Nella serie scritta e diretta per Prime Video, Mike Flanagan sottrae la scena della doccia allo sguardo maschile e fa del personaggio di Stephen King l’erede inconsapevole di una lunga genealogia di streghe.
Attenzione: l’articolo contiene spoiler sull’intera stagione.
Il primo giorno di scuola della sua vita, Carrie White fa scattare il metal detector della Ewen High, tradita dalla croce che porta al collo. La Carrie di Mike Flanagan per Prime Video nasce da una frattura tra ciò che l’America insegna ai figli e alle figlie per sopravvivere e ciò che lascia loro ignorare del proprio corpo, e la attraversa con un affetto per la protagonista che nessun adattamento aveva mai mostrato.
Un romanzo fatto di documenti

Stephen King pubblicò Carrie nel 1974 ambientandolo cinque anni più avanti, e lo costruì come un dossier di ritagli e studi sul gene della telecinesi che la Commissione White chiude escludendo che un caso simile possa ripetersi; l’ultima pagina la smentisce con la lettera di una madre del Tennessee la cui figlia di due anni fa muovere le biglie senza toccarle. De Palma, nel 1976, scelse la linea retta che va dalla doccia al ballo. Dopo di lui David Carson (2002) lasciò sopravvivere Carrie, in fuga verso la Florida, in quello che doveva essere il pilota di una serie mai nata, e Kimberly Peirce (2013) mise uno smartphone in mano alle bulle. Flanagan riparte da ciò che De Palma aveva scartato: la cornice documentaria del romanzo, qui aperta dalle chiamate al 911 della notte del ballo, e soprattutto l’ipotesi che la bambina del Tennessee non fosse un’eccezione.
Prima della doccia, però, Flanagan ci fa conoscere la ragazza, ed è la scelta da cui discende il resto. La Carrie di King era perseguitata dagli stessi compagni fin dall’infanzia; quella di Summer H. Howell è cresciuta chiusa in casa con un padre survivalista e una madre devota, tra i libri che ama citare e i vestiti che si cuce da sola, e arriva al liceo solo quando la morte del padre sul lavoro rivela allo Stato l’esistenza della famiglia. La sua fiducia negli altri rende ogni umiliazione più difficile da guardare. Spacek aveva ventisei anni e l’aria di una creatura braccata; questa Carrie vuole vivere, e i suoi poteri si accendono con la rabbia e qualche volta con la felicità.
Chi guarda Carrie

In De Palma la doccia scorre sui titoli di testa: un ralenti attraversa lo spogliatoio della Bates High (omaggio a Psycho), scivola tra corpi nudi di ragazze nel vapore sulle note sognanti di Pino Donaggio e si ferma su Carrie che si insapona, offerta al pubblico prima di diventare un personaggio. In Italia il film uscì come Carrie – Lo sguardo di Satana, ma lo sguardo che conta è quello della macchina da presa, che riduce la ragazza alla to-be-looked-at-ness descritta da Laura Mulvey un anno prima, e il sangue arriva a punire un piacere già concesso. La scena, del resto, era nata da uno sguardo maschile su uno spazio proibito, lo spogliatoio femminile che King puliva da collaboratore scolastico, e aveva preso forma solo quando Tabitha ne ripescò le pagine dal cestino e gli spiegò ciò che lui non sapeva.
Flanagan sposta la doccia alla fine del primo episodio, intitolato con un gioco di parole crudele First Period (la prima ora di lezione e il primo ciclo), e la spoglia di ogni nudità. Quando ci arriviamo conosciamo già Carrie, e la macchina da presa non ha un corpo da esibire, soltanto una ragazza a terra che urla convinta di morire mentre le compagne guidate da Chris le tirano addosso assorbenti. Il male gaze scompare, e la sua assenza si avverte come un sollievo. Resta lo sguardo delle ragazze che alzano i telefoni e filmano: Peirce lo aveva intuito, Flanagan ha otto ore per seguirne le conseguenze.
Il crocefisso storto

