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In tempi di universi espansi e mondi condivisi, di personaggi e storie che si rincorrono di film in film, esondando anche in opere multimediali, anche l’India ha deciso di dotarsi di almeno un cinematic universe. Solo che non era interessata ai supereroi — o meglio, non a tizi in costume con superpoteri alieni o soprannaturali — bensì a una loro versione più concreta e terrestre: i poliziotti.

La genesi della serie

Alla base dell’operazione c’è Rohit Shetty, regista che si è spesso mosso tra thriller e commedia, raggiungendo il successo con una trilogia che si collocava proprio al confine tra gangster movie e farsa: Golmaal. Poi, nel 2010, accade una cosa molto tipica del cinema indiano, diviso al suo interno in molte industrie differenti, tante quante sono le lingue parlate nel subcontinente: un film in lingua tamil dal titolo Singam ottiene un certo successo e così, anziché doppiarlo nelle altre lingue, si preferisce comprarne i diritti e rifarlo da zero, per poterlo rimaneggiare, adattare, reinventare.

Shetty e la sua casa di produzione acquistano i diritti e l’anno dopo (i tempi di realizzazione indiani, anche in caso di blockbuster, sono molto rapidi) arriva sugli schermi di Bollywood — ossia l’industria del cinema in lingua hindi — Singham. Il protagonista è Ajay Devgn, una delle più grandi stelle del cinema indiano, che dal 2003 ha avviato con Shetty uno dei sodalizi più redditizi e sicuri al mondo. Il film è un grande successo, tanto da portare a un seguito, uscito nel 2014 — Singham Returns — a sua volta remake di un film in lingua malayalam, Ekalavyan. Ed è in quel momento che Shetty ha l’idea del Cop Universe.

Dopo il trionfo del film, il regista-produttore elabora l’idea di costruire una serie di film (che diventeranno poi anche serie TV, serie animate e videogiochi) con al centro dei poliziotti: uno diverso dall’altro, ma tutti operanti nello stesso universo narrativo, tanto da collaborare fra loro, apparendo in ruoli più piccoli, magari a fine film o in combo, come gli Avengers delle forze dell’ordine. L’obiettivo, non dichiarato ma palese, è cementare il nazionalismo con cui Narendra Modi ha cominciato a governare il Paese, dichiarando la religione induista come superiore, rafforzando gli scontri con i Paesi confinanti e incitando all’esaltazione degli apparati militari. Ma andiamo con ordine: chi sono i personaggi e i film — per tacere del resto — che compongono il Cop Universe?

Singham, il primo leone

Il primo è Singham, appunto, di cui sono stati realizzati tre film e due serie TV animate dedicate alla sua infanzia. È un poliziotto duro, tutto d’un pezzo, incorruttibile, che fa esplodere la sua natura di leone (significato di Singham, appunto) quando il corrotto signorotto del distretto, abituato all’impunità, uccide il suo superiore. Da quel momento, il carisma e la potenza degli schiaffoni — il corpo a corpo preferito dal nostro — gli consentono un cammino che lo porta alle soglie della divinità. In senso letterale, visto che in Singham Again la sua parabola ripercorre quella di uno dei testi sacri della religione hindu, al suono di Dio, patria e famiglia, senza dimenticare la fedeltà allo spirito di corpo. Un trittico di film irricevibili quanto incredibili, spassosi con lo spirito giusto: quello del cinema di Bud Spencer e Terence Hill ad alto budget.

Scena emblematica: in Singham Returns la polizia si ribella ai troppi lacci della legge e manifesta in città in canotta bianca (il “costume” tipico di Singham), prendendo a sberle i cattivi e poi sparandogli nelle chiappe.

Simmba, l’altro leone

Nel 2018 Shetty crea il contraltare di Singham: Simmba, soprannome di Sangram Bhalerao, anch’esso echeggiante il leone in lingua swahili. Interpretato da Ranveer Singh, è un poliziotto corrotto e godereccio che l’amore e il dolore trasformano, appunto, in un leone. Il film parte come il più tamarro della serie, visto il personaggio, e si trasforma poco a poco nel più drammatico, meno action e più politico. Le intenzioni sono buone, visto che si parla del ruolo della donna nella comunità indiana e della piaga sociale dello stupro in una società profondamente maschilista, con ruoli imposti che sembrano invertirsi di continuo.

