Il panorama del fumetto d’autore contemporaneo assiste con sempre maggiore frequenza al superamento delle delimitazioni geografiche e storiografiche della narrativa a fumetti. La convergenza linguistica tra tradizioni apparentemente distanti non si configura più come un mero esercizio citazionista, bensì come una rigorosa rielaborazione delle coordinate sintattiche e semantiche di generi. In questo contesto si inserisce Bob 84, (Panini Comics) firmato da Vincenzo Filosa alle sceneggiature e Paolo Bacilieri ai disegni.
I due volumi finora pubblicati – La Vendetta è Mia del 2021, e L’insostenibile del 2026 – mostrano chiaramente la convergenza di linguaggi di genere fra Italia e Giappone. Da un lato vi è il poliziottesco cinematografico italiano calato nel contesto socio-politico degli Anni di Piombo dall’altro la tradizione del fumetto nero nostrano, da Diabolik a Kriminal fino alle declinazioni per adulti; poi c’è il movimento gekiga, il movimento di “immagini drammatiche” nato nel Giappone del dopoguerra per iniziativa di autori come Yoshihiro Tatsumi e codificato sulle pagine di riviste storiche come Garo.
SI tenga presente come l’operazione condotta da Filosa e Bacilieri non è una semplice sovrapposizione iconografica ma una decostruzione delle metodologie strutturali del racconto d’azione, della paranoia urbana e del realismo crudo. Il rapporto tra il fumetto nero e il gekiga in Bob 84 diventa quindi un “rimontaggio” di grammatiche visive, i ritmi di montaggio della pagina e le visioni del mondo che hanno caratterizzato quei due “generi”.
ll contesto socio-culturale del fumetto nero e la frattura del gekiga

Mentre al cinema imperversa il poliziottesco, genere che rifletteva direttamente il clima di destabilizzazione sociale, violenza politica e sfiducia nelle istituzioni dello Stato con una visione disincantata della giustizia calata in contesti metropolitani grigi e nevrotici – nelle edicole italiane si faceva largo il così detto fumetto nero.
Il filone, inaugurato nel 1962 con l’uscita del Diabolik delle sorelle Giussani, si era velocemente affermato in diverse declinazioni – dall’erotismo all’horror – sfruttando il nuovo formato tascabile 12×17 cm e proponendo una fruizione rapida, seriale ed eversiva. Il fumetto nero scardinava la morale borghese dell’epoca, elevando l’antieroe o il criminale a protagonista assoluto e riducendo la griglia della tavola a sole due o tre vignette per pagina, puntando tutto sull’impatto visivo della singola inquadratura.
Contestualmente in Giappone si consumava una spaccatura analoga promossa da un gruppo di autori guidato da Yoshihiro Tatsumi, Takao Saito e Masahiko Matsumoto che teorizzarono il concetto di gekiga, letteralmente traducibile come immagini drammatiche.
Questo movimento si poneva in netta contrapposizione concettuale con il manga dominato fino a quel momento dalla lezione codificata da Osamu Tezuka. Questa nuova corrente introdusse tematiche adulte e crude attinte dal disagio delle periferie urbane e dalla marginalità sociale.
Dal punto di vista visivo, il gekiga propose una dilatazione del tempo narrativo basata sulla scomposizione sequenziale del movimento, accompagnata da un segno grafico sporco, espressionista, fortemente legato al chiaroscuro e al tratteggio d’ambiente con lo scopo di veicolare una visione del mondo nichilista in cui il destino dei personaggi appare irrimediabilmente segnato da forze socio-economiche ineluttabili.
Entrambe le correnti rifiutano la catarsi consolatoria della narrativa di genere classica, sostituendo il concetto di eroe con figure umane fallate, ossessionate e spesso destinate a un inesorabile fallimento morale o materiale.
Il sincretismo di Bob 84

