“Chi sono io?”
La domanda ricorrente che infesta l’incredibile mente di Visione – o dovremmo dire Visione Bianca – all’inizio di VisionQuest, la serie del Marvel Cinematic Universe che chiude la Fase Sei di un franchise che cerca, a più riprese, di riconquistare l’affetto del fandom. Un pubblico che sembra distaccarsi sempre più, dopo gli eventi epocali di Avengers: Endgame, richiamato recentemente in sala proprio per godere di una versione estesa del capitolo finale dell’Avengers Saga, rito scaramantico in attesa del – si spera – salvifico arrivo in sala di Avengers: Doomsday.
VisionQuest arriva quasi in silenzio, secondo spin-off dopo Agatha All Along di WandaVision, ad oggi la serie più riuscita e convincente dell’intero comparto seriale del Marvel Cinematic Universe. Un inizio speranzoso all’epoca, che avrebbe portato Wanda Maximoff a passare da eroina a persona tragico all’interno del MCU, che pareva dimenticato nel marasma confusionario di produzioni prive di personalità e di idee, ma che vede in proprio in questa impresa del sintezoide una degna chiusura
VisionQuest: anima sintetica

Lasciato sul finale di WandaVision in una versione riveduta e corretta – almeno secondo l’opinione dello S.W.O.R.D. – Visione è stato a lungo assente dal Marvel Cinematic Universe. Eppure, il sintezoide è rimasto in circolazione, cercando di ritrovare la propria funzione, o – se vogliamo considerarlo umano – la propria anima. Gli eventi di Westview hanno avuto effetti devastanti sulla personalità di Visione, che pur essendo stato ricomposto con i sui ricordi, è privo della sua parte emotiva.
Un vuoto che cerca di colmare studiando l’umanità, accompagnato dalla sua nuova famiglia: le IA create dalle Stark Industries. Jarvis, E.D.I.T.H. e Friday sono i suoi coinquilini all’interno di una casa digitale che rappresenta la sua mente, un rifugio per loro e un modo per potersi affidare alle specifiche capacità di ciascuna.
Eppure nella soffitta si nasconde il mostro, un’ultima IA che ha segnato profondamente la vita di Visione: Ultron. Padre e creatore, l’intelligenza artificiale che ha seminato morte e distruzione a Sokovia è ancora vivo, grazie alla speranza di Visione di poterlo redimere. Parte di questa famiglia sui generis, anche Ultron viene coinvolto in questo esperimento di ricerca del sé da parte di Visione, che diventa una lotta contro il tempo quando scopre di essere il bersaglio di un bounty hunter che non si fa problemi a utilizzare contro di lui un’arma spietata: suo figlio, Tommy.
E per il sintezoide, questo legame con il suo passato, per quanto incredibile e illogico, diventa il primo passo di un viaggio alla scoperta di un sé perduto, chiave immancabile per il proprio futuro.
Trilogia completa

Volendo seguire il concetto di legacy tanto caro ai comics, VisionQuest è l’ideale terzo capitolo della trilogia nata con WandaVision e proseguita con Agatha All Along. Il seme narrativo concepito da Jac Schaeffer si è sviluppato in una composizione seriale che ha reso Wanda prima e Visione ora due dei personaggi più interessanti del Marvel Cinematic Universe post- Endgame. Il passaggio di testimone come showrunner a Terry Matalas è stato centrale, considerato come il passato trekkie di Matalas – prima con Enterprise e poi con Picard – ha evidenziato la sua capacità di muoversi abilmente in contesti in cui citazionismo e attenzione al fandom siano centrali.
Ed è questo delicato gioco di equilibri che anima VisionQuest. L’estetica – specialmente nello spazio mentale di Visione – è chiaramente ispirata all’identità visiva di WandaVision, con una definizione retrò che trasforma il concetto di robotica in funzione di una narrazione familiare, con la casa come rifugio sicuro, ma al contempo in pericolo per le minacce esterne.
Matalas è attento a questo legame viscerale, lo definisce e sfrutta per creare situazione altamente emotive, frammezzate da alleggerimenti comici mai sguaiati ma sempre in linea con la pacifica e misurata sensibilità di Visione. Non si vuole stupire lo spettatore con uno spettacolo visivo – o meglio, non solo con quello – ma con un ritorno a una narrazione fatta di sensazioni, di esperienze condivise, ispirata a una tradizione seriale tipica di prodotti cult come Genitori in blue jeans e Casa Keaton, non a caso citati palesemente.
La famiglia è per sempre

Il giusto tono per sfruttate l’elemento supereroico come volano per una storia che tratta di sofferenza e accettazione, di perdita e di famiglia. Temi che tornano spesso in questo ultimo segmento del Marvel Cinematic Universe, ma che – escluso Thunderbolts* – non hanno trovato degli interpreti così in sintonia come in VisionQuest.
La recitazione misurata e minimal di Paul Bettany è perfetta nel trasmettere un Visione evidentemente travagliato. La sicurezza vista già nel suo esordio in Age of Ultron è un ricordo lontano, con un sintezoide che anche nelle posture tradisce il suo profondo disagio, il suo sentirsi incompleto, una versione depotenziate di sé al punto da considerarsi a lungo un essere differente.
Il suo percorso di guarigione si fonda sull’accettazione della perdita, sul comprendere che non ci si può semplicemente chiudere al mondo, alle emozioni, ma che siamo un complesso mosaico di dolore e gioia, di tristezza e felicità. Un viaggio non sempre perfetto, quello di Visione, ma che appassiona, impreziosito da una comicità garbata e ben gestita, che lascia spazio anche a un citazionismo mai forzato, capace di omaggiare la storia fumettistica del personaggio affondando con precisione nella Golden Age marveliana
Ma senza l’Ultron di James Spader, VisionQuest non sarebbe stato così affascinante. Il tono sarcastico, sprezzante di Ultron è reso magnificamente da Spader, battute e gestualità, sguardi apparentemente sornioni e piccoli vezzi stilistici che danno vita a una IA così machiavellica e sfaccettata da lasciare lo spettatore con un dubbio serpeggiante: davvero lo odio?
E’ il dono dei grandi villain, essere evidentemente il male ma sapere ammaliare, magari con una redenzione finale che lascia tutti sereni.
VisionQuest è stato immeritatamente considerato un prodotto transitorio, un finale per una trilogia narrativa che si è smarrita nel maelstrom confusionario del multiverso del Marvel Cinematic Universe. Nel suo racconto sincero e puntuale, questa storia familiare ricorda come il Marvel Cinematic Universe abbia ancora un cuore.
