Bruce Lee è l’artista marziale per antonomasia. Nato in America, da genitori cinesi, Bruce (aka 李振藩, Lǐ Zhènfān) passa la vita diviso tra Cina e Stati Uniti. Dopo essere cresciuto in America, si rende conto del modo di vedere l’asiatico, e nello specifico, dell’uomo cinese. Gli Stati Uniti sono pieni di stereotipi e l’asiatico è raccontato sotto i dettami dell’Orientalismo. Orgoglioso, talentuoso e dalla mente affinata, Bruce Lee si lega a un unico obiettivo: mostrare al mondo il cinese autentico.

La battaglia di questo artista non è fatta solo di pugni e azioni acrobatiche. Anzi, questi elementi sono solo la superficie (di intrattenimento) sotto la quale si nasconde una ragione ben più profonda. Con i suoi film e con i suoi eroi, Bruce Lee sovvertì gli stereotipi che umiliavano e limitavano i popoli asiatici, restituendo alla propria cultura rispetto e ammirazione. Ma per parlare della rivoluzionaria missione di Bruce Lee, occorre analizzare il fenomeno dell’Orientalismo.

Lo Sapevi?

Sul set di Enter the Dragon, Bruce Lee colpì un giovane Jackie Chan in faccia con uno dei suoi bastoni da combattimento.

Il peccato originale

Bruce Lee Enter the Dragon
Bruce Lee in Enter the Dragon – © Warner Bros

Edward W. Said scrive nel 1978 “Orientalismo – Immagine europea dell’Oriente”, un saggio fondamentale per lo studio dei rapporti tra Est e Ovest. Secondo il professore della Columbia, l’Oriente è stato costruito dall’occidente mediante narrazioni stereotipate e razziste. Said compie una lunga analisi, che qui è necessario sintetizzare, in cui analizza i modi con cui la narrazione orientalista si è unita a razzismo, imperialismo e colonialismo. I popoli Altri vivevano in modi affascinanti e misteriosi, i briganti usavano la magia e gli imperatori possedevano castelli mastodontici, a prova di qualsiasi romanzo fantasy.

Il primo approccio con l’Altro asiatico è stato infatti frutto di racconti di commercianti, poeti e guerrafondai. La visione che ne poteva scaturire non era dunque quella di un antropologo moderno, preparato ed educato allo studio di una cultura altrui. Si produsse così una narrativa fatta di leggende, esotismo, paura e mistero, che pose le basi per gli stereotipi del “diverso” asiatico. Marco Polo, con il suo “Il milione”, fu uno degli autori più celebri. Questa narrativa, soggettiva e parziale, pose le basi dell’Orientalismo.

L’Altro era esotico, misterioso, minaccioso e, soprattutto, aveva una cultura lontana dall’identità occidentale. Fu proprio per mantenere questa identità che la Chiesa (con le Crociate prima, e Napoleone con l’Imperialismo dopo) giustificò anni di colonialismo e guerre. L’apice si raggiunse con il fenomeno degli zoo umani: luoghi in cui le persone venivano esposte e trattate alla stregua di animali. Ma fu con la nascita del cinema, nel 1895, che la narrativa orientalista assunse un senso più ampio, spostandosi dal testo letterario al testo filmico.

Rappresentazioni e distorsioni

Mickey Rooney Colazione da Tiffany
Mickey Rooney in Colazione da Tiffany – © Paramount Pictures

Nella lunga storia del cinema sono molti gli esempi di orientalismo sullo schermo. Tra i casi più eclatanti e significativi vi è sicuramente quello di Mr. Yunioshi, il coinquilino “cinese” del famoso film Colazione da Tiffany. L’amato cult di Blake Edwards, infatti, mette in scena una drammatica storia d’amore dove Holly (Audrey Hepburn) incontra l’uomo che cambierà per sempre la sua vita. Mr. Yunioshi occupa in questo film il ruolo di una problematica spalla comica.

Il personaggio cinese è, prima di tutto, interpretato da Mickey Rooney, un attore americano. Parliamo di una yellowface in cui il trucco deforma il viso di Rooney in una maschera grottesca fatta di stereotipi e razzismo. Il comico coinquilino della storia presenta dentoni, occhialoni spessi, un corpo tarchiato, un intelletto limitato e un accento “orientale”. Il corpo cinese viene strumentalizzato, limitato in una forma distorta fatta per far ridere lo spettatore occidentale. Ma non è solo questione di corpi.

Allo stesso modo in cui Yunioshi viene visivamente strumentalizzato, anche la cultura cinese viene convertita in un elemento comico fatto di “stramberie”. Come nella scena in cui Yunioshi si scontra con la lampada cinese che pende dal soffitto o l’esotica cerimonia del tè che sembra più richiamare il Giappone che la Cina. C’è infatti da dire che in queste grottesche rappresentazioni, da The Good Earth (1937) fino a Memorie di una Geisha (2005), tutte queste popolazioni sono state rappresentate con una vaga “cultura asiatica”.