Poi, però, la fantasia revanscista prende la mano e il film arriva a una delirante scena di linciaggio da parte dei poliziotti riuniti ai danni dei cattivi. C’è l’idea, continuamente ribadita in tutto l’universo, che i poliziotti, oltre alle loro capacità fisiche al limite del sovrumano, siano una forza al servizio del popolo, che agisce come unità compatta in nome del bene. Dando ceffoni e sparando solo se necessario.

Scena emblematica: l’arrivo di Singham, annunciato dal suo leitmotiv (ovvero una voce che ne ripete il nome: ne ha uno anche Simmba, e lo avrà anche il poliziotto di cui parlerò fra poco), che libera Simmba e permette una scazzottata a tre pensata come un balletto rude.

Sooryavanshi, il discendente del Sole

Nel 2021 Shetty ribalta la prospettiva, creando un eroe pacato e serio che dà vita al più comico dei suoi poliziotti: Sooryavanshi (il cui nome significa “discendente del sole”, quindi siamo sempre in zona religiosa). Il film vede al centro il poliziotto eponimo, interpretato da Akshay Kumar, alle prese con indagini legate al passato, agli attacchi terroristici che nel 1993 misero Mumbai a ferro e fuoco — eventi che stanno alla cultura indiana come il World Trade Center sta a quella occidentale.

Se il tono è più serio, non lo è l’approccio: il senso dello spettacolo inaugurato nel 2010 rimane fermo a Jerry Bruckheimer, specie a CSI: Miami, visto il ruolo giocato dagli occhiali da sole nel conferire aura e virile potenza a poliziotti eredi di Horatio Caine. Non mancano le gag su cose amene come le torture ai prigionieri e, nel finale, perché non inscenare un bel balletto armati di mitra su parole che rivendicano fieramente: “Siamo indiani”? L’azione, però, è quella meglio confezionata della serie e, almeno per noi circensi, questo conta.

Scena emblematica: Sooryavanshi insegue in moto un cattivo che prima scappa in pick-up e poi in moto d’acqua, ma tanto arriva un elicottero della polizia a fungere da funivia personale per il nostro eroe.

Il futuro

E oggi? Gli incassi altissimi hanno spinto Shetty a pensare a un’ulteriore espansione: dopo la mediocre serie Indian Police Force (su Prime), nel 2026, forse, è previsto un crossover tra Singham e un altro celebre poliziotto del cinema hindi, Chulbul Pandey, protagonista dei tre film della serie Dabangg. Il film si chiamerà, in modo esplicito, Mission Chulbul Singham, sarà diverso per tono e stile rispetto ai precedenti del Cop Universe e virerà verso l’action comedy. Speriamo solo che i doveri di un cinema di regime lascino il posto all’intrattenimento, e che l’uso interno dell’opera si converta finalmente in uno spettacolo universale.

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La rivista del Cinematografo e Il sussidiario, collabora con vari siti internet, quotidiani e riviste, cura programmi radiofonici, rassegne e festival cinematografici. Ha pubblicato saggi, in opere come Il cinema di Henri-Georges Clouzot (a cura di Stefano Giorgi, Il foglio) e Il cinema francese negli anni di Vichy (a cura di Simone Venturini, Mimesis), e monografie come Beautiful Freak. Le fiabe nere di Guillermo Del Toro, Blue Moon. Viaggio nella notte di Jim Jarmusch e Bigger Boat e Blinded by the Light dedicato a Steven Spielberg per Bakemono Lab. Dal 2016 è membro della Commissione di selezione della Mostra del Cinema di Venezia, dal 2019 è socio della Rete degli Spettatori con cui organizza rassegne cinematografiche e progetti culturali volti alla diffusione del cinema di qualità e indipendente, nelle sale, in streaming, nelle scuole.