L’operazione di sintesi concepita da Vincenzo Filosa parte già dal formato di Bob 84. In un momento storico in cui si cerca l’edizione di pregio e una cura cartotecnica che avvicina il fumetto al libro in senso lato, si opta invece per un brossurato tascabile 13×18 cm che ricalca appunto il fumetto nero degli anni ’70 ed evoca il tankobon nipponico. È già il formato a rendere i libro oggetti filologicamente “corretti”.
Così facendo è relativamente naturale fondere e mescolare gli archetipi di genere, l’iconografia dei tardi anni ’70 e primi anni ’80 dove le tensioni socio-politiche del fumetto nostrano (ci si allontana progressivamente dall’impronta dei capostipiti per avvicinarsi più a certe cose di Magnus come Lo Sconosciuto) si sposano con la dilatazione temporale, il realismo psicologico e il denso tratteggio d’ambiente propri del gekiga.
In La Vendetta è Mia facciamo la conoscenza di Bob Sinatra, killer spietato dal volto deformato da un’ambigua rassomiglianza iconica, e Lino Ventura, ispettore di polizia logorato dall’ossessione e dal fallimento, che ha fatto della cattura del killer la sua ragione di vita. Da una Europa ancora divisa dal Muro di Berlino, facciamo un salto in Giappone in L’insostenibile dove Bob e un’altra spietata ma bellissima killer danno la caccia – e si danno la caccia – per accoppare un mangaka sommerso dai debiti.
Filosa prende quindi i topoi propri di un certo poliziottesco e dell’hard boiled innestandoli nella struttura ellittica tipica della sceneggiatura gekiga. La narrazione procede per sovrapposizioni: la lentezza descrittiva dei momenti di stasi temporale, ereditata da autori come Yoshiharu Tsuge o Shin’ichi Abe, si frantuma improvvisamente in esplosioni di violenza dinamica, la cui scansione ritmica deve moltissimo al rigore metronomico di Takao Saito e ad opere come Golgo 13.
Proprio la violenza e la fallibilità dei personaggi rappresentano i due punti cardini su cui si basa il lavoro di Filosa. Nelle forme tradizionali del fumetto d’avventura occidentale, l’atto violento viene spesso rappresentato stilizzato o drammatizzato in funzione della catarsi finale. Nel gekiga, al contrario, la violenza appare immediata, secca, priva di retorica e frequentemente ammantata da una nota di insensata brutalità.
Filosa utilizza sapientemente il concetto nipponico del Ma smontando deliberatamente il ritmo tipico del fumetto d’azione occidentale. Mentre nel fumetto nero l’azione è innescata improvvisamente e d’impeto, nel gekiga è spesso ritardato da una lunga e dilatata fase preparatoria. In Bob 84 questo permette di scavare nei meandri della psiche dei personaggi ed indugiare, senza compiacimento voyeuristico, sull’azione ma focalizzandosi sulle conseguenze fisiche dell’atto violento.
Qui entra in gioco il lavoro di Paolo Bacilieri che opera un vero e proprio deframmentamento dell’azione. Scomponendo il gesto in micro-movimenti si scompone il montaggio serrato di un certo cinema poliziesco con la layout tipico del fumetto giapponese di riferimento.
Paolo Bacilieri: lo spazio urbano, il tratteggio e lo spazio

Se Filosa si occupa di sintetizzare gli elementi cardine dei due “generi” di riferimento, è Paolo Bacilieri a metterli in scena in maniera decisiva.
Bacilieri si conferma innanzitutto un disegnatore dello spazio urbano, trasformando la città da semplice sfondo a vero e proprio agente narrativo. La Milano degli Anni di Piombo e la Tokyo metropolitana vengono ricostruite con una precisione documentale chirurgica, che si sofferma sulle facciate dei palazzi, sulle targhe delle automobili d’epoca nonché sui cartelloni pubblicitari e le insegne al neon. Questo approccio si sposa perfettamente con la lezione di maestri del gekiga come Seiichi Hayashi o Kazuo Kamimura, nei quali il paesaggio urbano sintetizza e amplifica lo stato emotivo dei personaggi.
Sul piano della resa grafica, il segno di Bacilieri si distingue per un’estetica del tratteggio che rifiuta la sintesi plastificata del disegno digitale. L’uso del bianco e nero in Bob 84 è rigoroso e privo di mezze misure. Il tratteggio fitto restituisce la matericità delle superfici, dal cemento armato all’asfalto bagnato fino alla pelle rugosa dei protagonisti. Allo stesso tempo, la gestione delle ombre attinge al chiaroscuro del fumetto nero italiano rielaborandolo attraverso l’impiego scenografico dei neri pieni tipico del gekiga.
Uno degli elementi di maggior rottura nel lavoro di Bacilieri riguarda la resa fisiognomica dei soggetti. I personaggi non rispondono a canoni estetici idealizzati; al contrario, i loro volti appaiono segnati, stanchi, caratterizzati da tratti asimmetrici che oscillano tra il realismo anatomico e un sottile espressionismo grottesco. L’ispettore Lino Ventura porta sulle proprie linee facciali tutta la pesantezza della polizia di Stato dell’epoca, mentre Bob Sinatra incarna una maschera impassibile e aliena, capace di richiamare tanto gli assassini imperscrutabili del cinema di Fernando Di Leo quanto l’inscrutabilità dei killer disegnati da Takao Saito.
Infine, sfrutta i limiti fisici del formato tascabile che impone una griglia ridotta, Bacilieri ottimizza lo spazio della vignetta rifiutandone la rigidità. L’autore alterna inquadrature ravvicinate sui dettagli, come uno sguardo, una mano che stringe l’impugnatura di una P38 o di una katana, oppure un mozzicone di sigaretta che si consuma, a visioni d’insieme panoramiche stipate in spazi orizzontali stretti. Questao continua “ossessione” per i particolari, unito all’impiego di sequenze mute incentrate esclusivamente sull’ambiente, dimostra una padronanza assoluta del ritmo narrativo per immagini.
Perché leggere Bob 84

Non un fumetto per tutti, Bob 84 è una operazione teorica raffinatissima di rielaborazione dei codici linguistici del fumetto. La capacità di Vincenzo Filosa e Paolo Bacilieri di leggere la storia del fumetto nero italiano attraverso la lente critico-formale del gekiga dimostra la maturità raggiunta dal fumetto italiano contemporaneo che non può essere solo relegato alla forma graphic novel semibiografico ma si riappropria con vigore delle istanze narrative del fumetto di genere e della loro carica formale e sociologica.
