Il 4 giugno 2026 Marjane Satrapi è morta a Parigi, la città che aveva scelto come casa trent’anni prima e che non aveva mai smesso di osservare con gli occhi di chi viene da altrove. Aveva 56 anni. I familiari hanno detto che se n’è andata di tristezza, dopo la perdita del marito Mattias Ripa l’anno precedente. Un modo di morire che avrebbe forse apprezzato per la sua brutalità romantica.
Il suo romanzo Persepolis è stata un’importante testimonianza che a inizio degli anni 2000 ha raccontato all’occidente cosa è stata l’instaurazione del regime teocratico iraniano visto dall’interno e come i governati fossero oltremodo diversi dai governanti. Una cosa attualmente portata avanti da grandi registi come Jafar Panahi (Gli Orsi non esistono e il vincitore della palma d’oro di Cannes 2025 Un semplice incidente tra i tanti) e Ali Abbasi (Holy Spider) o ancora la co-regista e co-protagonista del recente Tatami, Zar Amir Ebrahimi.
La rivoluzione iraniana

Per capire Persepolis bisogna capire la rivoluzione del 1979, ma per capire quella bisogna fare un passo indietro fino al 1953. Prima che lo Scià consolidasse il potere, l’Iran aveva avuto un momento breve e luminoso di democrazia parlamentare grazie a Mohammed Mossadegh: Primo Ministro eletto nel 1951, aveva creato una repubblica democratica e tra i suoi provvedimenti nazionalizzato il petrolio sottraendolo al monopolio britannico della Anglo-Iranian Oil Company (oggi BP). CIA e MI6 orchestrarono il colpo di stato che lo rimosse e rimisero al potere lo Scià. Questi, con il pieno supporto americano e consolidò un potere sempre più personale. In Persepolis, Mossadegh è il nome che il padre di Marjane pronuncia con una venerazione che non riserva a quasi nessun altro, che incarnava un Iran diverso che, seppur per poco, era stato possibile.
L’Iran dello Scià, quello in cui cresce inizialmente l’artista, era un paese a due velocità. Nelle grandi città la modernizzazione accelerata aveva portato all’apertura del voto alle donne dal 1963, erano arrivate le prime ministre, Teheran era soprannominata “la Parigi del Medio Oriente”. Nelle aree rurali invece, dove viveva la maggioranza, quelle riforme erano percepite come un’occidentalizzazione forzata calata dall’alto. A questo si aggiungeva la Savak, la polizia segreta che reprimeva il dissenso con metodi che rendevano il regime temuto quanto qualsiasi altra dittatura della regione. Da qui si crearono i presupposti che portarono alla rivoluzione.

La protesta degli anni Settanta era composita: studenti laici, nazionalisti, comunisti, gruppi religiosi. In quell’opposizione emerse la figura dell’ayatollah Ruhollah Khomeini. Khomeini aveva un’autorità religiosa che i leader laici dell’opposizione non possedevano, e questo gli permise di fare quello che nessun altro riusciva: tenere insieme forze politicamente incompatibili verso un unico obiettivo. Costrinse lo Scià alla fuga il 16 gennaio 1979, atterrò a Teheran il 1° febbraio accolto da milioni di persone. In marzo un referendum approvò con il 98,2% dei voti la nascita della Repubblica Islamica. La nuova costituzione concentrava il potere nelle mani della guida religiosa suprema: a quel punto le forze che avevano combattuto insieme a Khomeini non erano più necessarie. Vennero progressivamente eliminate.
Persepolis

Marjane Satrapi aveva dieci anni quando lo Scià fu rovesciato. Cresceva in una famiglia dell’alta borghesia di Teheran, colta e dichiaratamente di sinistra, in una casa piena di libri. Il personaggio più importante nella sua formazione fu lo zio Anoosh, un prigioniero politico che aveva combattuto contro la monarchia e che Marjane considerava un eroe. Prima di essere giustiziato dal regime islamico che lui stesso aveva contribuito a far nascere, Anoosh chiese di vedere solo lei. Le disse, come Satrapi ha raccontato a Emma Watson in un’intervista a Vogue:
“È importante che tu sappia. La nostra memoria familiare non deve andare perduta. Anche se non è facile per te, anche se non capisci tutto”.
Memoria, ma anche creare un atto di ribellione, questo è Persepolis.
Persepolis uscì in Francia nel 2000. La scelta del fumetto, e del bianco e nero in particolare, era precisa: Satrapi voleva evitare che la storia dell’Iran diventasse qualcosa di esotico o “del terzo mondo”. Come ha spiegato a Indiewire:
“Sarebbe diventata una storia di persone che vivono in un paese lontano e che non ci somigliano affatto. Nel migliore dei casi sarebbe stata una storia esotica e nel peggiore una storia del terzo mondo.”
Insomma la ricerca di universalità: un volto arrabbiato o addolorato disegnato dice la stessa cosa in Italia, in Cina, in Cile.
A dieci anni Marjane fu costretta a indossare il velo. Il controllo esterno non raggiunse mai quello che accadeva in casa: Satrapi descrive nel fumetto quella condizione come quasi “schizofrenica”, un’identità pubblica conforme al regime e una privata che conservava ogni libertà possibile, tra cassette di Kim Wilde e Iron Maiden al mercato nero, scarpe Nike sotto il mantello, feste clandestine nella Teheran borghese.

