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È il 3 dicembre 2025 e Leos Carax, al secolo Alexandre Dupont, con il suo cappello fedora e gli occhiali neri, entra nell’ex Cinema Eliseo di Avellino. Il regista cammina rapidamente e aspetta su un lato di una sala grigia ma accogliente. Non c’è nessuno intorno a lui e nessuno sembra notarlo ad eccezione delle file più vicine. Pochi minuti dopo viene chiamato sul palco. Carax si toglie il lungo cappotto, lancia qualche sorriso di qua e di là ma non guarda mai la platea. Si siede, cerca di mettersi comodo, ma è chiaro che quella non sia casa sua, che Carax sia abituato a osservare piuttosto che a essere osservato.

In onore del Laceno d’Oro Film Festival il regista francese è pronto per una lunga intervista. Vengono fatte le prime domande e il regista titubante, cerca di rispondere come meglio può. Le sue reazioni, le sue parole, ogni parte del suo corpo sembra urlare la stessa cosa: «C’est pas moi!». Dalla lunga disamina del suo film-biografia e dalla sua intervista, culminata con il Premio alla Carriera, si evince una sola cosa: Carax ha già dato le sue risposte attraverso i suoi film. Ecco allora che la settima arte viene ricollocata nella sua sfera naturale: quella del mezzo d’espressione. Che si tratti di industria o arte, ogni creazione è espressione del suo creatore. Il cinema è semplicemente la chiave artistica che questo autore ha usato per interfacciarsi col mondo e la sua umanità.

Una biografia immaginata

Holy Motors
Una scena di Holy Motors – ©StudioCanal

Secondo Serge Daney, noto critico dei Cahiers, il regista sviluppa un rapporto col mondo attraverso le immagini. Il cinema, in questo senso, restituisce il passaggio dell’autore sul mondo, le sue relazioni con gli altri e i rapporti tra le immagini stesse. Insomma, il cinema è un mezzo complesso e, probabilmente, quello più diretto nel convertire pensieri in immagini. Leos Carax, con il suo ultimo film, lo dimostra chiaramente. C’est pas moi è videoarte, sperimentazione visiva, metacinema, postmodernismo, cut-up e saggio audiovisivo. Un’opera unica che non è mai esistita e mai esisterà più perché chiara espressione del singolo individuo.

Il progetto nasce da una richiesta del Centre Pompidou di Parigi, un’istituzione culturale che ospita il Museo Nazionale d’Arte Moderna. La struttura chiede al maestro francese di raccontare se stesso attraverso un film, in vista di una mostra da organizzare. La domanda che viene posta al regista francese è difficile: Où en êtes-vous, Leos Carax? (Dove sei, Leos Carax?). Una domanda esistenziale che in qualche modo scuote la sua coscienza. La mostra non si concretizzerà, ma Carax darà vita a una biografia immaginata in cui mette tutto se stesso e la sua negazione.

Parliamo di un cortometraggio di circa 45 minuti che racconta un’intera carriera intrecciata alla vita, all’arte e alla storia dell’umanità (soprattutto quella attuale). Non è un caso che questo film non abbia trovato distribuzione in Italia, dove il cinema fa sempre più fatica a crescere. Eppure, qualche volta, si dovrebbe fare un passo in avanti verso opere che presentano un’azione artistica e umanitaria fondamentale. Vedere un regista del calibro di Carax raccontare e raccontarsi in questo modo non può che emozionare in un mondo dove ogni cosa acquista valore solo nell’attimo in cui è venduta.

Lo Sapevi?

Leos Carax è in realtà un acronimo formato da Alexandre (nome di nascita) e Oscar (dal famoso premio statunitense).

Cosa c’è dietro l’immagine?

Holy Motors
Carax si risveglia in Holy Motors – ©StudioCanal

Ma cos’è allora questo C’est pas moi? Il corto è costruito come un cut-up: un montaggio che mescola l’intera filmografia di Carax a riprese inedite, materiale d’archivio storico a famose pellicole cinematografiche e fan footage della famiglia Dupont con immagini surreali. Ne nasce un ibrido pienamente inscritto nella videoarte che pone il ragionamento metacinematografico al di sopra di ogni cosa. Carax si lancia in una disamina godardiana (per stile e voce), nella quale racconta la necessità di esprimersi esclusivamente attraverso le immagini.

Ed è qui che nasce la magia: ogni immagine rimanda a un’altra, distante e, a un primo sguardo, scollegata. Ma tutto è invece omogeneo e studiato nei minimi dettagli. La voce pensiero del regista ragiona, pensa, si contraddice. Carax mente, poi si corregge, si confonde e cambia idea. Così suo padre, quello reale, si sovrappone ai suoi padri cinematografici. Il sé bambino si confonde con la vita dei tragici eroi rosselliniani e la guerra dell’umanità diventa la sua guerra. Un conflitto immaginato che si muove tra piani reali e mentali, dove le dittature si sovrappongono e la violenza resta costante.

