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Asghar Farhadi, regista che ha vinto due Oscar, si presenta per la quinta volta in Competizione a Cannes e questa volta lo fa con “Parallel Tales“, un dramma psicologico in lingua francese che segna un momento cruciale nella carriera del maestro iraniano: un film girato lontano dalla sua terra, mentre quella stessa terra brucia sotto il peso della guerra e della repressione.

Il festival del 2026 accoglie Farhadi in un contesto drammaticamente diverso rispetto alle sue precedenti apparizioni sulla Croisette. L’Iran è in guerra con gli Stati Uniti, le proteste interne contro il regime islamico non si sono mai davvero placate dopo l’ondata di “Donna, Vita, Libertà” del 2022. E Farhadi, che pure ha scelto di tornare a vivere nel suo Paese dopo un periodo tra America e Francia, ribadisce con fermezza una posizione che suona come un atto di resistenza civile: “Vivo in Iran, ma come ho già detto non farò film in Iran finché avrò bisogno di un permesso per farlo. Non mi sottometterò a questo sistema di controllo nel mio Paese“.

Asghar Farhadi al Festival di Cannes 2026
Asghar Farhadi al Festival di Cannes 2026, fonte: YouTube

E non si tratta di retorica, con Farhadi che ha voluto ribadire il suo amore per la sua terra con una dichiarazione estremamente chiara:

Esco per fare cinema, ma appena il lavoro è finito torno nella mia casa, che è l’Iran. Come tutti, immagino, amo il mio Paese, amo la mia terra, e niente conta più della mia terra in questi giorni“.

Farhadi torna quindi al Festival di Cannes con Parallel Tales, il suo primo film interamente in francese di Farhadi, ambientato a Parigi, con un cast di primo livello: Isabelle Huppert, Virginie Efira, Vincent Cassel, Pierre Niney e Catherine Deneuve. La trama prende le mosse da un episodio del “Dekalog” di Krzysztof Kieślowski, con Huppert chiamata ad interpretare una scrittrice solitaria che spia ossessivamente l’appartamento di fronte al suo, tessendo storie immaginarie sulle vite dei suoi abitanti. Quando assume come aiutante domestico un giovane senzatetto – interpretato da Adam Bessa – questi finisce per liberare quelle narrazioni fittizie, facendole collassare nella realtà. Realtà e finzione, osservatore e osservato, l’artista e il suo materiale umano: temi che Farhadi ha sempre esplorato, ma mai in una cornice così esplicitamente meta-cinematografica.

La Competizione di Cannes 2026 lo accoglie ancora una volta, per la quinta volta. E ogni volta che Farhadi sale quei gradini del Palais, porta con sé non solo un film, ma un pezzo di un Paese che il resto del mondo conosce troppo spesso solo attraverso notizie di guerra, repressione e dolore. Il suo cinema continua a ricordarci che l’Iran è anche altro: complessità, contraddizioni, umanità profonda. E che quella complessità merita di essere raccontata, anche quando bisogna attraversare mezzo mondo per farlo.

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Classe '94. Critico e copywriter di professione, creator per passione. Ha scritto e collaborato per diverse realtà di settore (FilmPost.it, Everyeye) con la speranza di raccontare il Cinema e la cultura pop per il resto della sua vita.