Nascita di un eroe

Bruce Lee The Way of the Dragon
Bruce Lee in The Way of the Dragon – © Golden Harvest

Bruce Lee conosceva bene il modo in cui gli occidentali rappresentavano il suo popolo e la sua cultura, per questo decise di entrare nel mondo del cinema per dimostrare la ricchezza delle proprie tradizioni e arti. Nasce così l’eroe marziale cinese per eccellenza. L’artista, in questo senso, lavora su due aspetti: il corpo e la mente. Bruce Lee presenta al mondo il corpo cinese: statuario, lucido, naturale; spazzando via il tarchiato stereotipo messo in scena da Blake Edwards.

Ma l’eroe non si ferma qui: alla rivoluzione visiva dei corpi corrisponde una rivoluzione anche nella narrativa culturale. I personaggi di Bruce Lee non sono artisti marziali in lotta con il mondo, ma denotano elementi socio-culturali fondamentali. Così fuoriescono quelle tradizioni che vedono il kung fu come una vera e propria filosofia e non un mero sport. L’allenamento del corpo corrisponde a un allenamento mentale. Il gesto marziale si articola su una filosofia di vita derivante dallo shintoismo e dalle tradizioni secolari della Cina.

Bruce Lee produce un eroe visivo, in grado di rovesciare lo stereotipo mostrando al mondo la forza e l’orgoglio di un popolo bistrattato. Il combattimento diventa metafora di una lotta sociale all’avidità umana, allo sfruttamento, alla guerra e, soprattutto, all’immagine che l’occidente ha costruito di questo popolo. Gli abiti, il cibo, le scuole marziali e ogni altro elemento diventano allora le chiavi di lettura che hanno permesso a Bruce Lee di mostrare il “cinese autentico”.

Fist of Fury o La scuola di Jingwu

Bruce Lee in Fist of Fury
Bruce Lee in Fist of Fury – © Golden Harvest

Il film più rappresentativo della missione di Bruce Lee è Fist of Fury. Prima di tutto, occorre analizzare il titolo originale dell’opera: 精武門. Questo potrebbe essere tradotto come “La scuola di Jingwu”. Questa scuola marziale è realmente esistita e rappresenta per il popolo cinese una pagina importante della loro storia e cultura. Nel film, Bruce Lee interpreta un giovane studente di Huo Yuanjia, personaggio storico ed esponente della scuola. L’adattamento internazionale del titolo spazza via questa ricchezza riducendo il tutto a una violenza d’intrattenimento.

La scuola di Jingwu è invece un’opera fondamentale per il cinema cinese. Chen Zhen, il nostro protagonista, non si trova a combattere contro una semplice scuola avversaria: il Giappone ha invaso la Cina, l’ha depredata e conquistata. L’eroe di turno deve quindi vedersela con un nemico ben più arduo: l’Imperialismo giapponese. spinto da una politica coloniale che basa la propria conquista sui dettami Orientalisti – secondo i quali il popolo cinese risulterebbe inferiore e quindi “meritevole” di conquista. Un paradosso doloroso, se pensiamo che questa discriminazione arrivi da un altro popolo asiatico.

Non è infatti un caso che, sul finale del film, Bruce Lee si ritrovi a combattere non solo il boss giapponese, ma anche la sua spalla occidentale. Chen Zhen sconfigge così Petrov e il colonizzatore Hiroshi Suzuki. Allo stesso modo, Bruce Lee sconfigge così stereotipi e razzismo che hanno dominato sul suo popolo, restituendo al suo paese l’orgoglio e alla sua disciplina la sua arte. L’eroe diventerà così grande da raggiungere l’Europa e l’America, affrontando l’intero mondo e mostrando, finalmente, la forza di un cinese autentico.

Lo Sapevi?

Bruce Lee ammise apertamente che nella vita reale il confronto tra nunchaku e katana era in realtà impari e andava evitato.

Exit the Dragon

Bruce Lee nel finale di Enter the Dragon
Bruce Lee nel finale di Enter the Dragon – © Warner Bros

La filmografia di Bruce Lee resta oggi un documento fondamentale sull’immagine e sul suo potere. Non solo l’artista marziale è stato in grado di cambiare il modo in cui le persone potevano conoscere il popolo cinese, aprendo una finestra veritiera e sfaccettata, ma ha anche dimostrato qualcosa di più complicato: l’immagine può mentire. Come ogni prodotto umano, anche il cinema è figlio di una soggettività. Una rappresentazione di una prospettiva formata dall’educazione, dal contesto storico, dalla cultura e così via.

L’azione di Bruce Lee è stata quella di scoprire questa parzialità, mostrando quanto fosse limitato e abietto lo sguardo orientalista delle produzioni occidentali. Parliamo di una mente così lucida da riuscire a capire che, per vincere questo “dialogo”, occorreva combattere con immagini altrettanto potenti. Così Bruce Lee ci accompagna in quel labirinto di specchi, pronto ad affrontare immagini residue e riflessi falsi, decostruendo le forme che lo hanno raccontato e rompendo lo specchio per vedere chi siamo davvero.

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Cinefilo accanito, musicomane, videogiocatore e appassionato di letteratura e fumetti. Sono uno studente di cinema e audiovisivo, con una particolare attenzione alle produzioni del continente asiatico. Puoi trovarmi come cinerama46 sui social!