Il fumetto prosegue con la guerra Iran-Iraq nel 1980 e il racconto della manipolazione del regime, con le chiavi di plastica dorate consegnate ai ragazzi poveri mandati al fronte, promessa di paradiso per chi fosse morto sminando i campi. Il punto di rottura per la famiglia Satrapi arrivò quando un missile balistico distrusse la casa dei vicini, uccidendo una sua amica d’infanzia. Nel 1983, a quattordici anni, Marjane partì per Vienna da sola.
La parentesi viennese di Persepolis apre una seconda parte dell’opera e vede Satrapi descrivere la solitudine di chi ha lasciato tutto per un posto dove non la conosce nessuno. A Vienna la depressione si accumula e la libertà ottenuta non sarà il balsamo che i genitori speravano di dare a una figlia che al primo viaggio in Europa sentiva la loro mancanza e quella della sua terra natia.
Il rientro in Iran è quasi una resa, ma non porta stabilità. Il regime nel frattempo si è ulteriormente irrigidito, lei ha attraversato qualcosa di irreversibile, e il risultato è una sensazione di disagio in cui si sente troppo europea per l’Iran, troppo iraniana per l’Europa. Il peso accumulato di tutto questo arriva a un punto di rottura che Satrapi racconta senza cercare il dramma, con il tentativo di suicidio narrato con la stessa lucidità disarmante con cui racconta ogni altra cosa.
Eppure l’Iran che ritrova non è soltanto repressione. All’accademia d’arte, dove era entrata superando un esame di ammissione con annesso colloquio (sprezzante) con le guide religiose, Satrapi incontra una generazione di studenti consapevoli, capaci di coltivare clandestinamente la ribellione verso i dogmi del regime. È un Iran sotterraneo e parallelo che esiste accanto a quello ufficiale che simboleggia il non voler mostrare un paese di sole vittime. Ed è proprio questo il messaggio che Satrapi vuole far passare dalla sua opera, quello di un popolo non convertito che ancora crede nella possibilità di vivere liberi.

La scena finale prima della partenza definitiva dall’Iran verso Parigi è il congedo dalla nonna, una delle figure più forti dell’intera opera. La guida che nel percorso di Satrapi vediamo sempre ironica, lucida e portatrice di una dignità che il regime non era riuscito a toccare. Satrapi partì per Parigi e non tornò più a vivere in Iran.
L’impatto di Persepolis

Il fumetto divenne rapidamente un caso editoriale europeo, poi mondiale come racconta sempre il Guardian. La storia personale di Satrapi colmava un vuoto: per milioni di lettori occidentali, soprattutto dopo l’11 settembre e la retorica dell'”asse del male”, fu il primo incontro con la vita ordinaria dentro la Repubblica Islamica, con il regime visto dall’interno, filtrato dai ricordi di una bambina.
Il successo del fumetto convinse Satrapi a trasporlo in un film d’animazione, co-diretto con Vincent Paronnaud. Il film uscì nel 2007, vinse il Premio della Giuria a Cannes e ottenne la prima nomination all’Oscar per il miglior film d’animazione assegnata a una regista donna. Il governo iraniano denunciò ufficialmente l’opera, riuscendo a farla ritirare da alcuni festival internazionali. Il libro nel frattempo era stato adottato nelle scuole di tutto il mondo, non senza tentativi di censura negli Stati Uniti, motivati dal ricorso a un linguaggio grafico esplicito e alla presenza di scene di violenza.
Quello che Persepolis aveva fatto era mostrare che l’Iran non era monolitico e che esisteva un’élite urbana, laica, colta, spesso decimata dalla dittatura o costretta all’esilio.
Persepolis oggi

Nel settembre 2022 Mahsa Amini morì mentre era in custodia della polizia morale iraniana per non aver indossato correttamente il velo. La sua morte scatenò la più grande ondata di proteste in Iran dalla Rivoluzione del 1979. Lo slogan era una formula in curdo, tradotto come Donna, Vita, Libertà.
Per Satrapi quei fatti avevano un significato preciso: era la prima rivolta per i diritti delle donne sostenuta attivamente dagli uomini. Nel 1979 le donne avevano protestato da sole. Nel 2022 protestavano insieme ai loro fratelli. La definì in una intervista al Guardian “la prima vera rivoluzione femminista della storia”. Coordinò un’antologia grafica con 17 artisti iraniani e internazionali, insistendo affinché fosse disponibile gratuitamente online in persiano, perché il pubblico più importante non era quello occidentale ma i giovani iraniani.
L’eredità di Marjane Satrapi

Prima di Persepolis, l’Iran nella narrativa mediatica occidentale era quasi esclusivamente un’entità: l'”asse del male”, il regime, i mullah, la bomba atomica. Persepolis come detto ha dato un volto a una popolazione che c’è e vorrebbe un Iran diverso.
Marjane Satrapi ha raccontato la storia del suo paese attraverso gli occhi di chi quel paese lo ha subito. La storia personale che grazie al fumetto diventa universale in un grande gesto di resistenza politica.
Marjane Satrapi è morta il 4 giugno 2026. L’Iran che ha raccontato esiste ancora. Esiste nelle donne che si tolgono il velo nelle strade di Teheran e in chi prosegue le proteste come il movimento Donna,Vita,Libertà, sfidando l’arresto. Esiste negli artisti come Jafar Panahi che rischiano la propria libertà per continuare a raccontarlo. Tutte queste persone sono i suoi fratelli e sorelle.
