Quand’ero bambina credevo che gli Argonauti fossero una sorta di astronauti ante litteram: giovani eroi che solcavano lo spazio a bordo della loro nave, approdando di pianeta in pianeta. Un’immagine ingenua, certo, lontanissima dalla tradizione classica, eppure capace di cogliere – inconsapevolmente – una possibilità narrativa tangibile in futuro. Quella stessa possibilità che oggi prende forma nella Medea di Rita Petruccioli, un’opera edita Bao che trasforma l’epica greca in un racconto sci-fi, dimostrando come il mito possa essere continuamente riscritto senza perdere la propria forza originaria.
Secondo l’autrice stessa, la scelta di trasporre la vicenda in un universo sci-fi non è un semplice espediente estetico, ma un dispositivo narrativo atto a consentirle una certa libertà.
“Ho scelto la fantascienza perché volevo uno spazio di libertà. Io non leggo tanti libri di fantascienza, e da un punto di vista del world-building è molto complicato scriverne, no? Eppure, mi sono resa conto che non solo poteva essere uno spazio di libertà, ma che era il modo più semplice per rendere universali una serie di concetti fondamentali all’interno del mio libro, come l’essere straniero: rispetto a cosa? Rispetto a quale posizione nel mondo? Ecco, Medea è un’aliena, dunque per forza di cose proveniente da un altro pianeta, e percepita come diversa – anche grazie al colore della pelle.”
Nella sua opera, il viaggio degli Argonauti diventa una missione interstellare, e la nostra Medea si trasforma in un’aliena dotata di poteri straordinari. Accanto a lei, Giasone assume i tratti del comandante carismatico, in grado di incarnare fascino e ambizione, promessa e tradimento, ambivalenza necessaria per comprendere il cuore dell’opera.
Medea ieri

Già presente nella Teogonia di Esiodo, Medea è una figura legata all’astuzia e alla conoscenza, una donna capace di manipolare forze invisibili. Nella versione più nota, fissata da Euripide, è al tempo stesso amante, straniera e infanticida: una figura tragica che paga con l’isolamento e la violenza il proprio rifiuto di piegarsi all’ordine sociale. Nei secoli, questa immagine si è stratificata, fino alla rilettura moderna di Christa Wolf, che in Medea. Voci ribalta completamente la prospettiva, trasformandola in vittima di una società ostile e incapace di accettare l’alterità: la paura del diverso la rende mostro.
È proprio in questo solco che si inserisce Petruccioli, ma con una sensibilità contemporanea che amplifica e attualizza il conflitto, una sensibilità che ci fa provare immediatamente empatia nei confronti del diverso.
Nel fumetto, Medea fugge con le proprie compagne in seguito a un colpo di stato, assiste alla morte del fratello e decide arbitrariamente di aiutare Giasone nella conquista del Vello D’Oro. La ciurma di Argo raccatta le donne rimaste al fianco di Medea e, assieme, i fuggitivi raggiungono Corinto, ma il loro arrivo non segna l’inizio di una nuova vita, bensì l’avvio di un processo di esclusione. Medea non viene accolta quale “salvatrice di Giasone”, ma osservata con diffidenza dagli abitanti, che si rifiutano di accettare che una donna, per di più così diversa, possa essere la vera mandante della vittoria. Il suo essere aliena rende visibile ciò che nel mito era implicito: la condizione dello straniero come corpo estraneo, percepito non come risorsa ma quale minaccia alla cultura di Corinto. Un tema alla Petruccioli molto caro e oltremodo attuale, se posso permettermi.
Eppure, Medea non si arrende, resta legata a Giasone, lo ama e lo rispetta, pur chiedendo a sua volta fedeltà e amore. Nulla di più lontano da ciò che otterrà…
Medea è “altra”, irriducibilmente

