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Immaginate di chiedere a un’intelligenza artificiale di controllare il prezzo di un volo, prenotare un appuntamento o telefonare alla vostra assicurazione. Non di spiegarvi come farlo, ma di occuparsene personalmente, senza costringervi a intervenire a ogni passaggio. È questa la promessa di Muse, la nuova intelligenza artificiale di Meta, che Mark Zuckerberg vuole trasformare in qualcosa di molto più ambizioso di un semplice chatbot. E le sue capacità, per quanto sorprendenti, stanno già sollevando interrogativi tutt’altro che secondari.

Presentato ufficialmente a settembre, Muse rappresenta uno dei tentativi più concreti di cambiare il modo in cui le persone utilizzano l’intelligenza artificiale. Se strumenti come ChatGPT, Gemini e Claude sono conosciuti soprattutto per la capacità di rispondere alle domande e generare contenuti, il nuovo sistema di Meta punta a eseguire direttamente le attività richieste dall’utente, arrivando a utilizzare siti Internet, applicazioni e servizi digitali.

A raccontare le potenzialità del progetto è stato anche il New York Times, attraverso una prova che ha mostrato quanto possa cambiare il rapporto tra utenti e assistenti virtuali. Un giornalista ha chiesto a Muse di verificare alcune informazioni relative alla propria assicurazione dentale. L’intelligenza artificiale ha quindi telefonato autonomamente alla compagnia assicurativa, comunicato i dati necessari e risposto a una domanda di sicurezza, rimanendo in attesa di un operatore.


Soltanto quando qualcuno ha finalmente risposto, Muse ha avvisato il giornalista con una notifica, permettendogli di intervenire nella conversazione. Un’attività che normalmente avrebbe richiesto tempo, pazienza e diversi passaggi è stata così gestita quasi interamente da un sistema automatizzato. Ma come funziona davvero? A differenza di un chatbot tradizionale, Muse dispone di un ambiente virtuale dedicato, con un proprio browser attraverso il quale può navigare su Internet. Questo gli permette, almeno sui servizi compatibili e autorizzati, di accedere alla posta elettronica, consultare calendari, organizzare viaggi, cercare prodotti e preparare acquisti.

L’aspetto più interessante è che non deve necessariamente completare tutto in pochi secondi. Può anche continuare a lavorare mentre l’utente si occupa di altro, per esempio controllando periodicamente il costo di un biglietto aereo oppure seguendo l’evoluzione di un progetto. L’obiettivo è trasformare l’intelligenza artificiale in un assistente che non aspetta continuamente istruzioni, ma prova a portare a termine un compito. Questa maggiore autonomia, però, comporta inevitabilmente nuovi rischi. Per essere davvero utile, Muse deve poter accedere a informazioni personali, documenti e account che normalmente gli utenti proteggono con password e sistemi di autenticazione. Ed è proprio qui che emerge una delle questioni più delicate: quanto siamo disposti a condividere con un’intelligenza artificiale pur di risparmiare tempo?

Meta sostiene di aver sviluppato diverse protezioni per impedire che il sistema utilizzi impropriamente le informazioni ricevute. Ogni utente dispone di una macchina virtuale separata, mentre le credenziali di accesso e i dati di pagamento vengono gestiti attraverso strumenti che, secondo l’azienda, impediscono all’agente di visualizzarli direttamente. È previsto inoltre un sistema di supervisione chiamato Sentinel, incaricato di controllare le attività svolte dall’assistente e intervenire quando individua comportamenti potenzialmente rischiosi. Per le operazioni più sensibili, come completare un acquisto o inviare determinate comunicazioni, Muse deve chiedere l’autorizzazione dell’utente.

Per esempio, se una persona gli chiede di trovare un paio di scarpe di una determinata marca senza superare un budget di 150 euro, l’agente può confrontare le offerte e preparare l’ordine. Il pagamento, però, richiede una conferma prima di essere effettuato. Meta afferma inoltre che gli utenti possono decidere quali servizi collegare, modificare i permessi concessi e controllare le attività eseguite. Nonostante queste garanzie, la questione della privacy rimane aperta. La società ha annunciato l’arrivo di una nuova tecnologia, chiamata Muse Confidential VM, che dovrebbe offrire una protezione aggiuntiva impedendo persino a Meta di accedere ai dati contenuti nell’ambiente virtuale personale. Secondo i programmi comunicati dall’azienda, questa funzionalità dovrebbe arrivare entro la fine del 2026.