La grande abilità di Carax sta proprio nel formare, attraverso un flusso di coscienza, una narrazione che unisce la sua filmografia al suo sguardo sul mondo. Così il prezioso vaccino di Mauvais Sang diventa una pozione che ha fatto impazzire il mondo, e Oscar (il trasformista di Holy Motors) diventa il prototipo dell’individuo moderno: un essere umano che ha ormai perduto le sue capacità empatiche e vive cambiando volto e identità senza che nulla lo tocchi davvero. Una crisi identitaria in cui l’individuo è spersonalizzato e assorbito da questo abissale vuoto sociale.

Cosa c’è sotto l’immagine?

Carax e Lavant in C'est pas moi
Carax e Lavant in C’est pas moi – ©CG Cinéma

In una lettera di Deleuze indirizzata a Serge Daney, i due critici affrontano una questione spinosa: cosa c’è sotto l’immagine? Cioè cosa si nasconde al di là di ciò che vediamo. Per il filosofo francese, con l’avvento del cinema-moderno, sotto l’immagine si nasconde una rottura. Puro caos di tempo, pensieri e rimandi. Per Daney vi è invece un mondo etico e politico in cui sopravvive la testimonianza dell’autore. Una serie di immagini che documentano il nostro rapporto con la realtà. Probabilmente, C’est pas moi, avrebbe messo d’accordo le due visioni.

Il mondo appare frammentato, tra la produzione artistica di Carax e gli avvenimenti storici più terribili dei nostri tempi. Le guerre, i genocidi, i dittatori si mescolano con la storia del cinema, testimonianza di ciò che è stato, e con la storia di Carax, testimonianza di ciò che è stato dentro di lui. Capiamo in fretta che, finalmente, Oscar ha lasciato spazio ad Alexandre Dupont. Il suo alter ego si frammenta in verità e bugie dell’immagine che rimandano a riflessioni spinose e drammatiche. Artefatti visivi che servono a raccontare i pensieri e i sentimenti che hanno guidato Carax nella sua vita/carriera.

Ecco allora camminare Dupont e il signor Merde insieme. Mai prima d’ora Carax aveva affrontato di faccia una delle sue creazioni. Il grottesco “orco” che si nasconde nelle fogne del Giappone ora cammina spavaldamente e intrattiene una “conversazione” col regista. La violenza e la distopia di Merde non sono più satira ma realtà. Gli uomini, in questi millennio, si sono dimostrati altrettanto mostruosi da normalizzare la caricatura di Merde. Una grottesca maschera di avidità e voracità che ci appare, ormai, più sana che mai. Inutile dire che la mente di ogni uomo pensante non può che essere una mente politica e che quella di Dupont si scaglia contro tutti i Merde, politici e non, che governano questo mondo agonizzante.

Lo Sapevi?

Nelle scene di Merde vengono utilizzate musiche ed effetti sonori tratti dal film Godzilla (1954). Il mostro di Carax viene così associato all’evento mostruoso che ha dato origine al kaijū giapponese: il lancio della bomba atomica.

Un piano per fuggire

Una scena di Boy Meets Girl
Una scena di Boy Meets Girl – ©Abilene

A un certo punto dell’intervista, parlando di Holy Motors, il regista rivela la parola chiave di questo incontro: evasione. Carax, o Dupont, non è chiaro chi parlasse in quel momento, rivela infatti di essere rimasto folgorato dai testi di Louis-Ferdinand Céline. In particolar modo, il regista parla dalla “pesantezza” che contraddistingue la vita di ogni uomo. Ogni individuo è soggetto a una sorta di peso, una tristezza innata. E, nel corso della propria esistenza, non può far altro che cercare una scappatoia da questa condizione. Un’elaborazione kafkiana che sembra aprire uno squarcio alla fuga di ogni suo personaggio.

Per Alexander Dupont, la chiave di volta è stata il cinema. La settima arte rappresenta per il regista il metodo di evasione per affrontare la durezza della vita, permettendogli di relazionarsi con il mondo. Una sorta di mediatore artistico che ha consentito a Dupont di entrare in relazione con l’altro e di scoprire se stesso. L’intervista non poteva dunque che concludersi con un consiglio rivolto alla nuova generazione di cineasti e artisti a venire: “cercate l’altro”. Il cinema, come la vita, è fatta di persone e per andare avanti abbiamo bisogno di trovare il modo giusto per relazionarci con gli altri e con il mondo.

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Cinefilo accanito e amante delle grandi storie. Mi sono laureato in Cinema e audiovisivo, con una particolare attenzione alle produzioni del continente asiatico. Puoi trovarmi come cinerama46 sui social!