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“Goditi la vita”, “La vita è una sola”, “Vivila fino in fondo”. Quante frasi ci sono ancora per trasmettere, più o meno, lo stesso messaggio? Infinite, mi verrebbe da dire. Possiamo dirlo in tanti modi, oppure per renderlo non solo il classico messaggio nostalgico all’inconsapevole ragazzo, potremmo affidarci al caro e vecchio cinema. Aspetta… che tipo di cinema? Cinema d’autore, contemplativo, con il protagonista che sembra aver già compreso il segreto della vita? Oppure un bel film d’animazione, colorato e musicale, con il nostro personaggio che deve ancora imparare la ricetta della vita? Due strade completamente differenti per dire esattamente la stessa cosa. Non credo sia fattibile, no? Eppure, Perfect Days di Wim Wenders e Soul della Disney Pixar, sono lì pronte a smentirmi. Due opere che non hanno niente in comune, che seguono due percorsi opposti ma con la stessa destinazione.

I Perfect Days di Hirayama

Una scena di Perfect Days (2023) © Master Mind Productions Inc.
Una scena di Perfect Days (2023) © Master Mind Productions Inc.

Ecco Perfect Days, una lunga narrazione del quotidiano vivere di Hirayama. Non stupisce affatto che il progetto iniziale di questa pellicola fosse un documentario sulle toilette pubbliche della città di Tokyo, e che solo in un secondo momento il regista, Wim Wenders, abbia optato per un’impronta narrativa. Ci ritroviamo delicatamente adagiati al fianco del protagonista, seguendolo nelle sue routine del mattino, nel suo lavoro e nelle sue pause. Minimalista, silenzioso, estremamente reale.

Ci racconta la sua vita di tutti i giorni e ci spiega la percezione che quest’ultimo ha della sua vita. Quale percezione può mai avere un sessantenne che pulisce i bagni della città? Ed ecco qui il famoso messaggio di cui stavamo scrivendo. Sì, perché Hirayama viene rappresentato come l’emblema della serenità, lui non perde occasione per alzare gli occhi al cielo e per sorridere della bellezza che lo circonda.

Quando il cinema osserva la realtà

Una scena di Perfect Days (2023) © Master Mind Productions Inc.
Una scena di Perfect Days (2023) © Master Mind Productions Inc.

Wim Wenders, con Perfect Days, cerca di trasmettere un messaggio, un consiglio, un’idea. E questa non ci viene spiegata attraverso i dialoghi (basti pensare che le prime parole arrivano dopo undici minuti di pellicola), ma semplicemente mostrata. Con uno stile minimalista, lui “segue” Hirayama nei suoi attimi di realtà quotidiana e domestica. Non sceglie mezzi o trucchi “cinematografici” per renderla più attraente al pubblico, o quantomeno non li utilizza per una spettacolarizzazione. La riprende nella sua entità più autentica e si adatta ad essa.

A dimostrazione di ciò, l’uso che fa della colonna sonora. Una musica quasi interamente diegetica, che irrompe nelle scene solo attraverso la radio del piccolo furgone di Hirayama. Una musica che non sovrasta mai le immagini, ma che è al loro servizio. Potremmo addirittura trovare una sottile funziona narrativa nella scelta delle canzoni, le quali sembrano andare di pari passo con i significati della narrazione. Una colonna sonora che non serve a fomentare l’emozione dello spettatore, ma a sostenere quelle del protagonista. Dunque, per riprendere il concetto con cui si è aperto il paragrafo, quel messaggio viene, sì, solo “sussurrato”, ma ci viene recapitato amplificato alla massima potenza.

Manifesto della Lentezza

Una scena di Perfect Days (2023) © Master Mind Productions Inc.
Una scena di Perfect Days (2023) © Master Mind Productions Inc.

La funzione di Hirayama è insegnarci a vivere il presente, assorbirlo anche nella sua lentezza. E quale miglior insegnamento se non facendoci vivere quella stessa lentezza. Non è una vita spettacolarizzata, volta ad intrattenere, è la sua vita. Possiamo definire Perfect Days come un film “lento”, non perché in difetto, non perché sia solo una scelta stilistica: é la strategia con cui Wenders vuole, non mostrarci ma, farci vivere ogni attimo di Hirayama. Più che un mezzo, la lentezza è il messaggio stesso.

E qui c’è una duplice critica al mondo odierno: frenetico, in movimento, digitale, che fugge da ogni momento di, appunto, lentezza e riflessione. In più sempre a capo chino, ad osservare i nostri telefoni, sempre pronti ad essere aggiornati su un mondo che ignoriamo. Hirayama, invece, è lento, analogico, vive quel mondo, lo osserva in ogni particolare e non perde occasione per alzare lo sguardo. Preferendo sempre l’illuminazione del sole a quella artificiale dello smartphone.

Lo sguardo al cielo

Una scena di Perfect Days (2023) © Master Mind Productions Inc.
Una scena di Perfect Days (2023) © Master Mind Productions Inc.

