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Non erano semplici videoclip, ma vere opere cinematografiche in miniatura. Michael Jackson ha rivoluzionato il modo di raccontare la musica, trasformando ogni video in un’esperienza visiva complessa e curata come un film, visto che in un’epoca in cui i videoclip erano spesso performance registrate, Jackson ha introdotto narrazione, effetti speciali e collaborazioni con grandi registi. Il risultato è stato un nuovo linguaggio capace di unire industria musicale e cinema, lasciando un’impronta ancora oggi visibile, con alcuni dei suoi che video sono diventati icone globali, entrando stabilmente nella memoria collettiva.

Uno degli esempi più celebri è Thriller, diretto da John Landis, scelto personalmente da Jackson dopo aver visto “Un lupo mannaro americano a Londra”. Il videoclip è un vero cortometraggio horror con trama, personaggi e trasformazioni spettacolari, tanto da essere considerato uno spartiacque nella storia della musica. E non meno significativo è Bad, affidato a Martin Scorsese, che realizza un video di circa 18 minuti con una struttura narrativa cinematografica.

È importante tenere a mente che questa visione si estende a tutta la carriera dell’artista, viso che video come Billie Jean, Smooth Criminal e Black or White mostrano una cura maniacale per fotografia, coreografia e storytelling senza pari per dei semplici videoclip musicali. Nel corso della sua gloriosa carriera, Jackson lavora con registi emergenti e affermati, contribuendo anche a lanciare nuove figure nel cinema: tra questi David Fincher, che dirige “Who Is It” agli inizi della sua carriera, e John Singleton, autore del video di “Remember the Time”.

La collaborazione con grandi nomi non si limita ai videoclip musicali, con il progetto Captain EO che rappresenta un ulteriore passo verso il cinema: diretto da Francis Ford Coppola, prodotto da George Lucas e realizzato con tecnologie 4D per i parchi Disney, dimostra come Jackson intendesse superare i confini tradizionali del videoclip. Anche registi come Spike Lee hanno contribuito a rafforzare il valore sociale e politico dei suoi lavori, dirigendo contenuti come “They Don’t Care About Us”.

Un elemento fondamentale è la continuità nel tempo: dalla fine degli anni ’70 fino ai primi anni 2000, Jackson ha collaborato con decine di registi, costruendo una filmografia musicale vastissima. Questa rete di collaborazioni ha permesso di sperimentare linguaggi diversi, dal videoclip narrativo a quello più simbolico o documentaristico, come nel caso di produzioni legate a “We Are the World”.

In parallelo, la sua esperienza cinematografica diretta — come la partecipazione a The Wiz con Sidney Lumet in cabina di regia — ha contribuito a rafforzare il suo approccio visivo. In sintesi Jackson non vedeva il videoclip come semplice promozione delle proprie canzoni, ma come estensione artistica della musica, capace di raccontare storie e creare immaginari che potessero assumere “vita propria”.

Il risultato è stato quindi una vera e propria trasformazione profonda: il videoclip diventa un prodotto centrale nell’industria musicale, con investimenti, registi e ambizioni paragonabili al cinema, con molti artisti che oggi seguono proprio questo modello, con Michael Jackson che è stato di fatto il primo a dimostrare che la musica poteva essere raccontata come un film. E proprio parlando di film, di recente abbiamo visto il film su Michael Jackson.

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