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Un nuovo allarme sulla privacy ha scosso il mondo dell’intelligenza artificiale. Centinaia di conversazioni private tra utenti e Claude, il chatbot sviluppato da Anthropic, sono finite pubblicamente accessibili sui motori di ricerca Google e Bing. Tra i contenuti emersi figurano analisi mediche, strategie aziendali, informazioni su minori, curriculum, documenti legali e persino chiavi di portafogli di criptovalute. La scoperta è avvenuta nel weekend, quando alcuni utenti di Reddit hanno segnalato che attraverso una semplice ricerca con il comando site:claude.ai/share era possibile accedere a oltre 200 conversazioni distribuite su almeno 25 pagine di risultati.

Bing mostrava ancora circa 612 risultati al momento delle prime verifiche, mentre Google aveva già iniziato a rimuovere gran parte delle pagine dai suoi indici. Ma come è potuto accadere tutto questo? La risposta sta in un intricato intreccio di scelte tecniche, aspettative degli utenti e limiti dei sistemi di protezione web. Non si tratta di un attacco hacker né di una violazione dei server di Anthropic. È invece un problema di progettazione della funzione di condivisione e di comunicazione verso gli utenti.

Claude permette di condividere le conversazioni tramite un link pubblico, generando URL che dovrebbero essere accessibili solo a chi li riceve. La formula tecnica è “chiunque abbia il link può visualizzarlo”, una modalità simile a quella usata da Google Drive o Dropbox per i documenti condivisi. Il problema è che molti utenti interpretano questa dicitura come “un collegamento riservato al destinatario“, non come “una pagina potenzialmente ricercabile da chiunque su internet”.

La distinzione tra link non elencato e contenuto effettivamente privato non è stata resa sufficientemente chiara. E i motori di ricerca, nel loro lavoro di indicizzazione del web, hanno fatto esattamente ciò per cui sono progettati: hanno trovato questi link pubblicati su forum, social network, pagine pubbliche o altri siti, e li hanno aggiunti ai loro indici. Anthropic aveva tentato di bloccare l’indicizzazione almeno dal settembre 2025, utilizzando il file robots.txt, uno strumento che indica ai crawler dei motori di ricerca quali percorsi del sito non dovrebbero visitare.

Ma qui emerge il primo nodo tecnico cruciale: robots.txt serve principalmente a impedire al crawler di visitare una pagina, non a escluderla dai risultati di ricerca. Google lo spiega esplicitamente nella sua documentazione per sviluppatori: un URL bloccato tramite robots.txt può comunque apparire nei risultati se viene scoperto attraverso collegamenti esterni. Per escluderlo davvero dall’indice occorre usare un tag noindex nell’header HTML della pagina, un header HTTP X-Robots-Tag: noindex, oppure proteggere la pagina con un sistema di autenticazione.

Ed è qui che la situazione diventa contraddittoria. Wired ha esaminato alcune pagine condivise di Claude e ha riferito che non contenevano l’header noindex. Search Engine Journal, in una verifica successiva del 27 luglio, ha invece trovato una direttiva noindex nell’header HTTP, ma collocata dietro il blocco di robots.txt. In questo caso Google non può accedere alla pagina per leggere l’header, quindi non può applicare la direttiva: una pagina deve essere accessibile al crawler perché il noindex possa essere letto e rispettato.

Come sono stati scoperti questi link pubblici? Googlebot trova normalmente nuovi URL seguendo collegamenti presenti in pagine già indicizzate. Anthropic sostiene di non aver fornito a Google né una sitemap né un elenco delle conversazioni condivise, e afferma che i link siano stati pubblicati dagli utenti su siti esterni, forum o social network. È possibile che alcuni collegamenti siano stati scoperti anche attraverso servizi intermedi come sistemi di anteprima automatica, strumenti di analytics, repository pubblici o pagine che incorporavano il link.

Non esiste invece alcuna prova che Google indicizzi il contenuto delle email o delle riunioni per trovare URL da inserire nel motore di ricerca. Questa rimane una congettura priva di fondamento. Axios ha verificato, tra gli altri casi, un documento relativo a una controversia amministrativa a Miami e materiale riguardante il calendario accademico di un’università. Altri contenuti includevano dati di fatturazione sanitaria, app di supporto psicologico, numeri telefonici di studenti e fogli finanziari aziendali.

google intelligenza artificiale
Aggiornamenti recenti e prospettive future – Screenworld.it

Il portavoce di Google, Ned Adriance, ha dichiarato a Wired che la responsabilità dell’indicizzazione ricade su chi gestisce il sito: i motori di ricerca non controllano quali pagine vengano rese pubbliche e si limitano a rispettare le direttive fornite dai proprietari dei siti attraverso gli strumenti standard del web. Una portavoce di Anthropic ha dichiarato alla BBC che gli utenti mantengono il pieno controllo sulle proprie conversazioni e che i link non sono reperibili a meno che non vengano condivisi volontariamente.

L’azienda ha inoltre ricordato che qualsiasi contenuto pubblico sul web può in teoria essere archiviato da servizi di terze parti. Anthropic non ha però risposto alle domande sul mancato uso del tag noindex nelle pagine condivise. Questo non è il primo caso che coinvolge la privacy dei chatbot di intelligenza artificiale. Lo scorso anno era toccato a ChatGPT, quando un problema tecnico aveva reso pubblici i registri delle conversazioni con l’IA di OpenAI, costringendo l’azienda a rivedere le modalità di accesso alle chat. Una dinamica analoga aveva riguardato anche Grok, il chatbot integrato su X, con centinaia di migliaia di registri di chat esposti tramite semplici ricerche online.

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Figlia degli anni 2000. Amante del cinema fin da quando vide Pride & Prejudice per la prima volta. Laureata in Lettere Moderne, continua a scrivere di cinema sperando di farlo per sempre.