paga minore. Il suo ruolo è fondamentale, sia per la coesione, collaborazione e vicinanza che esprime in modo fedele, rappresentando una sorta di oggetto su cui esercitare un potere. Ma dall’altra, aspetto forse più importante, Igor è un soggetto informe, decisamente goffo, surreale per certi versi, fonte di errori irreversibili. Su di lui sembrano cadere tutte le parti più negative di F., completamente dissociate. Una sorta di serbatoio che funge da amico gemello che lo aiuta nelle faccende più sporche.

Frankenstein Junior, in un’ora e mezza di pura ironia, ci insegna il delirio di onnipotenza, il contatto con la morte, il confronto con l’imago idealizzata, l’importanza della frustrazione, il concetto di Sé coeso e di narcisismo patologico, di memoria implica e inconscio non rimosso: si può fare!

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