A rafforzare questa lettura di contrapposizioni vi è sicuramente una palette cromatica dominata da blu, arancione, rosso, dorato: l’autrice non si è avvalsa del nero nemmeno nella realizzazione dei bordi. Questo contribuisce a costruire un contrasto non-troppo-sottile, significativo, ma non evocativo in senso stretto: il rosso per il sangue, il giallo per richiamare l’oro delle armature, il bianco per gli abitanti di Corinto, il blue per gli abitanti di Colchis. L’armonia promessa dall’unione tra Medea e Giasone risulta all’occhio impossibile, così come risulta impossibile una vera integrazione dei popoli.
“Lavorare con una palette ridotta mi aiuta a rendere più chiari gli stati d’animo e qui ero sicura di voler dare maggiore impatto ad alcuni elementi. Dunque ho usato il giallo perché volevo che Medea – e tutte le donne di Colchis – indossasse una sorta di armatura dorata, ma anche per rappresentare la magia e l’incanto dell’Albero Sacro. Il blue riguarda, invece, lo spazio, tutto ciò che è “diverso” da Corinto. E poi c’è il sangue, rappresentato dal rosso, in grado di spiccare su giallo e blue.[…]Ho usato il blue come colore più scuro, tranne nelle visioni di Medea: qui c’è il nero, il che gli permette di assumere un valore speciale.”
Medea, difatti, è blue per ricalcare la sua diversità, ma non sarebbe stato necessario a nostro parere: il suo modo di fare, la sua essenza, determinazione, forza denotano già un’alterità e un divario profondo con le donne di Corinto. Medea è altra, irriducibilmente, e proprio per questo diventa bersaglio di un sistema che reagisce alla diversità con il rifiuto, nonostante lei non faccia altro che provare a fare del bene. Aiuta gli abitanti di Corinto, li cura quando si ammalano, ma i media – schiavi del potere di stampo fortemente maschilista – non le danno tregua, dipingendola come un mostro. Capro espiatorio delle malefatte del governo.
In questo senso, la dimensione fantascientifica non allontana il racconto dalla realtà, ma lo rende ancora più incisivo, offrendo una lente attraverso cui osservare dinamiche contemporanee come la xenofobia, il maschilismo, l’emarginazione e la paura del diverso, senza però dover giustificare un determinato popolo realmente esistente.
Un processo molto simile a quello di Tolkien ne Il signore degli anelli.
Il potere nelle mani degli uomini

Ma nulla di questo sarebbe accaduto se solo i protagonisti di questa storia non fossero stati schiavi del potere. Non del denaro, non dell’amore, un potere inteso non quale esercizio di autorità, bensì come forza assoluta, capace di corrompere ogni legame, di deviare la morale, di compiere atti deprecabili. Gli uomini che lo detengono – padri, re, comandanti – appaiono intrappolati in una logica che li porta a sacrificare tutto: affetti, relazioni, umanità. Il padre di Medea è disposto a distruggere la propria famiglia pur di mantenere il controllo, mentre Giasone tradisce la donna che lo ha salvato per consolidare la propria posizione. In entrambi i casi, il potere si rivela incompatibile con l’amore e con la lealtà.
Medea, al contrario, incarna una forma diversa di potere, ambivalente e tragica, grazie anche a un duplice dono: può guarire, ma anche vedere il passato o il futuro. Eppure, quella stessa conoscenza si trasforma, inevitabilmente, nella sua condanna, poiché sapere significa talvolta anche dover assistere inerme all’ingiustizia, riconoscere la violenza, anticipare la perdita. Una consapevolezza in grado di isolarla, rendendola incapace di appartenere a qualsiasi comunità. Sola e confusa.
Medea è libera, autonoma: umana

In questa prospettiva, la figura di Medea della Petruccioli si carica di un significato anche politico, un soggetto che rifiuta di essere assimilato, che resiste a un sistema che vorrebbe normalizzarla. La sua colpa risiede nell’opporre resistenza al patriarcato, al razzismo, alle ingiustizie, ad un potere simile a quello religioso di stampo cattolico. Lei è autonoma, non necessita di essere salvata, indirizzata, ed è proprio questa autonomia a renderla pericolosa agli occhi del potere, che tende a eliminare tutto ciò che lo mette in discussione: lo straniero, la donna, il diverso.
Rita Petruccioli costruisce così una Medea profondamente umana, lontana dagli stereotipi della follia e della vendetta cieca: lucida, consapevole, viva, complessa. In tal senso, il fumetto dialoga apertamente con la tradizione, ma propone una rilettura che mette al centro non l’infanticidio, bensì le motivazioni dietro le sue azioni. Difatti, Medea viene solo accusata di aver ucciso il fratello minore o i propri figli, ma a conti fatti chi ha davvero assistito all’atto?
Mater familias o donna libera di decidere per sé?

Il risultato è un “what if” che poggia le basi sulla stratificazione di idee e tematiche, un’opera che fonde epica e analisi sociale, mito e contemporaneità. Attraverso la storia di Medea, Petruccioli affronta la concezione contemporanea di esclusione, la costruzione del nemico da parte degli stati sovranisti, la difficoltà di riconoscere pienamente il ruolo delle donne nella società, la marginalizzazione, l’idea che una donna debba necessariamente prendersi cura dei figli, occupandosi della casa. Mater familias, e basta.
E guardando questa Medea, è difficile non riconoscere qualcosa del nostro presente. I timori collettivi del popolo, la violenza simbolica e reale esercitata contro chi è percepito come “altro” non appartengono soltanto al mito: sono parte integrante del mondo in cui viviamo. Ed è – forse – proprio in questa tensione tra passato e presente che risiede la forza dell’opera: osservando noi stessi attraverso uno specchio antico, e tristemente scoprire che nulla è davvero cambiato in millenni.