La diffidenza non riguarda soltanto la sicurezza delle informazioni. Muse si è infatti già scontrato con uno dei più grandi protagonisti del commercio elettronico: Amazon ha bloccato l’accesso dell’agente AI al proprio sito, sostenendo che l’utilizzo di strumenti automatizzati non autorizzati violi le condizioni del servizio. La decisione ha aperto un confronto che potrebbe diventare sempre più importante nei prossimi anni. Se saranno le intelligenze artificiali a cercare prodotti, confrontare prezzi e preparare ordini, chi controllerà davvero il rapporto tra consumatori e negozi online? E soprattutto, quali aziende saranno disposte a permettere a un assistente sviluppato da un concorrente di operare sulle proprie piattaforme?

Mentre Amazon ha scelto di limitare l’accesso, Shopify ha avviato una collaborazione con Meta per rendere possibili nuove forme di acquisto attraverso gli agenti AI. Due strategie differenti che mostrano come l’arrivo di questi strumenti possa modificare profondamente anche il commercio elettronico. Zuckerberg, intanto, non vuole che Muse rimanga confinato allo schermo di uno smartphone o di un computer. Durante Meta Connect 2026, l’azienda ha annunciato l’integrazione dell’assistente nei propri occhiali intelligenti, sviluppati anche attraverso la collaborazione con EssilorLuxottica. L’obiettivo è consentire agli utenti di impartire comandi e gestire attività senza dover necessariamente prendere in mano il telefono.

Tra le novità mostrate durante l’evento figura anche un piccolo dispositivo indossabile da portare al collo, pensato per mantenere l’assistente sempre a disposizione. Muse può inoltre assumere un aspetto personalizzato, con un personaggio virtuale dall’estetica amichevole, quasi quella di una mascotte. Lo stesso Zuckerberg ha scelto di chiamare il proprio assistente Agrippa, richiamando Marco Vipsanio Agrippa, il generale e politico romano che fu uno dei più importanti collaboratori di Augusto. Un riferimento che si inserisce nella nota passione dell’imprenditore per la storia dell’antica Roma.


Al momento Muse è stato lanciato negli Stati Uniti ed è arrivato anche in Canada, mentre per una diffusione più ampia in Europa bisognerà fare i conti con le normative dell’Unione Europea, particolarmente attente alla tutela dei dati personali. Meta non è comunque l’unica azienda a investire in questa direzione. Anche OpenAI, Google, Anthropic e Microsoft stanno sviluppando strumenti capaci di svolgere operazioni sempre più complesse, con l’ambizione di trasformare l’intelligenza artificiale in una presenza costante nella vita quotidiana.

Ed è proprio questo il punto che rende Muse così interessante, ma anche potenzialmente controverso. Per la prima volta, l’idea di affidare a un’intelligenza artificiale una parte significativa delle proprie attività digitali sta diventando qualcosa di concreto e accessibile. Il vero interrogativo non è più soltanto che cosa questi sistemi saranno capaci di fare, ma quanto controllo saremo disposti a lasciare loro.

E mentre Zuckerberg immagina un futuro in cui ognuno avrà un assistente sempre al proprio fianco, resta una domanda destinata a diventare sempre più importante: quanto della nostra vita digitale siamo pronti ad affidare a una macchina? Il nome Muse, però, ha già fatto discutere anche per un’altra ragione. La scelta di Meta ha infatti coinvolto direttamente la celebre band britannica guidata da Matt Bellamy, costretta a modificare i propri profili social.

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Classe 1991, scrive sul web da oltre dieci anni, trasformando la passione per i videogiochi e la cultura pop in una professione. Nel corso della sua carriera ha collaborato con alcuni dei principali siti italiani dedicati al mondo videoludico, trovando in Game-eXperience la sua casa per molti anni. Nel 2021 ha perfezionato il proprio percorso frequentando un corso di giornalismo online, consolidando l'esperienza maturata sul campo. Dal 2023 fa parte del gruppo editoriale Digital Dreams e, dall'inizio del 2026, scrive per CastleRock, ScreenWorld e BadTaste, occupandosi di videogiochi, cinema, serie TV e attualità legata al mondo dell'intrattenimento.