Non è un caso che l’immagine più emblematica del film sia Hirayama che guarda in alto sorridendo. Esce di casa la mattina e guarda il cielo, dipinto dalle prime luci dell’alba e sorride. Si dirige a lavoro, sul suo furgone, e ogni tanto getta uno sguardo tra i palazzi, accennando un sorriso. Assapora quella vista fino in fondo.  Hirayama ha capito quel che il film sta cercando di insegnarci: ossia smettere di cercare ciò che abbiamo già davanti ai nostri occhi. Chi, invece, deve ancora scoprirlo è Joe Gardner.

Soul: il percorso opposto

Una scena di Soul (2020) © Pixar Animation Studios
Una scena di Soul (2020) © Pixar Animation Studios

Ed eccoci a Joe. Protagonista del film Disney Pixar, Soul (2020). Un’opera che, per molti aspetti, è l’esatto opposto di Perfect Days. Quei colori, quella musica, quella frenesia della vita newyorkese che, rispetto alla tranquillità e al silenzio delle scene di Wim Wenders, risaltano ancor di più. Ovviamente stiamo parlando di un’opera che nasce per stimolare le fantasie di ogni bambino. Per quelle ambientazioni astratte, variopinte e bizzarre che accompagnano lo spettatore in un’avventura mirabolante, che oscilla tra la vita della grande mela e strani luoghi limbici abitati dalle nostre anime. Immagini che “urlano” ai bambini, significati che “sussurrano” agli adulti.

Joe Gardner e la ricerca dell’oceano

Una scena di Soul (2020) © Pixar Animation Studios
Una scena di Soul (2020) © Pixar Animation Studios

Tra le due pellicole troviamo un filo conduttore, con i nostri due personaggi agli estremi: Hirayama e Joe. Uno ha capito quel messaggio di cui stiamo scrivendo, anzi ne è la perfetta rappresentazione. Joe, invece, deve ancora trovare il suo equilibrio, ripone ancora tutta la sua felicità in quel lavoro che sogna, in quella passione che lo divora, in quel qualcosa che ancora manca. Joe, insomma, deve ancora capirlo. Un’insegnante di musica che sogna il successo nella musica Jazz. Si sente imprigionato in un lavoro, ne sogna un altro, caricandolo di enormi significati.

Conduce la sua vita a capo chino, sui marciapiedi della città mentre pensa a come sarebbe la sua vita come musicista Jazz. Poi un giorno riesce a realizzare il suo sogno ma lo scopre vuoto di tutto quel valore che gli aveva costruito attorno. O meglio: scopre che quel valore già esisteva. Illuminante è la storia del pesce raccontata da Dorothea Williams. che, alla ricerca dell’Oceano, non si rende conto di esserci già.

Il barbiere: un Hirayama newyorkese

Una scena di Soul (2020) © Pixar Animation Studios
Una scena di Soul (2020) © Pixar Animation Studios

Alla storia del pesce di cui abbiamo appena scritto, possiamo accostare una seconda scena del film. Un secondo colpo ben assestato al muro di credenze che Joe ha insito nella propria mente. Joe si ritrova sulla poltrona del barbiere, Dez, e per la prima volta, anziché essere lui a parlare della sua passione per la musica Jazz, è il barbiere che gli racconta come, in principio, il suo sogno fosse fare il veterinario. “Oh che peccato, costretto a fare il barbiere e a una vita infelice”, l’immediata reazione di Joe: una condanna all’infelicità.

“Oh, tira il freno, Joe. La mia vita è bellissima” mette subito in chiaro lui: la tua missione non è il lavoro che fai. In questo momento si snoda un filo rosso tra New York e Tokyo. Due universi diversi e distanti, ma con le due figure di Dez e Hirayama che giocano la medesima funziona narrativa, per la scintilla che possono innescare.

Stiamo già nuotando nell’oceano

Una scena di Soul (2020) © Pixar Animation Studios
Una scena di Soul (2020) © Pixar Animation Studios

Hirayama vive nella stessa consapevolezza, nello stesso equilibrio che arriva a Joe attraverso le parole di Dez. Qui vediamo il punto d’incontro tra i due film. Due persone, con lavori che la società difficilmente definirebbe prestigiosi o rinomati, e proprio per questo il messaggio è reso ancor più potente. Quella scintilla che loro trovano nelle cose ordinarie, quotidiane e domestiche, è ogni giorno davanti anche ai nostri occhi. Passiamo così tanto tanto ad inseguire questo fantomatico oceano, da dimenticarci che ci stiamo già nuotando dentro.

 

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Classe 1995, Luca ha conseguito un diploma in Ragioneria e una Laurea Triennale in Scienze Politiche, ma fin dall’adolescenza ha sentito crescere in lui una forte passione per il cinema. La svolta arriva con l’ingresso in una compagnia teatrale amatoriale e con la Laurea Magistrale in Scienze dello Spettacolo presso l’Università di Firenze. Partito da un iniziale e intenso legame con la coppia De Niro–Scorsese e i loro gangster movies, il suo percorso lo ha portato a innamorarsi della Settima Arte in tutte le sue sfumature.