Margaret White è sempre stata la figura più facile da caricare, fino alla Piper Laurie di De Palma che muore trafitta nella posa del San Sebastiano dello sgabuzzino delle preghiere. Samantha Sloyan, già Bev Keane in Midnight Mass, la riporta vicino a noi: il fuoco e lo zolfo si sono tradotti nel lessico dell’America di oggi, e la sua Margaret è una complottista che si batte per i «diritti dei genitori» e trasmette in streaming le sue crociate, fino a chiedere che gli opuscoli dell’insegnante Desjardin (Amber Midthunder) siano dichiarati osceni. Eppure ama la figlia. La ragione di tanta paura arriva tardi, in un flashback: da bambina, mentre pregava, Margaret ha visto il crocifisso della sua stanza girarsi di lato e ha scambiato il proprio potere per un segno di Dio. Il fanatismo è il nascondiglio in cui una strega ha seppellito sé stessa, e Sloyan ne ha riassunto la logica in una frase: «So cosa fa il mondo ai mostri».
Carrie Red

Se Margaret porta la fede nelle assemblee scolastiche, Chris Hargensen trasforma la crudeltà in un format. Alison Thornton ne fa una ragazza ricca che il padre trascura, più fragile della figlia d’avvocato sadica di King. Dopo la doccia apre su Instagram l’account anonimo Carrie Red, che raccoglie video e pettegolezzi su discenti e docenti e ha per immagine il volto di Carrie sfigurato dal terrore, sicché la ragazza, che nessuno sospetta di gestirlo, diventa la faccia stessa di quella cattiveria. Quando Chris, scoperta, si rifiuta di chiuderlo e viene espulsa, la scuola esplode in una rivolta. Flanagan si guarda bene dal chiederci di perdonarla, e intanto ci mostra la vita che le si sbriciola sotto l’armatura.
Portare la vicenda ai giorni nostri è la scelta più fedele, perché Carrie è sempre stata contemporanea: King la proiettava nel futuro prossimo, ogni adattamento l’ha trascinata nel proprio presente. Flanagan insiste sulla normalità del massacro, i metal detector di ogni mattina, le esercitazioni che, secondo lui, il King del 1974 non avrebbe potuto immaginare e che solo Carrie trova assurde. In un’America che ha conosciuto Columbine la strage di Chamberlain non si guarda più con gli occhi del 1976, e alla fine una pistola al ballo entra comunque.
Le altre

Barbara Creed, in The Monstrous-Feminine, aveva già letto Carrie come una strega, nel cui sangue mestruale il corpo femminile diventa, per chi lo teme, una minaccia soprannaturale. Flanagan prende la parola alla lettera e ne ricava una genealogia: dal secondo episodio ogni puntata si apre su un’altra donna, in un altro luogo e in un altro secolo, alle prese con lo stesso dono, e la catena risale fino a Giovanna d’Arco. Le racconta una donna senza nome (Kate Siegel) che nel presente intervista le persone sopravvissute, e quella che sembrava una Commissione White aggiornata si rivela il suo rovescio, perché l’intervistatrice appartiene a una rete di donne con poteri e le sue riprese servono a cancellare la memoria di quella notte. Per secoli la storia delle streghe l’hanno scritta i loro giudici; qui l’archivio passa nelle mani delle accusate, che lo usano per sparire.
Dall’altra parte c’è Amanda (Katee Sackhoff), che confessa a Margaret di aver provato a uccidere la figlia senza essere stata abbastanza veloce, e aiuta altri genitori a fare lo stesso: è lei la donna armata del ballo. Nel romanzo Margaret si rimproverava di non aver ucciso Carrie da neonata, e Flanagan trasforma quel pensiero in un’organizzazione, come se la caccia alle streghe, che Silvia Federici ha letto come una guerra contro il corpo e i saperi delle donne, sopravvivesse dentro le famiglie, affidata alle madri. E poi c’è Emaline (Thalia Dudek), l’amica che nessun altro vede, che proietta la coscienza fuori dal corpo con la luccicanza di Shining: al ballo è lei a chiedere a Carrie di lasciarle il volante, e alla donna senza nome tocca fermare il cuore di Margaret, gesto che nel romanzo spettava alla figlia.
Quando Flanagan gli propose il progetto, King rispose di lasciarla in pace, che ne aveva passate abbastanza. La serie gli dà retta solo nell’ultima scena, dopo averla fatta soffrire per otto episodi: Carrie lascia le rovine di Chamberlain in macchina, viva, accanto a una ragazza che le dice che è una dea, e scopre con un brivido di gioia che il mondo potrebbe essere suo. De Palma ci congedava con la mano che esce dalla terra per afferrare Sue, lo spavento che Venerdì 13 avrebbe ricalcato quattro anni dopo; Flanagan sceglie la stessa fuga che nel 2002 era rimasta il pilota di una serie mai nata. Stavolta la serie esiste, e Carrie avrà tempo per decidere che cosa farne, del mondo.
