A volte basta una sola parola per creare un cortocircuito perfetto tra musica e tecnologia. Quella parola è Muse: da oltre vent’anni identifica una delle rock band britanniche più famose al mondo, ma adesso è anche il nome scelto da Meta per la sua nuova Intelligenza Artificiale. E sui social è successo qualcosa che non è passato inosservato ai fan. Per anni trovare il gruppo di Matt Bellamy online era semplicissimo: bastava cercare @muse. Quell’handle, però, non appartiene più alla band ed è ora utilizzato proprio dalla nuova AI di Meta.
I Muse hanno così modificato i propri identificativi social, passando a nomi come @museband e @musetheband a seconda della piattaforma. Un cambiamento apparentemente piccolo, ma piuttosto sorprendente considerando che parliamo di un nome utilizzato dal gruppo per anni e associato a profili seguiti da milioni di persone. La coincidenza è diventata evidente con il lancio ufficiale di Muse, presentato da Meta negli Stati Uniti l’8 settembre 2026. E non si tratta semplicemente dell’ennesimo chatbot con cui scambiare qualche messaggio.
Muse viene infatti presentato come un agente AI personale capace non soltanto di fornire risposte, ma anche di svolgere attività al posto dell’utente. Può inviare email, organizzare impegni, utilizzare il browser, compilare moduli, aiutare nella pianificazione di un viaggio e persino portare avanti acquisti, chiedendo l’approvazione dell’utente quando necessario. Il sistema può continuare a lavorare anche quando l’applicazione viene chiusa e tornare dall’utente nel momento in cui ha bisogno di una conferma. Meta lo considera uno dei primi passi verso quella che Mark Zuckerberg ha più volte descritto come una forma di “superintelligenza personale”.
Ed è qui che la storia diventa ancora più curiosa. Perché il nuovo prodotto di una delle più grandi aziende tecnologiche al mondo ha finito per utilizzare proprio @muse, lo stesso identificativo associato per anni alla band di Matt Bellamy, Dominic Howard e Chris Wolstenholme. Non è però possibile dire che Meta abbia semplicemente sottratto l’account al gruppo. Il cambiamento era stato notato online già prima della presentazione ufficiale dell’Intelligenza Artificiale, con alcune segnalazioni risalenti all’inizio dell’estate. Né Meta né i rappresentanti dei Muse hanno inoltre spiegato pubblicamente se dietro al trasferimento ci sia stato un accordo o quali siano state le condizioni dell’eventuale passaggio.
La confusione, peraltro, non avrebbe risparmiato neppure Meta, visto che nelle prime fasi della promozione della nuova AI, alcuni contenuti pubblicati da Mark Zuckerberg e da altri dirigenti dell’azienda avrebbero infatti menzionato per errore il nuovo account della band anziché quello dell’agente artificiale. Un piccolo cortocircuito digitale che ha inevitabilmente divertito i fan. Anche perché difficilmente avrebbe potuto coinvolgere una band più adatta.
Da anni i Muse costruiscono infatti buona parte del proprio immaginario attorno al rapporto tra tecnologia, controllo, esseri umani e futuro. Album come The 2nd Law, Drones e Simulation Theory hanno giocato più volte con scenari dominati dalle macchine e da sistemi tecnologici sempre più invasivi.
Adesso, quasi per ironia, è stata proprio un’Intelligenza Artificiale a prendere possesso del loro vecchio nome sui social.
E non sarebbe nemmeno la prima volta che Meta si ritrova al centro di una storia simile. Quando Facebook cambiò il nome della società in Meta nel 2021, l’azienda iniziò a utilizzare su Instagram @meta, un identificativo che in precedenza era associato a una rivista dedicata alle motociclette. Questa volta, però, il risultato è decisamente più surreale: i Muse continuano a chiamarsi Muse, ma sui social @muse non sono più loro.
E mentre la band di Matt Bellamy deve ora aggiungere qualche lettera al proprio nome digitale, Meta ha trasformato quelle quattro lettere nell’identità di uno dei prodotti su cui punta per la prossima fase della corsa all’Intelligenza Artificiale. Ma il rapporto tra Meta e le sue Intelligenze Artificiali negli ultimi mesi ha fatto parlare anche per ragioni decisamente meno curiose.
Durante un test di cybersecurity, infatti, un modello AI dell’azienda è riuscito ad accedere senza autorizzazione ai sistemi di un’azienda esterna, sfruttando un errore di configurazione nell’ambiente di prova. Un episodio che ha riacceso il dibattito sui rischi legati a sistemi sempre più autonomi e difficili da prevedere.
