Quando un regista due volte candidato all’Oscar ammette di non capire il mondo in cui vive, qualcosa di profondo sta accadendo. Pawel Pawlikowski, il cineasta polacco che ha conquistato l’Academy Award con Ida nel 2013 e una nomination alla regia per Cold War nel 2019, è arrivato al Festival di Cannes 2026 con Fatherland, un film ambientato nella Germania divisa del 1949. E la sua spiegazione per questa scelta temporale è disarmante nella sua onestà intellettuale.
Durante la conferenza stampa di venerdì al festival francese, quando gli è stato chiesto se vedesse paralleli tra quel periodo storico e i giorni nostri, Pawlikowski ha risposto senza giri di parole: “Sono perduto oggi. Non ho idea in che periodo stiamo vivendo. Ecco perché ho fatto un film d’epoca“. Una dichiarazione che suona come un manifesto generazionale, il grido di un autore che preferisce rifugiarsi nella complessità intellegibile del passato piuttosto che confrontarsi con il caos politico che caratterizza ormai il presente.

Il regista ha poi aggiunto una riflessione più ampia sul suo approccio al cinema: “Cerco di fare film che trasmettano che la vita è complicata, che non esiste un’unica narrativa, e che tutti sono in qualche modo paradossali. E tento di comunicarlo nel modo più semplice possibile, cosa che il cinema può fare bene attraverso immagini, scene, suoni”.
Fatherland segue lo scrittore tedesco Thomas Mann e sua figlia Erika nel loro viaggio di ritorno nella Germania post-bellica del 1949, dove Mann deve ricevere un premio. Il ruolo dello scrittore è interpretato da Hanns Zischler, mentre Sandra Hüller, ormai volto iconico del cinema europeo contemporaneo, veste i panni di Erika Mann. Per l’attrice tedesca si tratta del secondo film in cui interpreta un personaggio tedesco nel periodo attorno alla Seconda Guerra Mondiale, un fatto che non le sfugge e sul quale ha riflettuto con lucidità disarmante.
Alla domanda se provi un senso di colpa interpretando donne tedesche dell’era nazista, la Hüller ha risposto con una franchezza che ha colpito la sala stampa: “Capisco questa domanda. Sì, sento il senso di colpa ogni giorno. E inoltre, non mi stanco mai di sentire questa colpa, perché è necessaria per agire nel modo giusto“. Una dichiarazione certamente importante sulla memoria storica e sulla responsabilità collettiva che attraversa generazioni.

Per rendere il film più drammaticamente efficace, Pawlikowski non ha esitato a prendere libertà significative rispetto agli eventi reali. Il viaggio storico di Mann in Germania avvenne con sua moglie Katia, ma il regista l’ha sostituita con la figlia Erika per ragioni narrative: “La moglie di Thomas Mann non era così interessante dal punto di vista drammatico, quindi l’abbiamo eliminata e abbiamo portato Erika, che era molto interessante“.
Fatherland è in competizione nella Selezione Ufficiale di Cannes e ha già ricevuto alcune delle recensioni più positive del festival. La critica ha apprezzato la capacità di Pawlikowski di creare un cinema visivamente austero ma emotivamente risonante, dove ogni inquadratura sembra pesata con cura millimetrica e ogni silenzio comunica quanto le parole.
La scelta di Pawlikowski di rifugiarsi nel passato per comprendere il presente non è una fuga, ma una strategia interpretativa. In un’epoca dove tutto sembra accelerato, frammentato, incomprensibile, il cinema può offrire quello che il regista definisce “il modo più semplice possibile” per trasmettere la complessità: attraverso volti, sguardi, silenzi, paesaggi devastati dalla storia.
